Alma e Il lieto intanto. Il coraggio di essere felici prima del lieto fine

da | CULTURE

Con il suo primo romanzo, Il lieto intanto, Alessandra Esposito racconta una storia vera che parla di donne, sacrifici, relazioni e seconde possibilità. Ma soprattutto ci invita a porci una domanda che troppo spesso dimentichiamo: quando abbiamo smesso di vivere anche per noi stessi?

Ci hanno insegnato ad aspettare. Aspettare il momento giusto, la persona giusta, la stabilità economica, la serenità familiare. Aspettare che tutto si sistemi, che le difficoltà finiscano e che la vita, finalmente, assomigli a quella che avevamo immaginato.

Nel frattempo, però, gli anni passano. E noi continuiamo a rimandare. Forse è proprio questa una delle contraddizioni più crudeli dell’esistenza: trascorriamo così tanto tempo a costruire le condizioni necessarie per essere felici da dimenticarci di esserlo.

È da questa riflessione che voglio partire per raccontare Il lieto intanto, il primo romanzo di Alessandra Esposito, in uscita il 9 novembre 2026 per SBS Edizioni. Non è soltanto la storia di Alma, una donna che ha dedicato gran parte della propria esistenza agli altri. È anche una storia che riguarda chiunque, almeno una volta, abbia avuto la sensazione di essere diventato un personaggio secondario della propria vita.

Alessandra, che da anni lavora a stretto contatto con i giovani nel mondo accademico, ha raccolto una vicenda reale e l’ha trasformata in un romanzo. Non per insegnarci come vivere, né per proporci l’ennesima formula della felicità, ma per ricordarci che esistere non dovrebbe essere una concessione da ottenere dopo aver soddisfatto le aspettative degli altri. E, soprattutto, che non tutte le storie hanno bisogno di un finale per meritare di essere vissute.

Il lieto fine può aspettare. La vita, forse, no.

Il titolo del romanzo, Il lieto intanto, sembra quasi una provocazione in una società ossessionata dal lieto fine. Abbiamo davvero bisogno di un finale felice oppure dovremmo imparare a riconoscere la felicità mentre accade?

«Credo che siamo cresciuti un po’ tutti con l’idea che, prima o poi, debba arrivare quel momento in cui ogni cosa trova il suo posto. Il famoso lieto fine, appunto. Quello in cui tutto si sistema e possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo.

Ma la vita, almeno per come la vedo io, non funziona proprio così. Ci sono situazioni che restano sospese, domande che non trovano risposta, ferite che magari si rimarginano ma lasciano il segno. E nel frattempo? Nel frattempo viviamo. Il titolo nasce anche da questa consapevolezza. Non volevo raccontare un lieto fine, anche perché quel finale non esiste ancora. Volevo raccontare il diritto di essere felici mentre la nostra vita è ancora in costruzione. Non penso che dobbiamo rinunciare al lieto fine. Penso semplicemente che non dovremmo rinunciare a essere felici mentre lo aspettiamo».

Una risposta apparentemente semplice, che nasconde una verità meno rassicurante di quanto vorremmo ammettere. Perché aspettare è comodo, in fondo. Ci permette di immaginare un futuro migliore senza doverci confrontare con ciò che manca nel presente. Ma quando l’attesa diventa un’abitudine, rischiamo di confondere la speranza con la rinuncia.

Essere donne non dovrebbe significare essere indispensabili a tutti, tranne che a sé stesse

Alma è madre, ex moglie, compagna. Una donna che ha costruito la propria identità intorno agli affetti e alle responsabilità. Una figura nella quale non è difficile riconoscere qualcosa delle nostre madri, delle nostre nonne o, semplicemente, di noi stesse.

Per generazioni, il sacrificio femminile è stato raccontato come una virtù. Una donna capace di rinunciare a tutto per la famiglia era una donna da ammirare. Nessuno, però, sembrava particolarmente interessato a sapere che cosa desiderasse davvero. Alma è una donna abituata a sostenere tutti, anche a costo di mettere sé stessa in secondo piano. Perché, ancora oggi, soprattutto alle donne viene insegnato che amare significhi sacrificarsi?

«Perché in fondo è un messaggio che continuiamo a trasmettere, anche senza rendercene conto. Pensiamo a quante volte diciamo di una donna che è una bravissima madre, una moglie esemplare, una persona straordinaria perché riesce a occuparsi di tutto e di tutti. Raramente ci chiediamo come stia lei. E attenzione, non credo che prendersi cura degli altri sia sbagliato. Anzi, penso sia una delle forme più belle dell’amore. Il problema nasce quando quella cura diventa un dovere assoluto e dimentichiamo di avere anche noi dei bisogni. Alma è una donna che ama profondamente, che ha investito tanto negli affetti e nella famiglia, ma che a un certo punto deve imparare a riconoscere anche i propri desideri.

Mi piacerebbe che imparassimo a dire più spesso alle donne che possono essere madri presenti, compagne amorevoli, professioniste appassionate e, contemporaneamente, avere voglia di qualcosa che appartenga soltanto a loro. Non è egoismo. È ricordarsi di esistere».

E forse è proprio quest’ultima frase a meritare qualche secondo di silenzio. Perché abbiamo trasformato la capacità di occuparci degli altri in una misura del nostro valore, dimenticando che nessuno dovrebbe essere costretto a scomparire per dimostrare quanto ama.

L’amore non deve salvarci. Deve lasciarci essere

Nel romanzo, Alma incontra Leo. E già qui sarebbe facile cadere nella trappola della narrazione romantica più tradizionale: una donna ferita, un uomo che arriva, la promessa di una nuova felicità. Ma Leo non è questo. Non è l’eroe destinato a risolvere i problemi della protagonista. È qualcuno che sceglie di esserci, senza pretendere di sostituirsi a lei. In un momento storico in cui abbiamo imparato a catalogare ogni comportamento sentimentale attraverso termini come red flag, ghosting e toxic relationship, forse abbiamo dimenticato di raccontare la normalità di un amore che non ferisce.

Alma incontra Leo, un uomo che non promette di salvarla, ma semplicemente di esserci. In un’epoca in cui si parla continuamente di relazioni tossiche, red flag e dipendenza affettiva, abbiamo forse dimenticato quanto possa essere rivoluzionaria una relazione sana?

«Leo è un personaggio al quale sono particolarmente affezionata. Non è il principe azzurro, non arriva con la soluzione a tutti i problemi di Alma e, soprattutto, non pretende di diventare il centro della sua vita. Leo ascolta. Rispetta i tempi. Accetta anche ciò che non comprende fino in fondo. E non è poco. Oggi utilizziamo continuamente parole ed espressioni per individuare quello che non funziona nelle relazioni. È importante, naturalmente, perché ci aiuta a riconoscere comportamenti che possono farci soffrire. Ma forse dovremmo raccontare un po’ di più anche quello che funziona.

Una relazione sana, secondo me, non è una relazione senza problemi o discussioni. È quella in cui non devi continuamente dimostrare di meritarti l’amore dell’altro. Leo non salva Alma. Le sta accanto mentre lei prova a ritrovarsi. E credo che sia una differenza fondamentale.

Perché l’amore, quello bello, non dovrebbe chiederci di diventare persone diverse, ma lasciarci la libertà di essere quello che siamo, anche con tutte le nostre imperfezioni». C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questa visione dell’amore.

Non l’idea di due persone che si completano perché, da sole, sarebbero incomplete. Ma quella di due individui che scelgono di condividere una parte del proprio cammino senza rinunciare alla propria identità. E forse, in un mondo che continua a confondere l’intensità con la profondità, la presenza con il possesso, è una distinzione che dovremmo imparare a fare più spesso.

La Gen Z sa proteggersi. Ma sa ancora lasciarsi andare?

Il rapporto di Alessandra Esposito con i giovani offre all’intervista una prospettiva diversa. Perché se le generazioni precedenti hanno spesso imparato a sopportare, quelle più giovani sembrano aver sviluppato un linguaggio nuovo per riconoscere i propri bisogni emotivi.

Parlano di confini, consapevolezza, salute mentale e rispetto di sé. Ma esiste anche il rischio che il desiderio di non soffrire si trasformi nella paura di vivere.

La Gen Z sembra avere una maggiore consapevolezza dei propri confini emotivi rispetto alle generazioni precedenti. Secondo lei, i giovani stanno davvero imparando ad amare senza annullarsi oppure stanno semplicemente sviluppando nuove forme di difesa?

«Lavorando da tanti anni con i giovani, ho la fortuna di osservare da vicino come cambiano il loro modo di vivere le relazioni, le aspettative e persino il linguaggio con cui raccontano le emozioni. E devo dire che spesso sono proprio loro a farmi riflettere. Hanno una maggiore facilità, almeno rispetto alla mia generazione, nel parlare di benessere emotivo, di confini e di rispetto di sé. A volte penso che avrei voluto avere anch’io, alla loro età, alcuni di questi strumenti. Poi però mi chiedo se non rischiamo di proteggerci talmente tanto da avere paura di lasciarci andare.

Quando ho ascoltato la storia della donna che ha ispirato Alma, ho pensato anche a questo: a quanto il nostro modo di amare sia influenzato da ciò che abbiamo imparato, dalle aspettative degli altri e dalla paura di deludere qualcuno. Non credo che esista una generazione capace di amare meglio di un’altra. Credo che tutte debbano imparare a trovare un equilibrio tra il desiderio di proteggersi e il coraggio di fidarsi. E forse è una delle cose più belle del mio lavoro: mentre cerco di trasmettere qualcosa agli studenti, spesso sono loro, senza saperlo, a insegnare qualcosa a me».

Chi siamo quando smettiamo di essere ciò che gli altri si aspettano?

C’è una domanda che attraversa tutto il romanzo, anche quando non viene pronunciata apertamente. Chi siamo, al di là delle definizioni? Madre. Moglie. Compagna. Professionista. Ruoli importanti, certamente. Ma nessuno di questi, da solo, può raccontare la complessità di una persona. Alma è madre, ex moglie, compagna, ma prima di tutto è una persona. Quanto è difficile, per una donna, liberarsi dalle definizioni che gli altri le attribuiscono e tornare a chiedersi chi desidera essere?

«Questa domanda mi tocca particolarmente, perché credo che ciascuno di noi, prima o poi, rischi di restare intrappolato nelle definizioni che gli altri gli attribuiscono. Io per prima vivo tante dimensioni diverse. C’è il mio lavoro in Accademia, che occupa una parte importante della mia vita e al quale sono profondamente legata. C’è la scrittura, che negli ultimi anni mi ha permesso di scoprire possibilità che forse non immaginavo. Ci sono gli affetti, le responsabilità, i mille impegni quotidiani. E poi c’è semplicemente Alessandra, con le sue passioni, le sue fragilità e anche qualche sana contraddizione! Ascoltando la storia vera di Alma mi sono chiesta quanto spesso una donna venga vista soltanto attraverso quello che rappresenta per gli altri. Una madre, una moglie, una compagna. Quasi mai ci fermiamo a chiederci cosa desideri quella persona, al di là dei suoi ruoli.

Non credo che il punto sia liberarsi delle proprie responsabilità o cancellare quello che siamo stati. Credo che sia importante ricordarsi che possiamo continuare a cambiare. E che non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno per scoprire una nuova parte di noi».

Una storia vera, senza un finale già scritto

Forse l’aspetto più affascinante de Il lieto intanto è proprio la sua origine. Alma non nasce soltanto dall’immaginazione di Alessandra. Dietro di lei c’è una donna reale, una persona che ha deciso di condividere la propria storia quando quella storia era ancora in corso. Non un passato definitivamente archiviato. Non una vicenda già conclusa, della quale possiamo conoscere le conseguenze. Ma una vita che continua.

Il lieto intanto nasce da una storia vera. Qual è stato il momento in cui ha capito che quella vicenda meritava di diventare un romanzo? E quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra realtà e finzione?

«La cosa che mi ha colpita di più, quando ho ascoltato la storia della vera Alma, non è stata soltanto la vicenda in sé, per quanto intensa e complessa. È stato il modo in cui ha scelto di raccontarmela. Mi hanno colpita il suo coraggio, certo, ma soprattutto il suo entusiasmo. La voglia di aprirsi, di condividere, di ripercorrere anche momenti difficili senza perdere quella luce negli occhi di chi ha ancora tanta voglia di vivere. Non avevo davanti una donna che voleva parlare soltanto di ciò che aveva sofferto, ma una persona che aveva voglia di ritrovarsi, di guardare avanti e di concedersi ancora la possibilità di essere felice. La cosa più bella, e forse anche quella che mi ha ispirata maggiormente, è che la sua storia è ancora aperta. Non c’è un finale già scritto, non ci sono tutte le risposte.

C’è una donna che continua a vivere, a scegliere, a mettersi in gioco. E che, nel frattempo, vuole godersi quello che di bello la vita le offre. Trasformare quella storia in un romanzo è stato emozionante, ma anche una grande responsabilità. Ho cercato di trovare un equilibrio tra realtà e finzione, prendendomi la libertà di costruire personaggi, situazioni e dialoghi, senza perdere mai di vista ciò che mi aveva colpita di più: la verità delle emozioni. Non volevo raccontare soltanto quello che era successo ad Alma. Volevo raccontare soprattutto la sua voglia di esserci ancora, con tutto quello che la vita avrebbe potuto riservarle.

E forse è proprio questo che mi porto dentro di questa esperienza: non tutte le storie hanno bisogno di essere concluse per regalarci qualcosa di bello. Alcune meritano semplicemente di essere vissute, un giorno alla volta».

Il compromesso non è una sconfitta. Ma non può essere sempre la stessa persona a rinunciare

Esiste un’altra contraddizione del nostro tempo. Dopo decenni trascorsi a insegnare soprattutto alle donne il valore della rinuncia, oggi rischiamo di trasformare l’indipendenza emotiva in un nuovo imperativo. Dobbiamo amarci, proteggerci, riconoscere immediatamente ciò che non ci fa bene. Dobbiamo essere risolti, consapevoli, capaci di allontanarci senza esitazioni.

Ma le persone non sono algoritmi. E le relazioni, fortunatamente, nemmeno. Oggi parliamo continuamente di amor proprio, indipendenza emotiva e capacità di mettere confini. Ma non rischiamo di trasformare anche la ricerca del benessere personale in un nuovo obbligo, dimenticandoci che amare significa talvolta anche accettare compromessi?

«Sì, e penso sia un rischio molto concreto. A volte ho l’impressione che siamo passati da un estremo all’altro. Prima ci veniva insegnato che per amore bisognava sopportare tutto. Oggi, in certi messaggi che circolano soprattutto sui social, sembra quasi che qualsiasi compromesso sia una minaccia alla nostra indipendenza.

Io non credo che funzioni così. Le relazioni, quelle vere, richiedono disponibilità, ascolto, pazienza e qualche volta anche la capacità di mettere da parte un proprio desiderio. Non c’è niente di sbagliato, purché questo movimento avvenga in entrambe le direzioni.

Il problema non è il compromesso. È quando a rinunciare è sempre la stessa persona. E poi penso che dovremmo liberarci anche dall’idea di dover stare necessariamente bene, essere sempre consapevoli, risolti, emotivamente impeccabili.

Siamo esseri umani. Ci contraddiciamo, sbagliamo, cambiamo idea, qualche volta torniamo persino sui nostri passi. Il benessere personale non dovrebbe diventare un’altra prestazione da raggiungere. In fondo è un po’ quello che cerco di raccontare con Il lieto intanto: non dobbiamo essere perfetti, né vivere relazioni perfette. Dobbiamo provare a costruire qualcosa in cui ci sia spazio per noi e per l’altro, senza che nessuno debba scomparire».

«E tu, in tutto questo, dove sei?»

Ci sono interviste che finiscono con una risposta. Altre, invece, lasciano una domanda. E forse è giusto così. Perché dopo aver parlato di amore, sacrifici, responsabilità e seconde possibilità, mi sembrava necessario tornare proprio ad Alma. A quella donna che, per tanto tempo, ha saputo esserci per tutti. Se potesse rivolgere una sola domanda a tutte quelle donne che trascorrono la vita a prendersi cura degli altri, dimenticandosi di sé, quale sarebbe?

«Credo che chiederei una cosa semplicissima: “E tu, in tutto questo, dove sei?”. E in realtà è una domanda che rivolgerei a tutti, non soltanto alle donne. Perché penso che, a prescindere dal nostro ruolo, dall’età o dalla storia che ci portiamo dietro, capiti un po’ a tutti di perderci tra le responsabilità, le aspettative degli altri e le mille cose da fare.

Siamo bravissimi a organizzare le giornate, a preoccuparci per chi amiamo, a programmare il futuro. Molto meno a fermarci e chiederci se la vita che stiamo vivendo ci somigli ancora, se ci renda felici o se, magari, ci sia qualcosa che vorremmo cambiare. E non penso servano necessariamente grandi rivoluzioni.

A volte basta concedersi il tempo per qualcosa che ci piace, recuperare un desiderio lasciato in un cassetto, imparare a dire qualche no o, semplicemente, smettere di rimandare sempre ciò che ci fa stare bene.

La vera Alma, con il suo entusiasmo e la sua voglia di continuare a vivere una storia ancora aperta, mi ha fatto riflettere proprio su questo: non dobbiamo avere tutte le risposte, né sapere già come andrà a finire. E allora forse, più che chiederci continuamente dove vogliamo arrivare, dovremmo domandarci come vogliamo vivere il viaggio.

Perché siamo talmente impegnati a cercare il nostro lieto fine che qualche volta rischiamo di perderci tutto il bello che c’è nel frattempo. E sarebbe davvero un peccato non goderci il nostro lieto intanto».

Il diritto di vivere, anche quando tutto è ancora incompleto

Chiudo questa intervista pensando a quante volte abbiamo pronunciato, o anche soltanto pensato, una frase: quando tutto sarà sistemato, allora potrò finalmente… Finalmente partire. Innamorarmi. Finalmente cambiare lavoro. Concedermi qualcosa che desidero. Eppure quel momento perfetto, molto spesso, non arriva.

Non perché la vita sia necessariamente crudele, ma perché è imprevedibile, disordinata, incapace di rispettare i programmi che costruiamo con tanta attenzione. Alessandra Esposito, attraverso Alma, ci ricorda qualcosa che dovremmo sapere già, ma che continuiamo ostinatamente a dimenticare.

Non dobbiamo aver risolto ogni problema per meritare un momento di felicità. Non dobbiamo essere diventati le persone che gli altri si aspettano per avere il diritto di scegliere chi vogliamo essere. E soprattutto non dobbiamo aspettare che qualcuno scriva per noi il capitolo finale.

Perché la vita non comincia quando tutto si sistema. La vita, nel frattempo, sta già accadendo.

E sarebbe un peccato accorgersene soltanto alla fine.