Anima e corpo, inconciliabile respiro

da | CULTURE

Anima e corpo si sfiorano, ma restano inconciliabili. Ci illudiamo che dare un nome alle cose basti a contenerle, come se la parola potesse domare il sentire. Ma c’è un punto in cui il linguaggio non basta, e lì, dove l’anima parla senza voce, nasce il vero smarrimento

Dove l’anima inciampa  

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C’è un punto in cui cominci a sentire che qualcosa dentro di te non torna. Un’incrinatura lieve. Una voce sommessa. Come un sussurro che non è tuo, ma ti attraversa. Ti alzi, ti muovi, parli. Il corpo risponde, ma l’anima resta immobile. Ti senti dentro un guscio che ti contiene, ma non ti rappresenta. Ti porti addosso un volto, un nome, delle ossa, ma niente ti somiglia abbastanza.

L’anima chiama da lontano. Il corpo risponde con i suoi limiti. Hai fame, ma non sai di cosa, hai freddo, ma non basta una coperta. Hai paura, eppure non c’è nulla che ti minacci davvero.

L’inquietudine che abita le ossa  

L’anima è inquieta, il corpo obbedisce. E in quella distanza, in quella tensione silenziosa, nasce la confusione. Vorresti fermarti. O partire. Vorresti capire. O semplicemente sentire. Ma ogni volta che provi a dare un nome a ciò che accade dentro, si dissolve. Resta il bruciore. Il peso. La sensazione che ci sia troppo. O troppo poco.

Il corpo come trappola dell’anima  

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Ci hanno insegnato a misurare il corpo, a spezzettarlo in nomi, funzioni, sintomi. A controllarlo come fosse una macchina. Come se nominare qualcosa bastasse a renderlo innocuo e la razionalità fosse un antidoto al caos. Ma basta un silenzio che pesa troppo, una carezza che arriva troppo tardi, una mancanza che si annida nello stomaco e tutto si sgretola.

Un soffio di vento tra carne e cielo  

La scienza osserva. La poesia sente. E tra i due estremi, tra ciò che si può spiegare e ciò che si può solo vivere, ci siamo noi che tremiamo senza sapere perché. Che imploriamo una direzione, anche quando sembriamo fermi. Il corpo ci ancora alla terra. L’anima ci trascina nel vento. E vivere davvero è accettare il tiro alla fune tra i due, lasciarsi strattonare, sporcarsi, sentire.

Quando l’anima smette di fuggire

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Non siamo fatti per incasellarci, ma per contraddirci. Per cercare con le mani quello che sfugge alle parole. Per avere fame d’invisibile anche mentre digeriamo. Solo quando smettiamo di voler risolvere questo dissidio, solo quando ci permettiamo di restare interi anche nelle fratture, succede qualcosa. Succede che smettiamo di voler fuggire da noi stessi, che il dolore si fa voce, non nemico. Succede che corpo e anima non si rincorrono più, ma si riconoscono. E, per un attimo, coincidono.

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