Spesso, il no non è un fallimento, ma una spinta verso un futuro sì. Può succedere a tutti prima o poi: anche ad alcuni dei più influenti designer.
Nel lontano 2007, mentre Steve Jobs lanciava il primo iPhone e la Ferrari si aggiudicava il mondiale di Formula Uno, un giovane Demna Gvasalia contattava Balenciaga facendo domanda per un tirocinio presso il menswear della maison. Ricevette presto una lapidaria mail di risposta: un no secco, imbellettato da ringraziamenti di circostanza e qualche doveroso, ma vuoto, augurio. “Non procederemo con la sua candidatura”, queste le parole. Oggi, quella mail stampata è esposta sotto una teca di vetro alla mostra celebrativa dei dieci anni di Balenciaga sotto la guida dello stesso Demna. Ironico, no?

Il fashion system è una montagna russa con pochi alti, e tanti bassi. Lo sanno tutti, designer inclusi. Tantissimi di loro, infatti, hanno ricevuto dei no, fallito, e intrapreso mille strade diverse prima di trovare la loro. Ecco quattro storie di no divenuti sì, e di cambi di rotta vittoriosi.
Una mancata olimpiade per Vera Wang
Prima di diventare la più famosa bridal designer del sistema moda, la stilista cinese Vera Wang era un’aspirante olimpionica. Sin dall’età di sette anni praticava pattinaggio artistico su ghiaccio, allenandosi instancabilmente e gareggiando con fame da sportiva a competizioni e campionati. Un no pose fine al sogno. Non essendo riuscita a far parte della squadra olimpica degli Stati Uniti nel 1968, Vera cambiò rotta, facendo incursione nella moda. E trovando così il successo.


Il disastro grunge di Marc Jacobs
Marc Jacobs era un giovane designer alle prime armi quando nel 1988 gli fu affidata la direzione creativa del marchio Perry Ellis. Quello che non sapeva all’epoca, è che cinque anni dopo la nomina avrebbe presentato una collezione che gli sarebbe valsa il posto di lavoro. Ispirata alla scena grunge del tempo, la Primavera 1993 di Jacobs per Ellis fu un trionfo di camicie di flanella, jeans strappati, berretti e abiti floreali. Un’estetica street in netto contrasto con un’idea di lusso ancora troppo patinata: il designer fu licenziato seduta stante. La sua carriera viene quindi data per spacciata, fino a quando non viene chiamato alla guida Louis Vuitton. E a farne la storia.


Yohji Yamamoto: da avvocato a designer
Sbagliando s’impara: se non ci credete, chiedete a Yamamoto. Laureatosi in giurisprudenza alla Keio University nel 1966, Yohji Yamamoto non aveva dubbi. Era quello il suo futuro. Fatto di atti, sentenze, scartoffie d’ufficio. Almeno finché, quasi per gioco, non iniziò a dare una mano nel negozio di sartoria di sua madre. Quel gioco lo portò poi a studiare fashion design al Bunka Fashion College, indirizzandolo per quella che era stata da sempre – anche se silenziosamente – la sua strada: la moda. Dire di no, e cambiare rotta, lo ripagò.


Le aspirazioni politiche di Miuccia Prada
“Ho sempre pensato ci fossero solo due professioni nobili: la politica e la medicina”: Miuccia Prada, infatti, non studiò moda, né la volle, sognò, o rincorse. Non fu la moda a dire di no a lei, ma lei a rifiutare la moda. Almeno all’inizio. Il suo dottorato in Scienze Politiche, insieme agli anni di militanza nel partito comunista, le rendevano inconcepibile il pensiero di lavorare nell’industria della moda. Fare vestiti era per lei un incubo, ma il coraggio di tuffarsi in quello che le sembrava essere un fallimento personale le garantì il via libera per la vittoria. Ad oggi, Prada e Miu Miu sono due dei brand più influenti dell’intero fashion system.


Provarci, sempre. Soprattutto dopo un no.
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