Fanzine: la dipendenza dall’indipendente

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Simbolo di rivolta e ribellione, la fanzine ha fatto la storia della comunicazione e dell’editoria diventando uno strumento ambito che si può solo replicare nella forma, ma non nello spirito.

La tendenza che oggi si percepisce nel mondo dei creativi è il recupero assiduo di elementi alternativi finchè questi non diventano mainstream. Le ultime vittime di questa caccia alle mirabilia sono le fanzine.

Prima elemento di indipendenza e passione, ora ottimo strumento di marketing. Sarebbe molto lunga la lista di eventi a cui ho partecipato per il lancio di questo e quell’altro, tre quarti di questi corredati dalla personalizzatissima fanzine. Bello il concept, peccato per la mancata comprensione di questo strumento e delle sue origini…

Le fanzine sono pubblicazioni indipendenti e autoprodotte, nate per esprimere idee, passioni e movimenti culturali.

Le prime edizioni risalgono ai primi del Novecento e la primissima fanzine della storia è “The Comet”, pubblicata nel 1930 dal Science Correspondence Club a Chicago. La pubblicazione arriva in un contesto in cui i fan della fantascienza dell’epoca, dopo aver riempito tantissime rubriche della posta di riviste ufficiali del settore, decidono di pubblicare i propri bollettini per discutere del tema. Scienza e letteratura senza filtri editoriali, uno spazio libero per poter parlare di quello che piace senza preoccupazioni di rispettare dati limiti che assicurano la pubblicazione.

“The comet”, photo via Pinterest

Il termine vero e proprio nasce nel 1940 con Russell Chauvenet, prima queste “mini riviste” indipendenti venivano definite fanmags o bullettins. “Fanzine” arriva perchè c’è una necessità di distinzione gerarchica e identitaria.

La parola fonde i termini Fanatic e Magazine, una parola macedonia che rende benissimo il senso delle pubblicazioni.

Russell sentì la necessità di dargli vita proprio per separare nettamente le produzioni amatoriali, fatte quindi solo per passione e senza scopo di lucro, dalle riviste professionali di genere. Questo è un passaggio fondamentale per dare la giusta importanza al lavoro e allo sforzo creativo del gruppo.

Negli anni ’40 arriva il pamphlet, un tipo di pubblicazione composto da un opuscolo di poche pagine, nemmeno rilegato, ottimo per essere nascosto o distribuito a mano. Una caratteristica fondamentale perchè rappresentava la voce del dissenso: se i giornali ufficiali non pubblicano le tu idee, scrivevi un pamphlet e lo distribuivi clandestinamente. Grazie al ciclostile questi, poi, potevano essere riprodotti e in un’ora un gruppo di studenti o operai grazie al cilindro rotante potevano produrre all’incirca 500 copie.

Poi arrivano gli anni ’60 e le società pullulano di movimenti controculturali i quali trovano nelle fanzine uno strumento perfetto di contestazione.

In questo contesto la fanzine, chiamata anche “il foglio” più che altro d’agitazione, diventa l’arma principale per comunicare lo sciopero o la nuova teoria sociale. Seguendo la tradizione del pamphlet, le fanzine in questo periodo sono principalmente polemiche e politiche. Lo scopo è quasi sempre convincere il lettore, denunciare un’ingiustizia o diffondere un’idea radicale.

Se negli anni ‘60 la fanzine è ancora molto intellettuale, un decennio dopo si arriva al D.I.Y., letteralmente fattelo da solo. Approda sulla scena “Sniffin’ Glue”, fondata da Mark Perry a Londra, il più prolifico dei paesi per qualsiasi cosa fosse controcorrente. L’obbiettivo è chiaro: se quello che i giornali scrivono ogni giorno non ti piace, scrivitelo da solo. Pennarelli, forbici e colla, assieme alla fotocopiatrice finalmente nelle fanzine si possono inserire immagini, ritagli di giornali e grafiche. La pubblicazione diventa sempre più un cimelio di rabbia e partecipazione, importantissimo esserci, poi non importava come.

Negli anni ‘80 le fanzine diventano il collante di comunità globali, ma ultra-specifiche e settoriali, negli anni ‘90 i movimenti femministi se le fanno proprie e ne abbreviano anche il nome.

Photo via Noah

Le “zine” diventano quindi uno spazio sicuro per parlare di corpo, identità e violenza, anche all’interno delle stesse comunità punk, come nel caso delle Riot Grrrl. Poi uno su mille ce la fa e molte delle più affermate riviste indipendenti, tutt’ora molto influenti, mettono le loro radici nel mondo delle fanzine, ma con una differenza fondamentale: la produzione.

La fanzine per esserlo di definizione deve prevedere un budget quasi nullo, essere esteticamente urgente e anche brutta, con una distribuzione manuale, solitamente tramite concerti o posta. Ma sopratutto il suo contenuto deve essere radicale e sottoculturale. Oggi le riviste indipendenti, andando in realtà contro il loro messaggio (e anche di molto), prevedono un elevato investimento, un’estetica estremamente curata con tanto di carta di pregio, e si possono sì trovare in concept store, ma con molta più facilità. Il contenuto è prettamente artistico, sempre d’avanguardia, ma diventa curatoriale.

Oggi quindi il confine tra “zine” e rivista indipendente, come prodotto editoriale curato, si è fatto molto sottile, forse anche troppo.

Photo via The Guardian

E come accade per tantissime cose belle, qualcuno che non ne potrebbe rivendicare neanche una virgola, prende il concetto di fanzine e lo rende uno status symbol. Un oggetto di culto più che strumento di protesta. Basta pensare alla moda (ah, la moda..), oggi un oggetto del genere serve più che altro a creare un’estetica. Grandi brand spesso ne mandano in produzione alcune in edizione limitata, gratuite, presenti in occasioni di sfilate o eventi particolari.

Il problema si trova proprio qua: come è possibile che un oggetto nato per essere anti-sistema diventa l’accessorio preferito del sistema?

Nel contesto della moda è la fanzine a subire un processo di gentrificazione culturale, un processo che alla moda piace tanto fare. La fanzine originale doveva essere sporca, perchè i soldi scarseggiavano e le pagine potevano essere rovinate, lo spazio per l’estetica era relativo, se non inesistente. Nelle pubblicazioni della moda le fanzine sono rese “sporche” come effetto rovinato, con costi elevati proprio per rendere le immagini sgranate e la carta ruvida. Un’estetica del dissenso che viene però svuotata dal dissenso stesso.

“Kate” di Mario Sorrenti, Photo via Uncrate

Desidero spezzare una lancia in favore di una fanzine che ahimè, rientra in questo sistema di gentrificazione, ma che è diventato un simbolo iconico e culturale. Si tratta della pubblicazione di Mario Sorrenti dedicata a Kate Moss. È una delle pubblicazioni più celebri, piena di scatti inediti del fotografo risalenti ai primi anni ‘90. Non sono foto da copertina patinate, ma scatti rubati, frammenti di momenti. Lo scopo era quello di restituire alla Moss una dimensione umana, lontana dall’immagine intangibile dei cartelloni pubblicitari. Un cimelio di un’intimità perduta.

Photo via Pambianconews

Anche Matthieu Blazy, durante il suo periodo da Bottega Veneta, ha dedicato un’intera fanzine alla top model. Una raccolta di collage di immagini accumulate da Matthieu stesso fin da quando era adolescente. La fanzine diventa un omaggio alla propria adolescenza, non tanto uno strumento di rivolta. Un qualcosa che apprezziamo, che amiamo, un qualcosa di concreto e tangibile, ma che di nuovo, sbaglia strumento.

Quando troviamo una fanzine dedicata a Kate Moss in una boutique di lusso, siamo davanti a un simulacro: ha la forma di una pubblicazione indipendente, ma la sua funzione è quella di oggetto di design.

È l’ennesimo tentativo della moda, come potrebbe essere per l’arte o per il design, per prendersi quell’allure di grezzo che non potrà mai avere, ma che desidera da morire. Il controsenso nella moda è reale, un vizio più che altro. Ma si tratta anche di un prova della forza che ha la fanzine come simbolo: la moda imita solo ciò che è vivo e potente.