Una rilettura audace del classico di Emily Brontë, dove i costumi di Jacqueline Durran trasformano l’estetica in racconto contemporaneo
Ispirato al celebre romanzo “Cime Tempestose” di Emily Brontë, il nuovo capolavoro cinematografico di Emerald Fennell non altera solo parte della trama e i personaggi, ma rivisita l’intero universo narrativo. Soprattutto grazie allo straordinario lavoro di Jacqueline Durran. La costumista britannica, tramite i suoi abiti, è riuscita a rivoluzionare completamente l’ambientazione e la cifra stilistica del libro.
La rilettura tramite gli abiti
La nuova interpretazione del romanzo è stata concepita come un “sogno febbrile a metà tra un fantasy e gli anni 50”. Come un mix di riferimenti storici — Tudor, Georgiano, Vittoriano — e moda contemporanea, creando un linguaggio che comunica direttamente con lo spettatore. Cathy non è più un’innocua figura con abiti discreti. Piuttosto, un’esuberante bionda con uno stile che la rispetta sotto ogni punto di vista, in ogni scena. Durran, creatrice dei costumi per film come Barbie e Spencer, e vincitrice di due premi Oscar per Anna Karenina e Piccole donne, ha selezionato i costumi per questo suo nuovo lavoro senza alcuna accuratezza storica. Ha scelto invece di prendere ispirazione direttamente dagli attori che sarebbero andati ad interpretare quel personaggio.

È soprattutto tramite gli abiti di Cathy, interpretata da Margot Robbie, che si percepisce questa rivisitazione. Il suo personaggio si plasma in una donna consapevole del potere, che enfatizza maggiormente il desiderio e la trasgressione, smontando il romanticismo tradizionale di un romanzo ambientato a fine 1800. Per Cathy sono stati realizzati tra i 45 e i 50 costumi. Ognuno pensato per esprimere una carica vitale e un carattere complesso che prendono forma attraverso stoffe, linee e colori. Dai moodboard degli abiti che Durran ci ha fornito prima dell’uscita del film, si può notare come abbia preso spunto da concept molto diversi tra loro. Ritratti della principessa Sissi, sfilate degli anni 2000 di Dolce e Gabbana, capi di Mugler risalenti agli anni ’90 e editoriali di pin-up avvolti nel cellophane.


Tra i look che hanno maggiormente fatto parlare…
“Al chiaro di luna”
Lo straordinario gioco di luci che crea quest’abito vittoriano, realizzato con un tessuto moderno, ricrea perfettamente l’istante per il quale è stato immaginato: al chiaro di luna. Grazie alla fotografia di Linus Sandgren, quando le luci colpiscono l’acceso nero-blu del tessuto, sembra quasi che Cathy emani lei stessa quella luce.

“In dono”
Per il look della notte di nozze di Cathy, si è preso spunto da una foto degli anni 50, in cui veniva mostrata una donna avvolta nel cellophane, con un fiocco che le circondava la vita e le braccia. Quello che ne viene fuori è un abito che da l’idea di una sposa che si fa lei stessa dono nella notte di nozze, impreziosita da un grande fiocco che suggerisce visivamente che sia lei stessa a trasformarsi in un regalo.

“Birraia tedesca”
Uno dei look più controversi del film è quest’abito, che ricorda i tradizionali abiti bavaresi, con una camicetta bianca, il corpetto aderente dalla scollatura quadrata e l’ampia gonna.

Durran cerca di far comprendere le intenzioni della rivisitazione del romanzo, che è una versione stilizzata di “Cime Tempestose”, da guardare con un occhio diverso per poterlo comprendere. L’abito contiene più riferimenti, dall’epoca dell’ambientazione, alla moda contemporanea fino a qualche spunto anche alla vecchia Hollywood, riunendo tutti quei temi visivi che Fennell voleva portare nel film.


Questa nuova trasposizione di “Cime Tempestose” non chiede allo spettatore di riconoscere fedelmente il romanzo di Emily Brontë. Ma di abbandonarsi a una rilettura audace, sensoriale e profondamente contemporanea. Attraverso i costumi di Jacqueline Durran, il film di Emerald Fennell trasforma l’abito in narrazione, il corpo in manifesto e l’estetica in linguaggio emotivo. Cathy non è più soltanto un personaggio letterario, ma diventa un’icona che attraversa epoche, stili e immaginari, incarnando desiderio, potere e contraddizione. È proprio in questo cortocircuito visivo e simbolico che il film trova la sua forza. Non nel rispetto della tradizione, ma nel coraggio di riscriverla. Dimostrando come un classico possa ancora parlare al presente, se osservato da una prospettiva radicalmente nuova.
Articolo a cura di Sofia Marcolin


