Il make-up è inclusivo?

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Dal Black History Month al mondo beauty italiano, l’inclusività nel make-up come pratica concreta e identitaria

L’avvicinarsi del Black History Month, ricorrenza statunitense celebrata nel mese di febbraio, è diventato un momento sempre più sentito anche dalla comunità BIPoC (Black, Indigenous and People of Color) in Italia. La comunità autodesignata comprende tutte le persone non bianche, le quali, nel corso del mese, celebrano i risultati ottenuti nella lotta contro il razzismo sistemico dalla seconda metà del secolo scorso ad oggi, sottolineando al contempo l’urgenza e l’importanza di creare sempre più spazi inclusivi, nei quali le pari opportunità non restino un obiettivo astratto ma una pratica concreta. Una pratica che riguarda anche il mondo beauty.

Voce all’inclusività make-up sui social

In Italia il tema dell’inclusività nel mondo beauty, più nello specifico nel settore del make-up, viene ancora affrontato da una piccola nicchia di content creator. Tra questi, spicca per tenacia, correttezza e validità la performer e youtuber Loretta Grace. Sulle proprie piattaforme social, Loretta lavora attivamente per dare visibilità a tutte le diverse tonalità di pelle, portando avanti un discorso critico sull’industria cosmetica italiana e internazionale.

Con il format “DIVERS/IT – #ILMAKEUPÈPERTUTTI” su Youtube, Grace mette in luce una problematica ancora attuale: la carenza di prodotti realmente adatti ai diversi fototipi, da quelli molto chiari a quelli molto scuri, considerando anche le diverse caratteristiche della pelle come vitiligine e albinismo. Il make-up, pur essendo percepito come prodotto e pratica estetica superficiale, si rivela essere molto di più. È uno strumento identitario di rappresentazione, autodeterminazione e riconoscimento. Non trovare una tonalità compatibile con il proprio incarnato equivale a una forma di esclusione silenziosa, ma significativa.

La questione mercato: chi affronta davvero il problema?

In quest’ottica, oggi il mercato appare polarizzato tra due fazioni ben distinte. Alcuni brand, come MAC Cosmetics o Fenty Beauty, hanno fatto dell’inclusività il pilastro della propria brand identity e offrono una vastissima varietà di prodotti. Emblematico, ad esempio, è il fondotinta Pro Filt’r Soft Matte Longwear di Fenty Beauty, disponibile in cinquantadue shades e pensato per coprire il maggior numero possibile di totalità di incarnato, da quelli chiarissimi a quelli più scuri.

Al contrario, altri marchi offrono un range di shades estremamente limitato, che esclude le tonalità considerate meno comuni e puntano ad accontentare esclusivamente la fascia di mercato più redditizia. Questa scelta non è neutra. Non riflette solo una questione di mercato, ma una visione culturale più ampia che continua a considerare alcune identità “standard”, e altre marginali. Escludere determinate tonalità significa di fatto negare visibilità e appartenenza a parte della popolazione.

Il panorama italiano e le prospettive future

Nel panorama italiano, dove spesso è sottovalutato il dibattito sul razzismo sistemico e sulla rappresentazione, il settore beauty è un ottimo terreno di confronto. Negli ultimi anni, grazie alle pressioni esercitate dai creator BIPoC che rendono sempre più consapevole la propria community, alcuni brand hanno iniziato a ricalcolare le proprie strategie inclusive. Questo però, non può ridursi ad essere una risposta alle tendenze o operazioni di marketing legate a ricorrenze come il Black History Month. Per essere autentica, questa deve tradursi in un impegno costante: dalla ricerca delle materie prime più funzionali allo sviluppo del prodotto, attuando una comunicazione inclusiva che comprende a sua volta una scelta di modelli più vasta. Invece di proporre un generico volto bianco, si propongano modelli dalla tonalità chiara, media, scura e molto scura.

In questo contesto personalità come Loretta Grace assumono un valore fondamentale per mantenere aperto il confronto. Attraverso contenuti educativi e recensioni consapevoli, e una narrazione che mette al centro l’esperienza delle persone razzializzate, la creator contribuisce a colmare un vuoto lasciato dall’industria tradizionale.

L’inclusività nel make-up non può limitarsi a un’estetica celebrativa o a campagne stagionali legate a ricorrenze. Deve diventare una pratica strutturale dell’industria.

Articolo a cura di Hari Renzitti

Foto: Instagram, Pinterest