Black Swan: perfetta da morire

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Cosa accade davvero quando reprimiamo una parte di noi per inseguire la perfezione? Un viaggio tra identità e ossessione attraverso uno dei film psicologici più interessanti degli ultimi anni.


Nessuno si perde all’improvviso

Si inizia con i piccoli compromessi. I sentimenti ignorati. Le emozioni trattenute. Le parti di sé che vengono nascoste perché considerate inappropriate o semplicemente difficili da accettare. Con il tempo quella che nasce come una maschera diventa un’abitudine. E l’abitudine diventa identità. Poi un giorno ci si accorge di non riconoscersi più. Black Swan ci suggerisce proprio questo. Un film spesso ricordato per la follia, ma che in realtà racconta qualcosa che incute timore: il prezzo che paghiamo per diventare la versione perfetta di noi.


L’ossessione della perfezione

Nina è la ballerina perfetta. Disciplinata, controllata. Non arriva mai in ritardo, non alza mai la voce. Vive in una campana di vetro costruita dalla madre. Tutto ciò che fa è orientato ad un solo scopo: essere impeccabile. Quella che può sembrare una qualità in realtà è una prigione. La sua vita gira infatti attorno alle aspettative degli altri: il direttore artistico pretende da lei un cambiamento, il mondo della danza la giudica pesantemente. Proprio per questo il film diventa più universale di quanto sembri. Quanti di noi vivono cercando di raggiungere un’ideale impossibile? Quanti non accettano errori?


Specchi che mostrano fratture

Uno degli elementi più inquietanti e significativi del film è la presenza di specchi. Nelle sale prove, nella camera di Nina, nei corridoi. Ma quegli specchi non hanno solo la funzione di riflettere la sua immagina. Mostrano una frattura. Ogni riflesso suggerisce una distanza da ciò che Nina è e ciò che cerca disperatamente di sembrare. In lei convivono due identità. La ballerina perfetta e controllata, e la ragazza che reclama spazio e libertà. Più Nina cerca di ignorarla, più quella parte diventa ossessiva.


Il cigno nero come identità negata

Ho fatto un sogno stranissimo. C’era una ragazza trasformata in un cigno, ma il principe si innamora della ragazza sbagliata e lei si uccide.

Molti interpretano il cigno nero come una presenza oscura che invade la mente della protagonista. Ma in realtà il cigno nero non arriva dall’esterno. Rappresenta tutto ciò che Nina ha imparato a reprimere: il desiderio, la sensualità, l’istinto. Non è un mostro che la possiede. È una parte di sé che non ha mai avuto il permesso di esistere. Per questo la sua comparsa è molto violenta. Quando qualcosa viene represso troppo a lungo, non scompare. Si nasconde per poi ritornare senza preavviso.


Il messaggio del film

Al di là della danza e della componente psicologica, Black Swan parla di una pressione che molti conoscono. Viviamo in una cultura che celebra la performance, la produttività. Bisogna essere equilibrati, attraenti e brillanti. Ma il rischio è quello che corre la protagonista del film: passare così tanto tempo a costruire un’immagine per poi dimenticare la nostra vera forma. Nina non viene distrutta dal cigno nero. Viene distrutta dall’incapacità di accettare che il cigno bianco e il cigno nero coesistano, perché sono la stessa persona. Non si concede spontaneità, umanità. La perfezione diventa così una forma raffinata di autodistruzione. E forse la domanda che il film lascia allo spettatore è proprio questa: quanto di ciò che siamo abbiamo nascosto per diventare ciò che gli altri si aspettano di noi?

foto: pinterest