Di Miuccia ce ne è una sola

da | FASHION

Domani, 10 maggio 2025, spegnerà 76 candeline Miuccia Prada. Colei che ha rotto gli schemi della moda, e ne ha creati di propri.

Tra i modaioli dell’internet viene chiamata ‘madre’: Miuccia Prada, in effetti, ha dato i natali ad alcune delle innovazioni più avanguardiste dell’universo moda. Unisce l’utile al lusso, e alla superficialità di cui la moda viene accusata risponde con una rivoluzione gentile fatta di disordine estetico e profondità culturale. Mentre attendiamo ancora un po’ per farle gli auguri, riscopriamo cinque punti cardine dello spirito sovversivo della signora della moda italiana.

“Fare vestiti era come un incubo, per me”

La moda non era il suo obiettivo, piuttosto, “il posto peggiore per una femminista negli anni ‘60”, come dichiara lei stessa. Dopo aver conseguito la maturità al liceo classico Giovanni Berchet, intraprende gli studi in Scienze Politiche, laureandosi presso l’università statale di Milano. Al tempo è convinta infatti che esistano solo due professioni degne di esser considerate nobili, la medicina e la politica. Ma il richiamo della moda si fa sempre più assordante, la attrae a sé come una calamita, e pur non sapendo disegnare, Miuccia ha un asso nella manica: sa cosa voler indossare. Così, eredita l’azienda di famiglia, un negozio di pelletteria, e inizia la scalata verso quel mondo per cui nutre un’inspiegabile sensazione di amore e odio, finché “l’amore per le cose belle ha prevalso”.

L’animo ribelle

Innovatrice nella moda, contestataria nella vita. Mentre studia, è anche una fiera sessantottina. Mossa da ideali di giustizia e uguaglianza sociale, si iscrive al Partito Comunista Italiano, frequentandone i circoli assiduamente. Si unisce ad attivisti e femministe della sua generazione, scendendo in piazza a manifestare. Mentre i suoi coetanei marciano con cartelloni e fumogeni indossando jeans e Montgomery, però, lei fa lo stesso in total look Saint Laurent.

La rivoluzione del nylon

Dopo aver rilevato l’attività di famiglia, inizia a farla sua, entrando in punta di piedi nell’industria della moda con una piccola grande rivoluzione: l’utilizzo del nylon. Negli anni ’80 crea una linea di borse in tela vela, tessuto in nylon estremamente resistente, nonché waterproof, utilizzato per le tende in ambito militare. Da qui, seppur in uno stato ancora embrionale, comincia a prendere vita la cifra di Prada. Una moda funzionale ed utilitaristica.

Il bello del brutto: l’ugly chic

Corre l’anno 1996, e a Milano viene presentata la collezione Banal Eccentricity, la Primavera/Estate di Prada di quell’anno. Sotto gli occhi attenti del pubblico sfila in passerella un’estetica nuova, che prenderà più avanti il nome di ugly chic. Pattern, tessuti, e colori sono tenuti insieme da netti contrasti, incontrandosi e scontrandosi allo stesso tempo in una danza di accostamenti quasi discutibili. Regna la disarmonia, e il cattivo gusto diventa uno status symbol. Miuccia trova la ricerca del brutto più stimolante dell’inseguimento della bellezza, perché “il brutto è umano”. E così, i sandali con plateau vengono portati con calze maschili, i pattern retrò si imbattono nel minimalismo, la plastica nella maglieria. Infrange le regole, e le rifà da capo.

La Fondazione Prada

La verve intellettuale della moda di Miuccia trova pieno sfogo in Fondazione Prada, estendendosi al mondo dell’arte contemporanea. L’istituzione culturale creata da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli nel 1993 propone un programma multidisciplinare di mostre temporanee, rassegne cinematografiche, e progetti performativi. Nel 2015 prende forma fisicamente a Milano, negli spazi di un ex-distilleria di inizio Novecento. L’obiettivo? Quello di mettere il credo della designer in pratica: “voglio che la cultura sia attraente”. Missione compiuta.

Dopotutto, non vi è nulla che la signora della moda non riesca a rendere interessante.

Foto: Pinterest