Nina García: da Barranquilla alla guida di Elle, la storia della prima latina a dirigere una grande rivista di moda americana
Il suo vero nome è Ninotchka. Lo sanno in pochi, e lei non lo corregge quasi mai, non per nasconderlo, ma perché García ha imparato molto presto che nella moda, come nella vita, ciò che resta è ciò che scegli di mostrare. Nina è il nome che ha scelto. Tutto il resto è conseguenza.
È nata il 3 maggio 1965 a Barranquilla, Colombia, in una famiglia della classe media con legami profondi nell’industria tessile locale. La moda era nell’aria prima ancora che diventasse un’ambizione: nei tessuti che passavano di mano in mano, nell’attenzione con cui ci si vestiva per uscire, in quel senso tutto colombiano che l’apparenza non fosse vanità ma rispetto, verso gli altri, verso se stessi, verso il momento.
Suo padre, fuori dagli schemi per l’epoca e per il contesto, vedeva le cose diversamente dalla maggior parte dei genitori della sua generazione. Quando García aveva quindici anni, la mandò a studiare alla Dana Hall School di Wellesley, Massachusetts. Non per allontanarla, ma per aprirle una strada. Da Wellesley a Boston University, poi a Parigi per studiare moda all’ESMOD, poi di nuovo a New York alla Fashion Institute of Technology. Un percorso che attraversa tre continenti e altrettante lingue, García parla correntemente inglese, spagnolo e francese, costruito con quella determinazione silenziosa di chi sa di avere qualcosa da dire ma non ha ancora trovato il mezzo giusto per dirlo. Lo ha trovato nelle riviste.

‘La moda non è mai stata frivola per me. È il modo più immediato che abbiamo di dire al mondo chi siamo, prima ancora di aprire bocca. È per questo che vale la pena prenderla sul serio.’
I primi anni sono stati nei piani bassi dell’industria: pubbliche relazioni per Perry Ellis, ai tempi in cui Marc Jacobs stava iniziando a fare le prime cose che avrebbero cambiato il guardaroba americano. Poi Mirabella, come assistente stylist e market editor. Poi Elle, nel 1995, come associate editor.


Il percorso da lì in poi ha la linearità apparente delle carriere che sembrano inevitabili a posteriori, fashion director nel 2000, editor-at-large nel 2008, un passaggio da Marie Claire come creative director nel 2012, il ritorno a Elle nel 2017 come editor-in-chief. Prima latina a guidare una grande testata di moda americana. Un primato che lei porta senza dichiararlo troppo ad alta voce, ma che pesa, nella responsabilità che implica, nelle storie che ha scelto di raccontare, nelle copertine che ha deciso di fare.
García non è mai stata la giudice che distrugge. È quella che vede, e nella moda, saper vedere è tutto
Al grande pubblico americano, García è nota soprattutto per un altro motivo: è giudice di Project Runway dalla prima stagione, nel 2004. Vent’anni di puntate, migliaia di abiti esaminati, centinaia di designer valutati. Il suo stile da giudice è diventato un riferimento nel linguaggio della televisione di moda: non è la crudele, non è la compiacente. È quella che guarda davvero. Che individua, in un abito ancora grezzo e imperfetto, l’idea che potrebbe diventare qualcosa. O che riconosce, senza infierire, quando l’idea semplicemente non c’è. È una qualità rara, in un formato televisivo costruito sul conflitto, e il fatto che García l’abbia mantenuta intatta per due decenni dice qualcosa sulla solidità di chi è.


Ha scritto quattro libri — The Little Black Book of Style, The One Hundred, The Style Strategy, Nina Garcia’s Look Book –– che non sono manuali di moda nel senso convenzionale del termine. Sono piuttosto dichiarazioni di un metodo: comprare meno, comprare meglio, conoscere se stessi abbastanza da sapere cosa serve e cosa no. Una filosofia minimalista prima ancora che una filosofia di stile, nata in una donna che viene da un paese in cui l’eccesso non era un’opzione e la qualità era l’unica forma di lusso accessibile.

Negli ultimi anni García ha parlato pubblicamente di qualcosa di diverso dalla moda: nel 2018 ha rivelato di aver scelto una mastectomia preventiva dopo aver scoperto di essere portatrice della mutazione BRCA1. Lo ha fatto con la stessa chiarezza con cui parla di un abito, senza drammatizzare, senza minimizzare, con la precisione di chi sa che le parole hanno peso e che usarle bene è sempre un atto di responsabilità.
Ha detto che l’esperienza l’ha resa più grata. Che ha imparato a distinguere meglio ciò che conta da ciò che non conta. Che è, in fondo, la stessa cosa che cerca di fare ogni volta che apre un numero di Elle.
Articolo a cura di Selena Perca
Foto: Pinterest, Getty Images, BOF


