È stata annunciata ieri, 31 agosto, la cancellazione della mostra “John Galliano: Horizons”, la grande retrospettiva che avrebbe dovuto celebrare l’Incroyable della moda al Metropolitan Museum of Art di New York in occasione del prossimo Met Gala. In una nota viene comunicata la presa d’atto, che, tra animi placati e voci già in rivolta, solleva una sola domanda: perché la moda impugna la ghigliottina solo quando sa già da che parte cadrà la lama?
Nel 1896 Henri Bergson pubblicava Materia e memoria, opera in cui rifletteva sul rapporto tra passato e presente. Secondo il filosofo francese, la memoria non ci restituisce indistintamente tutto ciò che abbiamo vissuto, ma lascia emergere dal passato solo quello che il presente richiede di riportare in superficie. Per necessità. Il cervello, in questo, funge da filtro: individua e porta alla coscienza i ricordi utili all’azione presente, lasciando sullo sfondo tutto il resto, che continua a vivere – in silenzio e ben nascosto – nella grande scatola di ciò che una volta fu.
È questo il tipo di memoria di cui sembra esser dotato il sistema moda. Selettiva, utilitaristica. Una memoria che conserva integralmente il suo passato, ma che segue criteri volubili e profondamente discontinui per decidere cosa, e soprattutto quando, riportare alla luce o tenere nell’ombra. Oggi, con la cancellazione della mostra a lui dedicata, John Galliano ne offre forse la dimostrazione più controversa: le amnesie di cui soffre il sistema moda potrebbero essere, in realtà, soltanto un autoindotto falso positivo.

Lo scandalo del 2011 e la riabilitazione firmata Margiela
Torniamo al 2011. John Galliano era all’apice della sua carriera – direttore creativo di Dior dal 1996, aveva trasformato la maison nel teatro più spettacolare della moda contemporanea. L’incroyable, l’enfant terrible, il genio visionario, il trublion della moda: qualunque conversazione lo riguardasse sembrava faticare nel trovare le parole giuste per raccontarne l’opera. Perché parole adatte per la sua opera non ce n’erano, e non ce ne sono tutt’oggi. André Leon Talley arrivò a dire che non esistevano modi normali per parlare di Galliano: il suo lavoro, scriveva, provocava un’esperienza emotiva capace di esaltare i sensi.


Tutto, allora, gridava al genio. Poi, nel febbraio di quell’anno, un video girato in un bar del quartiere parigino del Marais lo mostrò mentre rivolgeva insulti antisemiti ad una coppia. Le immagini fecero rapidamente il giro del mondo e, dopo la sospensione immediata, Dior annunciò il licenziamento di Galliano nel marzo 2011. Seguirono anni di lontananza dalle passerelle e un percorso di riabilitazione. Nel 2013 arrivò la collaborazione con Oscar de la Renta, che gli offrì un temporaneo ritorno nel sistema e, forse, un trampolino di lancio direzionato al ritorno definitivo. Nel dicembre 2014 venne infatti nominato direttore creativo di Maison Margiela, una scelta che, al di là delle discussioni che inevitabilmente la accompagnarono, segnò il suo effettivo reinserimento nell’organismo moda.
Da quel momento, la narrazione attorno a Galliano cambiò nuovamente. La memoria tornò a farsi selettiva. Con Margiela, il sistema sembrava aver improvvisamente riattivato il ricordo del suo genio, archiviando quello delle sue battute d’arresto, messe fuori fuoco. Momentaneamente anestetizzate. Oggi, riaffiorate come nuove.
Un perdono a metà
Il 31 agosto è arrivata la notizia dell’annullamento di John Galliano: Horizons, la mostra che il Metropolitan Museum of Art avrebbe dovuto dedicare allo stilista in occasione del Met Gala 2027. La coscienza del sistema, questa volta, ha scelto di riattivare proprio ciò che per anni aveva tenuto sullo sfondo: non il Galliano del violento genio artistico, ma quello del 2011. Quello del video, degli insulti, delle dipendenze, della condanna.
Nel suo passo indietro, il Met vive la propria ambiguità. Un museo dovrebbe essere, per definizione, custode della memoria storica. Ma può davvero esserlo se sceglie quale memoria custodire? Collaborando con un sistema (quello della moda) che ricorda e dimentica ad intermittenza, il Metropolitan Museum of Art trova nella cancellazione il compromesso perfetto. La lama cade su Galliano, la facciata etica del museo resta intatta e il sistema, ancora una volta, può continuare a decidere cosa ricordare e cosa dimenticare.
Galliano, così, resta perdonato a metà.
Amnesie ad intermittenza: il Met che cancella Galliano è lo stesso che celebrò Lagerfeld
Il problema, affermano, è la responsabilità. Di ciò che si è, si fa, si dice. Allora perché la legge della moda non è uguale per tutti?
Demna Gvasalia, nel 2022, finì al centro di una delle più pesanti controversie della sua carriera – o di qualsiasi carriera. La campagna di Balenciaga di quell’anno, da lui approvata, mostrava chiari riferimenti alla pornografia minorile. Le immagini furono ritirate e la maison si scusò pubblicamente, mentre Demna si assunse la responsabilità per quella che definì una scelta artistica sbagliata. La bufera non segnò però la fine della sua carriera. Il designer georgiano rimase alla guida di Balenciaga e, appena due anni dopo, assunse la direzione creativa di Gucci. Oggi il mondo della moda lo applaude quando tenta, in maniera fallimentare, di evocare l’era fordiana della maison grazie ad un perizoma di troppo su Kate Moss. Se questo è ciò che il sistema chiama redenzione, forse, qualche peccato meritebbe di restare imperdonato.
Ma Demna non è il solo. Ci sono le accuse di molestie sessuali rivolte ad Alexander Wang e le ripetute, esplicite e convinte dichiarazioni antisemite di Ye (Kanye West). Eppure, entrambi continuano ad occupare indisturbati uno spazio nel sistema: chi in passerella, chi collaborando con alcuni dei più grandi colossi dello sportswear.



Poi c’è Karl Lagerfeld. Il caso che rende la contraddizione impossibile da ignorare. Vi è infatti un fattore biologico che cinicamente determina la flessibilità della memoria della moda: la morte. Il Met Gala dedicato a Lagerfeld nel 2023 ne è la prova lampante. A lui fu perdonato tutto, dalle parole offensive sul corpo femminile, quelle sulla migrazione, fino alle offese verso il movimento #MeToo. Perché la morte, si sa, ha il potere di cristallizzare la colpa.
Con la scomparsa del designer, il sistema ha compiuto quella che, per tornare alla filosofia della memoria, Nietzsche definirebbe un’operazione di “storia monumentale”: ha trasformato l’uomo in un mito intoccabile, riducendo le sue uscite reazionarie a semplici eccentricità d’artista. Galliano, in divenire, ha un passato che non può ancora godere di storicizzazione. Nessuna rapida archiviazione guidata da ipocrita leggerezza.


È evidente, allora, che non sia la presenza di un passato problematico a determinare chi può essere ricordato. È il modo in cui quel passato viene percepito dal presente. Bergson sosteneva che ricordiamo ciò che il presente rende necessario ricordare. Forse è proprio qui che il sistema moda tradisce la propria memoria. Ricorda per rispondere alle esigenze del presente. E così lo stesso gesto può diventare imperdonabile o effimero, a seconda di chi lo compie, di quanto tempo sia passato e, soprattutto, del periodo sociopolitico che si vive.
Il punto non è decidere se Galliano meriti o meno una mostra – perchè la risposta è sì. Bensì, chiedersi perché, in un sistema che ha fatto della riabilitazione dei suoi grandi nomi una pratica quasi fisiologica, la memoria torni improvvisamente a essere così precisa solo davanti ad alcuni.
La ghigliottina non è mai il vero problema. Il problema è la mano.


