Il femminismo veste la moda? 

da | FASHION

Tra i brand dilaga il femminismo, ma ai vertici comanda ancora lui

Dalle magliette con slogan femministi ai post su Instagram contro il patriarcato: la moda parla sempre più “al femminile”. Ma dietro i riflettori, chi comanda davvero? Spoiler: non sono le donne.

Femminismo e fashion: love story o marketing strategy?

Negli ultimi anni, la moda ha fatto del femminismo il suo trend preferito. T-shirt con messaggi empowering, sfilate all’insegna dell’inclusività, brand che si dichiarano “alleati delle donne”. Ma quanto di tutto questo è autentico? E quanto, invece, è solo una strategia per vendere più abiti e like?

Il punto è che, mentre sulle passerelle il messaggio è chiaro (“Girls support girls”, “Power to women”, etc.), nei piani alti dei grandi marchi il girl power si dissolve. Le donne sono ancora troppo poche nelle posizioni che contano davvero, come quelle di direttore creativo.

Donne dietro le quinte? Ancora troppo poche

Diamo un’occhiata ai numeri: secondo un’analisi di Linkiesta, la maggior parte degli studenti di fashion design sono donne. Ma quando si tratta di dirigere una maison storica, la storia cambia. A occupare le poltrone più importanti sono quasi sempre uomini bianchi.

E quando una donna riesce a emergere, spesso è vista come l’eccezione, non la regola. Sarah Burton, dopo anni alla guida di Alexander McQueen, ha lasciato. Gabriela Hearst ha salutato Chloé. Al loro posto? Ancora uomini. E la lista continua.

Eccezioni luminose, ma isolate

Maria Grazia Chiuri è una delle poche a resistere: è la prima donna a dirigere Dior, e sulle sue passerelle non mancano i riferimenti al femminismo (ricordi la maglietta “We Should All Be Feminists”?). Ma lei stessa ha ammesso quanto sia difficile cambiare le cose da dentro un sistema così conservatore.

Anche Giovanna Engelbert da Swarovski e Louise Trotter sono nomi importanti. Ma sono piccole crepe in un muro ancora solidamente maschile.

Se è femminismo, allora servono i fatti

Quello che sta succedendo ha un nome preciso: femminismo performativo. Ovvero, quando si usa il linguaggio della parità di genere solo per migliorare l’immagine pubblica. Un femminismo estetico, che sta bene in passerella e su TikTok, ma non sposta davvero il potere.

E no, non basta far sfilare modelle curvy o usare pronomi neutri su Instagram. Se dietro le quinte le decisioni sono sempre prese dagli stessi uomini, allora siamo ancora al punto di partenza.

Prada Resort 2019 fashion show on May 4, 2018 in New York City.

Cosa serve per cambiare davvero

Parlare di parità è importante, ma servono anche:

• Più donne a capo dei brand.

Percorsi reali di crescita per le giovani designer.

Trasparenza nelle assunzioni e nei board creativi.

Mentorship per costruire leadership femminili.

Il cambiamento deve essere sistemico, non stagionale come le collezioni.

La moda può essere femminista?

Sì, ma solo se smette di usare il femminismo come accessorio. La Gen Z, che chiede coerenza, inclusività e verità, ha gli strumenti (e il potere d’acquisto) per pretendere di più. Non basta vestirsi da femminista. Bisogna esserlo, soprattutto quando si tratta di distribuire ruoli, potere e visibilità.

Nonostante questi progressi, la strada verso una piena parità di genere nella moda è ancora lunga. È fondamentale che l’industria non si limiti a promuovere l’empowerment femminile come tendenza passeggera, ma che si impegni concretamente a garantire opportunità e riconoscimenti alle donne in tutte le posizioni, soprattutto quelle di leadership.

Perché la moda cambia tutto. Ma solo se comincia a cambiare se stessa.

Photocredits: Vogue Italia, Pinterest