Tadao Ando e la lezione del minimalismo

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L’essenzialità di Tadao Ando attraversa architettura e moda, dimostrando che la vera forza nasce dalla sottrazione

Nel 1965 Tadao Ando comprò un biglietto di sola andata per l’Europa. Non aveva una borsa di studio, non aveva appuntamenti, non aveva una università che lo aspettava dall’altra parte. Aveva ventiquattro anni, aveva fatto il pugile per pagarsi i viaggi precedenti, e aveva una valigia piena di libri di architettura che aveva letto e riletto nella casa di Osaka dove era cresciuto.

Visitò Helsinki per vedere Alvar Aalto. Andò a Parigi per vedere Le Corbusier, che non incontrò mai, morì quell’estate. Dormì dove poteva. Guardò tutto. Questa è la biografia di Ando che conta, più di qualsiasi premio Pritzker o commissione museale: quella di un uomo che ha imparato guardando, non studiando. Che ha costruito il suo linguaggio architettonico, cemento grezzo, luce naturale, vuoto come elemento strutturale, senza nessuno che gli insegnasse le regole, e quindi senza nessuno che gli dicesse quali regole fosse lecito ignorare.

L’autodidatta ha un vantaggio che la scuola non può dare: non deve disimparare nulla. La Church of the Light a Osaka, completata nel 1989, è forse l’edificio che meglio sintetizza questa filosofia. Una croce ricavata dall’assenza, due tagli nel cemento che lasciano entrare la luce in una stanza altrimenti chiusa al mondo.

Non c’è ornamento. Non c’è simbologia aggiuntiva. La croce è lì perché quella è una chiesa, e la luce è lì perché quella è la funzione dell’architettura di Ando: far capire dove sei, cosa stai facendo, perché questo momento conta. Con il minimo possibile.

Ando non decora lo spazio. Lo svuota, fino a quando ciò che rimane è inevitabile

Quando si guarda alle collezioni Primavera/Estate 2025-2026 con questo schema mentale, alcune cose diventano più chiare. La stagione ha prodotto silhouette che ricordano, nella loro struttura, un edificio di Ando: la spalla come linea portante, la vita come punto di equilibrio, il tessuto che cade con la stessa inevitabilità con cui il cemento incontra il suolo. Non è una coincidenza, è la stessa domanda posta in due linguaggi diversi. Cosa rimane quando si toglie tutto il superfluo? Issey Miyake, che con Ando condivide non solo la nazionalità ma una certa idea nipponica dell’essenziale, ha spesso parlato di architettura quando descriveva il suo processo creativo. Il pleating come struttura, il corpo come spazio da abitare piuttosto che da decorare. La connessione non è metaforica, è tecnica. Entrambi lavorano per sottrazione. Entrambi credono che la forma più alta di complessità sia quella che non si vede.

Ando ha 84 anni, ha subito la rimozione di cinque organi a causa di un tumore nel 2009, e non ha mai smesso di lavorare. Il suo studio ad Osaka produce ancora edifici in tutto il mondo, musei, chiese, abitazioni private. Non ha cambiato il suo linguaggio. Non ha ceduto alle mode architettoniche che si sono susseguite intorno a lui in cinquant’anni di carriera.

C’è qualcosa di profondamente minimalista anche in questo: la fedeltà a un’idea quando tutto intorno cambia. La convinzione che ciò che è vero una volta resti vero. Che la luce entri sempre dalla stessa parte, se sai dove aprire il muro.

Articolo a cura di Selena Perca

Foto: Pinterest