Mentre i catastrofisti profetizzavano la fine della carta stampata, i dati ISTAT ribaltano la narrazione.
Mettetevi comodi, versatevi un caffè fumante e preparatevi a riporre nel cassetto le solite, logore certezze. Se c’è una litania che ci ha scartavetrato la pazienza negli ultimi dieci anni, è il ritornello stanco di chi fissa i ragazzi sospirando: “Non leggono più, hanno il cervello bruciato da quegli schermi”. Bene, i dati ISTAT più recenti hanno appena servito una smentita talmente fredda ed elegante da meritare una rilegatura in pelle. L’editoria italiana, che fino a ieri veniva descritta come un paziente terminale in rianimazione, attaccato ai macchinari, è stata appena estubata e salvata. E a compiere il miracolo non sono stati i salotti intellettuali, ma i giovanissimi.
Le statistiche dell’Annuario Statistico Italiano sono un vero ma illuminate colpo di scena. La fascia d’età in cui si legge di più in assoluto nel nostro Paese è quella giovanile. Più nello specifico, quella tra gli 11 e i 24 anni che trainano letteralmente l’intero mercato culturale.
Insomma, mentre gli adulti si lasciano inghiottire dal doomscrolling indignandosi sui social network, il rapporto tra la Gen Z e i libri gode di una salute di ferro. Le generazioni precedenti avevano quasi trasformato la lettura in un soprammobile impolverato o in un obbligo noioso. Oggi, al contrario, stiamo assistendo a una rinascita assoluta, un defibrillatore scagliato sul petto di un mercato che si credeva spacciato.
Ma attenzione a non banalizzare. Quando analizziamo il fenomeno della Gen Z e i libri, capiamo subito che l’approccio va ben oltre la semplice fruizione di una trama. Non stiamo parlando solo di divorare capitoli per scoprire il finale, ma di una rielaborazione culturale e visiva totale. L’atto di sfogliare una pagina è stato trasformato in un’estetica viscerale, un vero e proprio lifestyle.
Leggere non è più un atto isolato; è diventato uno statement di stile. Il successo planetario di BookTok non si basa sulle fredde recensioni accademiche, ma sull’emozione cruda e sulla condivisione comunitaria. I creator non ti raccontano pedantemente la sinossi di un romanzo. Piuttosto, ti mostrano come li ha fatti piangere alle tre di notte, condividono le loro infinite TBR (To Be Read) lists.
È proprio su queste piattaforme che l’incrocio tra la Gen Z e i libri ha generato nicchie estetiche e letterarie meravigliose. Basti pensare al filone del Romantasy (l’ibrido perfetto tra romance e fantasy che domina le classifiche mondiali). Oppure alla Dark Academia. Un trend potentissimo che ha preso l’amore per lo studio e lo ha vestito con blazer in tweed, caffè nero amaro, biblioteche gotiche e le atmosfere ossessive dei romanzi di Donna Tartt. Oppure pensiamo alla declinazione Coquette. Dove i grandi classici di Jane Austen o delle sorelle Brontë si fondono a nastrini di raso, merletti e una femminilità rivendicata con fierezza romantica.
Questo legame indissolubile tra la Gen Z e i libri ha portato alla luce anche il Poetcore. Questa è forse l’espressione più intima e sentimentale della nuova ondata editoriale. Chi abbraccia il Poetcore decide di vivere il proprio quotidiano come se fosse una poesia di Alda Merini, di Sylvia Plath o di Baudelaire. Cerca la bellezza nella malinconia di ogni giorno: romantizza un viaggio in treno sotto la pioggia, un fiore secco pressato tra le pagine, il rumore della carta inchiostrata. In questo ecosistema delicatissimo, la dinamica tra la Gen Z e i libri diventa la lente perfetta attraverso cui filtrare e addolcire un mondo esterno spesso troppo crudo, performante e insopportabilmente veloce.
Ma forse, il dettaglio più commovente e sociologicamente rilevante dell’intera indagine resta il fascino intramontabile dell’usato. Approfondendo la passione tra la Gen Z e i libri, si scopre un’autentica caccia al tesoro nei mercatini delle pulci, sulle app di second-hand e nelle botteghe impolverate. In un’era in cui, con un semplice tap, potremmo avere un volume intonso consegnato a casa in dodici ore, perché questa ossessione per la seconda mano?
La risposta svela una taciuta, disperata fame di umanità. Il feticismo che unisce la Gen Z e i libri usati non nasce unicamente dalla volontà di risparmiare. I ragazzi cercano ossessivamente le pagine ingiallite, le costine piegate, l’odore di polvere e vaniglia tipico della carta che invecchia. Ma soprattutto, cercano i “marginalia”: le dediche scritte a penna sul frontespizio da perfetti sconosciuti, le frasi sottolineate a matita da chi ha amato o odiato quel capitolo decenni prima di loro. Acquistare un libro usato significa adottare il frammento di vita di un’altra persona. È un filo invisibile che unisce anime irrequiete attraverso lo spazio e il tempo.
In un ecosistema smaterializzato, dove le interazioni evaporano nel giro di ventiquattro ore e tutto è governato da algoritmi volubili, l’ancoraggio tra la Gen Z e i libri rappresenta l’antidoto perfetto al burnout emotivo. Sentire il peso fisico di una storia, isolarsi nel silenzio e concedersi il lusso estremo della lentezza è una forma di resistenza sfacciata ed elegantissima. Questa nuova era della Gen Z e i libri ci insegna che per ritrovarsi, a volte, bisogna prima perdersi in un mondo fittizio.
Possiamo affermarlo senza timore. L’innamoramento collettivo tra la Gen Z e i libri è il rifugio sicuro in cui questa generazione ha scelto di riprendere fiato e curare la propria salute mentale. Come scriveva magistralmente Joan Didion: “Ci raccontiamo storie per poter sopravvivere”. E questi ragazzi lo hanno capito alla perfezione, trasformando un oggetto che credevamo obsoleto nel loro personalissimo, impenetrabile scudo contro il caos.


