Nuovo anno, stessa me

da | CULTURE

Aspettare il nuovo anno per cambiare? Fa molto 2025: passato. Da quest’anno, il cambiamento avviene un qualunque martedì.

Nuovo anno, nuova me. Anno nuovo, vita nuova. Si chiude un capitolo, e se ne apre un altro. Dal primo gennaio, si ricomincia. Ma chi l’ha detto? Quando il calendario sta per voltare la sua ultima pagina, si viene improvvisamente travolti da un’impellente voglia di radere tutto al suolo, per ricominciare da capo. Si stila una lista di buoni propositi, si giura di non cadere negli stessi errori, si pianifica al dettaglio una rinascita che ripone nei 365 giorni a venire tutte le sue speranze.

Ma poi, il primo gennaio arriva. Ed è tutto esattamente come il giorno prima. E così sarà il giorno dopo. E quello dopo ancora. Quello dopo, ancora. Improvvisamente, non vi è più nulla di nuovo. Solo la routine che ha ripreso il suo ritmo. L’energia di rinnovamento trova nello scandirsi della vita quotidiana il suo peggior nemico, e nonostante l’anno abbia un numero in più, noi siamo sempre gli stessi. Ci piace credere che l’anno nuovo funzioni da tasto reset, capace di azzerare. Come se l’ultima mezzanotte dell’anno fosse un interruttore.

La verità è che non basta un numero diverso per poter ricominciare senza trascinarsi dietro il resto. E se è vero che non basta una mezzanotte per dar vita al cambiamento, è altrettanto vero che non serve aspettarne una. Il tempo non chiede permesso, non aspetta gennaio. E forse nemmeno noi dovremmo farlo.

L’illusione del conto alla rovescia

Gennaio ci rassicura perché promette ordine. Abbiamo trecentosessantacinque pagine bianche di fronte, e gennaio ci fornisce la penna. Sta tutto lì: l’arrivo dell’anno nuovo ci fa pensare che il cambiamento possa essere pianificato, incastrato tra una data e l’altra. Necessitiamo confini, linee nette, un prima e un dopo che ci aiutino a dare ordine ad un caos che ordine non ha. Ma il tempo non è diviso in compartimenti stagni. È inafferrabile, immateriale, incontrollabile. E oggi sarà uguale a ieri, a prescindere dai brindisi fatti o dai chicchi d’uva mangiati sotto la tavola.

Non è il desiderio di cambiare ad essere ingenuo, ma l’idea che esso debba per forza coincidere con un inizio ufficiale. Come se senza un conto alla rovescia, il cambiamento non fosse legittimo.

Il cambiamento che non fa rumore

Ci sono poi i famosi buoni propositi, con la loro gentil violenza innocua. Promesse di miglioramento che nascondono una silenziosa – ma pungente – autocritica, nonché una (mal)sana dose di pressione. Facciamo un elenco di mancanze da colmare e difetti da limare. Perché sì. “Essere sempre gli stessi”, tuttavia, non è un segnale di fallimento. La vita non scorre a colpi di reset, ma attraverso piccoli gesti, scelte quotidiane, abitudini sussurrate che costruiscono chi siamo senza il bisogno di una lista da dover spuntare. Rimanere uguali non significa restare fermi. Significa conoscersi, consolidarsi, accumulare esperienze, consapevolezze, cicatrici, e tanti piccoli nuovi inizi che non hanno bisogno di fuochi d’artificio.

Il cambiamento può nascere in un martedì qualsiasi. In una domenica notte. In un noiosissimo giovedì pomeriggio, o in un infernale lunedì mattina. Si può cambiare dopo una parola detta male. Dopo una detta bene. Dopo una non detta. Forse il vero è cambiamento da dover perseguire è proprio questo: iniziare a credere che esso stesso si celi ovunque. Che le possibilità di imbattervisi sono infinite. E non vengono solo una volta l’anno.

L’augurio è quindi quello di poter dire: nuovo anno, stessa me. Che andrà incontro a nuove esperienze, luoghi, idee, persone, sentimenti, successi, cadute. Ma restando sempre la stessa. E cambiando quando, e se, vorrà. Anche senza quell’imbarazzante trenino ubriaco.

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