Due linguaggi, una visione condivisa. Antoni Gaudí e Alexander McQueen: quando architettura e moda si ispirano alle forme organiche della natura
Antonì Gaudí è conosciuto, tra i vari motivi che lo hanno portato ad essere uno dei più grandi architetti al mondo, per la sua capacità di portare in vita le sue creazioni. Ad esempio, guardando la facciata di Casa Batlló, arriva un istante in cui l’occhio smette di distinguere l’architettura dalla vita reale. Le superfici sembrano muoversi, le finestre “sembrano occhi che respirano” e le colonne si incurvano come se avessero uno scheletro proprio. È un edificio con la presenza di un organismo.
La stessa impressione nasce quando si osserva una sfilata di Alexander McQueen, quando le silhouette sfidano il peso, i materiali imitano forme animali e i busti ricordano strutture interne del corpo. Anche qui, la moda si avvicina più a un’architettura vivente che a un capo da indossare.


La fusione di due geni del corpo e dello spazio
Gaudí e McQueen non hanno condiviso né un’epoca né un luogo, eppure sembrano dialogare attraverso un’idea comune, secondo la quale la bellezza è come territorio instabile. Entrambi guardano alla natura come a un principio costruttivo. Gaudí studiava ossa e conchiglie, o in generale la natura, per capire come distribuire il peso con la logica di un organismo; le colonne della Sagrada Família si aprono verso l’alto come tronchi che si ramificano. McQueen seguiva un impulso simile, costruendo presenze. Le sue creazioni trasformano il corpo, lo allungano, lo irrigidiscono o lo fanno esplodere in volumi che ricordano ali, membrane e superfici marine. Nel brand la natura non è mai romantica nelle sue collezioni, conservando un’estetica quasi violenta, e questa energia coincide con quella delle forme organiche di Gaudí.

Il volume è il loro linguaggio più immediato. Gaudí rifiutava superfici piatte, preferiva curve che sembrano respirare e richiamavano il movimento vitale. Gli interni di Casa Batlló evocano cavità marine, attraverso spazi che si muovono con chi li attraversa. McQueen trattava il corpo modo simile, utilizzando gonne che occupano tutto il campo visivo, giacche costruite come strutture portanti e corsetti che modellano il torso con precisione, quasi come fossero fatti con un calco. Il corpo diventa un pilastro, un punto d’appoggio per un’architettura effimera.




Anche il colore segue una logica emotiva. Gaudí componeva mosaici con blu intensi, verdi profondi, oro ossidato, senza cercare armonie tradizionali. Ogni frammento dialoga con la luce, cercando di suscitare emozioni profonde in chiunque guardi le sue creazioni. McQueen sceglieva palette che sembrano provenire dallo stesso universo: neri assoluti interrotti da bagliori di verde, borgogna e metalli che emergono senza permesso. Ogni tonalità è un gesto drammatico, che amplifica la tensione della forma.
Il punto in cui i due si avvicinano di più è forse l’esperienza dello spazio. Gaudí progettava ambienti da vivere emotivamente, per questo motivo, entrare nella Sagrada Família è un’immersione sensoriale. McQueen costruiva sfilate che funzionavano allo stesso modo, utilizzando ambienti totali, quasi rituali, in cui lo spettatore veniva coinvolto fisicamente e trasformando la passerella in un luogo di rivelazione.


In entrambi c’è una spiritualità inquieta, un rapporto con l’ombra che non cerca consolazione. Le guglie di Gaudí sembrano creature vigili, mentre gli abiti di McQueen proteggono e feriscono allo stesso tempo. È in questo equilibrio instabile che i due si incontrano davvero, in un arte che fa sentire minuscoli e intensamente vivi.
Articolo a cura di Maddalena Serra
Foto: Pinterest


