La moda non è un tribunale

da | FASHION

Tra nomine criticate e feed sociale indignati, stiamo davvero cercando giustizia nel fashion system o solo facili consensi?

La moda oggi sembra aver confuso la passerella con il patibolo. Non si giudicano più solo le collezioni, ma i volti dietro le idee, i corpi dietro i bozzetti, le identità dietro i comunicati stampa. Se sei uomo, bianco e magari pure etero, la condanna arriva ancora prima del debutto. Il processo è pubblico, il verdetto già scritto: non rappresenti il cambiamento, sei il problema.

Succede ogni volta che un nuovo direttore creativo viene annunciato. Non importa il curriculum, la visione, l’estetica: importa il genere, la provenienza, l’orientamento sessuale. La moda, che da sempre ha giocato con i codici dell’identità, ora sembra più interessata a compilare check-list politicamente corrette che a riconoscere un’intuizione brillante, una mano esperta, un pensiero fuori dal coro.

Ma se l’obiettivo era l’inclusione, come siamo finiti a fare esclusione al contrario?

Oggi, nel qui e ora, il talento è spesso valutato dopo l’etichetta. E se quell’etichetta non corrisponde a una narrazione “vendibile”, allora non importa quanto tu abbia lavorato, studiato, osato. Sei out. Non abbastanza queer, non abbastanza giovane, non abbastanza outsider. Troppo uomo, troppo bianco, troppo privilegiato. Troppo tutto.

E così ogni nomina diventa un caso mediatico, ogni nome un hashtag, ogni volto un simbolo politico da schierare o cancellare. Demna da Gucci? Un déjà-vu patriarcale. Piccioli a Balenciaga? Occasione persa per far spazio a qualcosa di “nuovo”. Alessandro Michele da Valentino? Ma ancora lui?

Il paradosso è servito: si lotta per rompere le regole del sistema usando esattamente le sue stesse logiche escludenti. 

Si reclama spazio per le donne, ma solo quelle che performano nell’attivismo secondo le regole social. Si parla di rivoluzione, ma si ignora che la vera rivoluzione, spesso, è silenziosa, difficile, stanca. Non sempre arriva in forma di lookbook.

L’altra faccia della moda

E poi c’è l’altra faccia della moda, quella che si tace perché fa troppo scalpore dirlo -siamo mica matti?-. 

Siamo sicuri che tutte le donne vogliano davvero sedersi su quella ambitissima sedia creativa? su quel trono instabile che divora weekend, notti, salute mentale e relazioni personali? O stiamo proiettando un modello di successo maschile su corpi femminili che magari sognano tutt’altro?

Lavorare nella moda ad alti livelli non è un privilegio: è un sacrificio. Eppure, chi osa dirlo, viene subito zittito. Come se il solo fatto di mettere in discussione questa narrazione fosse un atto di tradimento nei confronti del femminismo. Ma forse l’errore più grande è proprio questo: ridurre la complessità dell’essere donna a un’unica ambizione valida. Diventare la nuova Miuccia. A qualsiasi costo.

La verità è che il talento non è obbligatorio. La visione creativa non è garantita. Non tutte sono geniali, e va bene così.  Il femminismo non dovrebbe costruire idoli da difendere a ogni costo, ma spazi in cui ogni donna possa scegliere se esserci, come, e se valga davvero la pena.

Donne e moda

Mentre i caroselli su Instagram si riempiono di post indignati, ci dimentichiamo delle lavoratrici vere, di quelle che non firmano collezioni ma si rompono la schiena nei laboratori tessili, nei magazzini, negli store. Loro, invisibili. Loro, senza like. Non abbastanza glamour per farci sentire dalla parte giusta della storia.

Allora forse, se vogliamo davvero parlare di equità, dovremmo spostare lo sguardo. Guardare in basso. Dove non c’è hype, ma fatica. Dove non c’è un compulsivo “blablabla” , ma competenza. Dove le battaglie non si fanno con i commenti ma con i contratti.

Perché il punto non è che ci siano ancora troppi uomini nei posti di potere. Il punto è che ci sono ancora troppe donne nei posti sbagliati.

 E nessuno ne parla.

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