Ci sono persone che non abbiamo mai incontrato, di cui non sappiamo assolutamente nulla e che, probabilmente, non incontreremo mai. Eppure sappiamo cosa mangiano a colazione, dove fanno la spesa, che skincare usano e persino a che ora vanno a dormire.
Benvenuti nell’era del “day in my life”, dove anche andare a prendere un iced matcha può diventare una trama degna di una serie Netflix.

La quotidianità è diventata intrattenimento
Un tempo per intrattenere servivano una sceneggiatura, una telecamera e qualcuno disposto a stare davanti all’obiettivo. Oggi basta un telefono, una luce naturale decente e una vita apparentemente interessante. Su TikTok e Instagram la quotidianità è diventata una vera categoria di intrattenimento: “get ready with me”, vlog, morning routine, weekly reset, grocery shopping, clean with me, study with me. Praticamente qualsiasi attività può trasformarsi in contenuto, compreso fare il bucato.
E la cosa più interessante è che non ci interessa necessariamente chi stiamo guardando. Ci interessa come vive. Una ragazza che si sveglia alle 6:30, rifà il letto, beve acqua con limone, va a pilates, lavora al computer e alle 18 si concede un matcha sembra raccontarci una vita completamente ordinaria. Eppure possiamo passare venti minuti a guardarla fare esattamente quello che facciamo anche noi.

Solo che, nel suo video, sembra tutto infinitamente più bello. Forse una parte del successo di questi contenuti sta proprio nella loro normalità. Non stiamo guardando una celebrità sul red carpet o un attore mentre interpreta un personaggio. Stiamo guardando qualcuno che cucina la pasta, sistema la camera o prepara la borsa per andare in palestra. È una forma di voyeurismo addomesticato, resa socialmente accettabile dal fatto che siamo noi stessi a scegliere di guardare. Il paradosso è che più la vita mostrata sembra spontanea, più spesso è costruita per sembrare spontanea. L’inquadratura è studiata, la luce scelta, la colonna sonora calibrata, il disordine lasciato nel posto “giusto”. Anche il caos, ormai, ha un art director.
Il reality show siamo diventati noi
Se il reality televisivo ci ha insegnato a guardare persone sconosciute vivere insieme sotto una telecamera, TikTok ha fatto qualcosa di ancora più radicale: ha eliminato la casa del Grande Fratello e ha trasformato la vita di chiunque in un reality potenziale. Non servono più concorrenti, confessionali o nomination. Basta aprire la fotocamera.
La differenza è che oggi il pubblico può entrare nella vita degli altri senza nemmeno dover aspettare la prima serata. Possiamo seguire una persona per mesi, vedere la sua relazione nascere e finire, assistere a un trasloco, conoscere il suo cane, osservare la ristrutturazione della cucina e, nel frattempo, sentirci quasi autorizzati a dire la nostra. È qui che il confine tra spettatore e partecipante inizia a diventare pericolosamente sottile.
E forse è proprio per questo che guardare la vita degli altri funziona così bene: ci permette di immaginare versioni alternative della nostra. La ragazza che vive a Milano e passa le mattine nei coffee shop, il ragazzo che lavora da remoto da Bali, la studentessa che studia in una biblioteca bellissima, la coppia che prepara la cena insieme in un appartamento minimalista.

Non stiamo semplicemente guardando loro. Stiamo guardando la vita che potremmo avere. Il “day in my life” diventa così una specie di Pinterest vivente: non ci vende soltanto una persona, ma un’estetica, un ritmo, un modo di abitare il mondo. E forse è proprio questo il vero prodotto.
L’estetica della vita perfetta
Non è un caso che questi contenuti siano spesso costruiti intorno a una precisa estetica. C’è la clean girl, la pilates girl, la corporate girl, la soft life, la city girl, la “that girl”. Ogni identità ha il suo dress code, la sua colonna sonora, il suo caffè e, ovviamente, la sua morning routine.
La vita quotidiana diventa così una forma di personal branding. Anche quando non stai vendendo nulla, stai vendendo qualcosa: te stesso. Il tuo appartamento, i tuoi vestiti, il modo in cui prepari il caffè, i prodotti che utilizzi, il ristorante in cui vai a cena. Tutto può diventare parte di una narrazione coerente e, soprattutto, monetizzabile.

La spontaneità, paradossalmente, è diventata una delle cose più difficili da produrre. Ma c’è anche un lato più umano: guardare gli altri vivere può essere rassicurante. Possiamo sentirci meno soli osservando qualcuno mentre fa colazione, studia, lavora o semplicemente passa una domenica sul divano. I livestream portano questo meccanismo ancora più avanti: non guardiamo necessariamente qualcosa che succede, ma guardiamo qualcuno che esiste in tempo reale.
È il cosiddetto “parallel play” digitale: stare insieme senza necessariamente interagire. Una persona dall’altra parte dello schermo studia, noi studiamo. Lei cucina, noi cuciniamo. Lei sistema casa, noi sistemiamo casa. Non stiamo vivendo la stessa vita, ma per qualche minuto ci facciamo compagnia.
La spontaneità è davvero spontanea?
Il problema arriva quando iniziamo a dimenticare che quello che vediamo è pur sempre una selezione. Nessuno posta davvero “24 ore nella mia vita”. Postiamo le 24 ore che abbiamo deciso di mostrare.
Il momento in cui siamo stanchi, arrabbiati, annoiati o semplicemente non abbiamo voglia di fare nulla raramente entra nel montaggio finale. Anche la noia deve essere esteticamente piacevole per finire online. E così rischiamo di confrontare la nostra vita intera con gli highlights quotidiani di qualcun altro.
Noi vediamo il lavandino pieno di piatti, loro il “Sunday reset”. Noi abbiamo i capelli improponibili alle otto del mattino, loro hanno già fatto skincare, journaling e pilates. Noi siamo ancora sotto le coperte a chiederci perché abbiamo aperto TikTok. Loro hanno già bevuto il loro green juice.

E poi c’è il lato commerciale. Questi contenuti funzionano perché trasformano la pubblicità in una naturale estensione della vita quotidiana. Se una creator mostra cosa utilizza durante la sua mattina, il prodotto non appare necessariamente come una pubblicità: sembra un consiglio di un’amica.
È qui che il confine tra contenuto e marketing diventa quasi invisibile. Il beauty case, la tazza, il profumo, la borsa, il divano, la lampada, persino il frigorifero possono diventare desiderabili semplicemente perché li abbiamo visti all’interno della vita di qualcun altro. Non vogliamo più soltanto il prodotto.
Vogliamo la vita che sembra arrivare insieme al prodotto.
Quindi, perché li guardiamo?
Forse perché la vita degli altri è sempre un po’ più interessante della nostra. Perché ci incuriosisce entrare, anche solo per trenta secondi, nella routine di qualcuno. Perché ci ispira, ci rilassa, ci fa sentire meno soli o, al contrario, ci permette di fantasticare su una versione completamente diversa di noi stessi.

Ma soprattutto perché internet ha trasformato la quotidianità in una storia. E noi, che per anni abbiamo detto di essere stanchi dei reality, adesso passiamo ore a guardare sconosciuti fare la spesa, preparare il caffè e rifare il letto.
La differenza è che oggi il reality non va più in onda alle nove di sera.
Va in onda tutto il giorno.
E la cosa più assurda è che, a volte, non sappiamo nemmeno se stiamo guardando la vita di qualcun altro o se stiamo semplicemente cercando di capire come dovrebbe essere la nostra.
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