In un momento così delicato per l’inquinamento, l’Europa introduce una legislazione che vieta la distruzione degli invenduti nell’industria del tessile. Ecco cosa e come cambierà da quest’anno.
Dimmi cosa indossi e ti dirò chi sei. Brillat-Savarin quando ha ideato questa frase pensava più che altro al cibo, ma al giorno d’oggi, nel mondo del consumo, è molto facile adattarla a qualsiasi categoria di settore. In un’ottica di consumismo e di crisi di spreco, potremmo riadattarla ancora una volta: “Dimmi come consumi e ti dirò chi sei”.
Nel settore dell’abbigliamento il “come consumare” è un argomento che oggi è di urgenza affrontare. Siamo ben oltre al boom economico e alla scoperta del fast fashion, anzi, potremmo definirci a metà della storia, molto più vicini ai titoli di coda che all’inizio. Stiamo vivendo una vera e propria emergenza nell’ambito del consumo tessile, soprattutto per il “dopo” che si cela dietro ogni capo appeso, scelto, provato e comprato. Ma in special modo dietro quelli che non escono nemmeno dal negozio.
Il 9 febbraio 2026 la Commissione Europea ha reso definitivo il divieto di distruzione di qualsiasi prodotto tessile invenduto.

La moda è un fatto soggettivo, ma quando ci troviamo davanti uno skinny color paglierino (ad esempio), scansiamo la rella senza farci troppi problemi. Aldilà di quelle 3 persone che non hanno gusto e le 2 che dovevano prenderli per un musical multicolore, quei pantaloni nel giro di una stagione, esagerando, verrano presi e tolti. Il capo non vende, quindi si toglie dal commercio. Semplice no?
Eh no, perchè il problema arriva proprio qui.
Per tutti gli invenduti che vediamo in un negozio, dobbiamo moltiplicare i numeri in grande, a volte anche in grandissimo. Questi capi vanno eliminati. Nel magazzino non possono stare, l’azienda non ha più spazio tra le nuove collezioni e i vestiti ormani sono fuori stagione e quindi vanno “fatti fuori”.

La gestione degli invenduti è uno dei segreti meglio custoditi nell’industria della moda, ignorando le logiche di sostenibilità e agendo solo seguendo costi-benefici.
Ecco cosa affronterebbe il terribile skinny jeans:
- Distruzione fisica: migliaia di tonnellate di abiti, scarpe e borse in perfette condizioni vengono fatti a pezzi e poi mandati agli inceneritori per produrre energia o finiscono sepolti in una discarica qualsiasi. Il tutto semplicemente per evitare che i capi in eccesso finiscano sul mercato secondario, svilendo il valore del marchio e la sua esclusività, sopratutto nel caso di marchi di lusso.
- Grey market: i molti capi invenduti affrontano un viaggio verso il sud del mondo, come nel caso del fenomeno Kantamanto o il deserto di Atacama. Enormi, ma davvero grandi, quantità di abiti invenduti finiscono nei mercati dell’usato in Africa o in Sud America, ma trattandosi spesso di capi di pessima qualità, almeno il 40% della spedizione arriva già come rifiuto, pronto ad inquinare qualsiasi posto, ma non l’Europa..
- Stock-piling: per chi ha lo spazio l’invenduto rimane in enormi magazzini, vivendo nella speranza della giusta occasione per i saldi o aspettando che il valore fiscale del bene scenda così da rottamarlo con una perdita minore. Ed ecco che si crea un’immobilizzazione di risorse enorme e inefficiente, non proprio una situazione ottimale.
Oggi le cose, con la nuova lista di norme, cambiano in modo radicale.

L’invenduto diventa risorsa sociale da ridistribuire, non più un segreto da nascondere sotto il tappeto.
Si tratta di un’azione di Ecodesign definibile forzata, in quanto se un’azienda non può più distruggere ciò che non vende e così costretta a produrre meno. Una non brutta, ma pessima notizia per il commercio del fast fashion, amante della sovrapproduzione costante del mercato.
Lo smaltimento non viene totalmente abolito, ma diventa l’ultima spiaggia in cui cercare riparo. Infatti, prima di poter considerare la distruzione del capo, anche se riciclabile, le aziende devono dimostrare di averle proprio tentate tutte tra riuso, riparazione e la donazione a enti. Questo verrà monitorato dall’obbligo di un report pubblico annuale sui numeri di prodotti invenduti scartati con tanto di motivazione.
Il divieto diventerà ufficialmente vincolante dal luglio di quest’anno per le grandi imprese. Le medie imprese, invece, avranno tempo fino al 2030 per adeguarsi. Piccole e micro imprese sono attualmente esentate.
Assistiamo a una decostruzione della “cultura dello scarto” e ad una responsabilizzazione per i produttori.
Si tratta di una vera e propria trasformazione della trasparenza sociale, oltre che di responsabilità d’impresa. Il fatto della trasparenza può sembrarci un qualcosa di abbastanza lontano da noi, ma proprio così non è. Il greenwashing, ad esempio, diventa un qualcosa di non più attuabile. Se nel 2010 un’azienda poteva dichiararsi “green” scegliendo i dati a proprio piacere, con la nuova legislazione i dati devono seguire standard UE precisi, eliminando le tanto amate zone grigie del fast fashion.
Con l’introduzione poi del Passaporto Digitale, il consumatore può accedere a tutte le informazioni riguardo al capo che si acquista. Origine delle materie prime, l’impronta di carbonio e le istruzioni precise per la riparazione e il riciclo diventano accessibili e il consumo consapevole non sarà più una prerogativa di pochi.
Il consumatore del 2026 smetterà di comprare fast fashion sapendo esattamente quanta CO2 è costata quella maglietta simpaticissima da 5 euro?

Questo è quello che mi chiedo ascoltando le voci di quegli amici “super sul pezzo” che ti guardano storto quando confessi di acquistare usato. Ma usato vero, non il negozio in centro che rivende al triplo la camicetta di nonna perchè “real vintage”. Oggi fortunatamente le persone che acquistano usato sono sempre di più e che si tratti di eco-ansia o di consumo consapevole questo è un dato rilevante e ottimale per la gestione dello spreco e per l’inquinamento che finora abbiamo prodotto.


