Memphis presenta “As Seen By”

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Dopo il funzionalismo, l’immagine Memphis e la persistente attualità dell’oggetto simbolico. Memphis presenta “As Seen By”: il progetto fotografico che invita tre fotografi contemporanei a confrontarsi con alcuni dei pezzi più riconoscibili della sua collezione

Quando nel 1981 Ettore Sottsass e il gruppo Memphis presentarono la loro prima collezione al Salone del Mobile, la reazione fu tanto immediata quanto divisiva. Colori accesi, laminati plastici, forme apparentemente arbitrarie, citazioni pop (a volte anche erotiche) e decorazioni prive di giustificazione funzionale sembravano mettere in discussione uno dei principi fondativi del design moderno ovvero l’idea che la forma dovesse necessariamente derivare dalla funzione.

A distanza di oltre quarant’anni, ciò che colpisce non è tanto la forza formale di quei progetti, quanto la loro sorprendente contemporaneità. Il progetto fotografico As Seen By, che affida a Mattia Balsamini, Alecio Ferrari con Danila Saulino e Louis De Belle una rilettura di alcune icone Memphis, non appare infatti come un’operazione nostalgica o archivistica ma, al contrario, evidenzia come questi oggetti continuino a produrre immaginari, a generare narrazioni e a dialogare con la cultura visiva contemporanea. Questo può avere una spiegazione nel fatto che Memphis avesse intuito qualcosa che oggi appare evidente; gli oggetti non sono mai soltanto “oggetti”.

Già negli anni Settanta, Robert Venturi aveva sostenuto che l’architettura non potesse più essere interpretata esclusivamente come costruzione funzionale, ma dovesse essere letta come sistema di segni. Bene, Memphis porta questa intuizione all’interno dello spazio domestico in cui tavoli, lampade e sedute smettono di essere semplici risposte a un problema pratico e diventano elementi comunicativi, simboli, racconti.

Memphis secondo tre linguaggi visivi diversi

La sedia Riviera di Michele De Lucchi, reinterpretata da Mattia Balsamini, ne è un esempio evidente. Isolata nello spazio, privata di qualsiasi contesto narrativo, appare quasi come una piccola architettura autonoma. Gli archi che ne costituiscono la struttura evocano ponti, passaggi, soglie. Non descrivono una funzione, ma costruiscono un’immagine mentale.

Forse ancora più esplicita è la lettura di Tahiti di Ettore Sottsass e Super di Martine Bedin proposta da Alecio Ferrari e Danila Saulino. Le lampade si trasformano in creature, personaggi, presenze animate. È una trasformazione che, in realtà, era già contenuta nei progetti originari. Memphis non ha mai cercato di nascondere la componente narrativa degli oggetti, al contrario, l’ha sempre esibita. Gli oggetti erano (quasi) sempre protagonisti di una scena, capaci di evocare emozioni, memorie e associazioni culturali. Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti del rapporto tra Memphis e il contemporaneo: la società odierna è dominata dalle immagini.

Gli interni vengono fotografati prima ancora di essere abitati, gli oggetti vengono condivisi prima ancora di essere utilizzati. In questo contesto, molte delle intuizioni di Memphis sembrano anticipare la cultura visuale dei social media pur se ridurre Memphis a un precursore dell’Instagrammabilità sarebbe un errore. L’immagine, per Sottsass, non era mai fine a sé ma era uno strumento per mettere in discussione il progetto moderno e la sua presunta neutralità. Dietro ogni superficie decorata si nascondeva una critica alla razionalità assoluta. Dietro ogni colore acceso, una riflessione sulla dimensione emotiva dell’abitare.

Anche il tavolino Hyatt, reinterpretato da Louis De Belle, racconta questa posizione. Nato negli anni Ottanta proprio per la casa milanese di Sottsass, il progetto sfugge alle classificazioni tradizionali poiché non è soltanto un complemento d’arredo, ma una dichiarazione culturale: quella per cui il design non deve limitarsi a risolvere problemi, ma può dare forma a desideri, comportamenti e rituali quotidiani.

Per questo motivo Memphis continua a esercitare una tale influenza su moda, fotografia, arte e cultura visiva. Non tanto per il suo stile, spesso imitato ma raramente realmente compreso, ma perché ha spostato il baricentro del progetto dall’oggetto alla sua capacità di generare significati. As Seen By rende evidente proprio questa eredità. I fotografi coinvolti non documentano gli oggetti Memphis; li interpretano. E nel farlo mostrano come questi progetti continuino a vivere non come reperti storici, ma come dispositivi aperti, ancora capaci di produrre nuove letture.

Forse è questa la vera lezione di Memphis. Non aver sostituito il funzionalismo con la decorazione, come spesso si è sostenuto, ma aver compreso che ogni oggetto, prima ancora di essere funzione, è linguaggio. E che abitare significa sempre, inevitabilmente, abitare un sistema di simboli.

Articolo a cura di Massimiliano Zigoi

Foto: Memphis GC Agency