Cercavo amore, ho scelto mio padre

da | CULTURE

Quante volte abbiamo amato qualcuno solo perché ci ricordava qualcosa di familiare?  Cresciamo pensando di cercare l’amore, ma l’uomo che ha scolpito il nostro modo di amare è nostro padre. E così, senza saperlo, finiamo spesso per amare l’eco di un dolore che non abbiamo mai davvero guarito

Familiarità del dolore

Non sempre scegliamo l’amore perché ci fa stare bene. Spesso scegliamo quello che ci è familiare. Quel tipo di dolore che abbiamo imparato a conoscere fin da bambine. Un silenzio che pesa come un macigno. Un’assenza che non chiamiamo più tale perché è diventata routine, una freddezza che non ci fa più paura perché abbiamo già imparato a conviverci.

Ci innamoriamo non di chi ci può guarire, ma di chi ci somiglia. Perché somiglia a quel padre che ci ha insegnato cos’è l’amore — o meglio, cos’è quando manca.

L’uomo che racconta nostro padre

Cresciamo convinte che per essere amate dobbiamo sforzarci di essere viste da chi ci ha guardato distratto. Che per meritare un abbraccio, dobbiamo imparare a non chiederlo troppo forte e che il valore si misura nel sopportare, nel silenziare quel dolore che non ci hanno insegnato a riconoscere.

Così restiamo. In relazioni che ci consumano lentamente, senza rumore. In dinamiche dove insegniamo a qualcuno come amarci, ma non riceviamo mai la lezione. Giustifichiamo i silenzi con la stanchezza, accettiamo l’indifferenza come se fosse protezione. Ci illudiamo che l’assenza possa diventare cura, se solo proviamo abbastanza.

Ma non è così. Non è amore. È solo quella bambina che bussa disperata a una porta chiusa da troppo tempo. E ogni volta che scegliamo un uomo che assomiglia a quel padre lontano, scegliamo di rivivere una ferita mai guarita. Non perché non sappiamo fare diversamente, ma perché è più facile restare dentro un dolore conosciuto, che rischiare di perderci nel vuoto dell’ignoto.

La proiezione: curare il padre nell’amante

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A volte non vogliamo un uomo. Vogliamo un’occasione per cambiare il finale, per riscrivere, attraverso qualcun altro, la storia che ci ha spezzate. Cerchiamo dolcezza dove non c’è. Attenzione in chi ci ignora. Accoglienza in chi ci respinge. E non perché non vediamo la realtà, ma perché in fondo speriamo che, stavolta, l’epilogo sia diverso.

“Se mi ama lui, allora forse valevo amore anche prima.” Come se bastasse il volto somigliante dell’assenza a rimediare a tutto quello che non ci è mai stato dato. Come se un nuovo amore potesse sistemare una vecchia ferita. Ma l’amore non è una medicina. E nessuno può guarire un dolore che non ha causato.

Nostalgia della ferita

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Il punto non è incolpare nostro padre. È responsabilità nostra accorgerci che certe scelte non sono scelte, ma repliche. Precise. Invisibili. Crude. Stessa freddezza che ci fa sentire sbagliate, stessa fatica a farci vedere, stessa voce che ci dice: “sei tu che chiedi troppo.” Allora non è amore, ma un meccanismo di sopravvivenza, è nostalgia. È una bambina che bussa di nuovo alla stessa porta, sperando che, stavolta, qualcuno le apra.

Crescere, però, è anche chiudere quella porta. Non perché non faccia più male, ma perché abbiamo capito che non è lì che troveremo l’amore. Che nessun amore potrà mai colmare un buco lasciato da qualcun altro.

E quando smettiamo di cercare nostro padre negli occhi degli altri, forse, per la prima volta, iniziamo a vedere davvero chi ci sta di fronte. E, ancora di più, chi siamo diventate.

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