Femminismo vs Femminilità: fenomenologia del regresso

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Il 16 dicembre 2025, dalle colonne del New York Times, si è levato un manifesto che trascende la cronaca per farsi sintomo di una frattura epistemologica: “Combattere per la femminilità, non per il femminismo”.

Dietro la retorica suadente del ritorno all’ordine naturale e la promessa di un benessere pre-moderno, si cela infatti una fenomenologia del regresso che impone una disamina severa. Nel livore di un 2025 che pare chiudere un intero ciclo antropologico, l’articolo firmato da Emma Goldberg non si limita a registrare una tendenza di costume, ma codifica una vera e propria apostasia culturale. Descrivendo una generazione che celebra la “caduta del femminismo” tra rituali estetizzanti e un rifiuto programmatico della sfera pubblica, il quotidiano americano formalizza una tesi insidiosa.

L’incompatibilità ontologica tra la natura femminile e l’esercizio della libertà. Il sottotesto è brutale nella sua linearità. Se l’emancipazione ha generato sofferenza, la salvezza non può che risiedere nel suo opposto speculare. È qui che l’attacco al femminismo diviene l’alibi per la restaurazione di una condizione ancestrale, biologica e dipendente.

Sarebbe un errore di imperdonabile miopia relegare tale fenomeno a mero folclore reazionario. Siamo al cospetto di quella dinamica che Susan Faludi, nella sua opera cardinale Backlash, identificò come la reazione sistemica al progresso dei diritti. Una guerra non dichiarata che agisce non tramite la coercizione, bensì attraverso la persuasione mitopoietica, alimentando costantemente la narrazione che vede il femminismo come nemico della felicità. Il sistema, incapace di gestire l’ingovernabilità della donna libera, le offre la nostalgia come rifugio, convincendola che l’infelicità derivi dall’aver abbandonato il recinto, e non dal fatto che il recinto esista ancora.

Il trionfo della Zoe sul Bios

Il nucleo teorico più allarmante di questa critica reazionaria al femminismo risiede nel ripiegamento autarchico sulla sfera biologica. Il rifiuto della scienza medica in favore di un controllo esoterico della fertilità e dell’alimentazione tradisce la volontà di ridurre la donna alla pura immanenza. È qui che il pensiero di Hannah Arendt diviene imprescindibile. Nel suo Vita Activa, la filosofa tracciava un confine netto tra Zoe — la nuda vita, il ciclo inesorabile della necessità biologica — e Bios, la vita qualificata, l’azione che si esplica nello spazio pubblico attraverso la parola e la politica.

Hannah Arendt

L’ideologia della “Nuova Destra Femminile” esorta la donna a ritirarsi integralmente nella Zoe, a farsi custode silente della specie, abdicando alle conquiste del femminismo e al Bios. Si propone uno scambio faustiano: la sicurezza della funzione biologica in cambio dell’irrilevanza politica. Ma una donna ridotta alla sua biologia non è una sovrana del focolare; è un soggetto privato della sua trascendenza.

Una “retrotopia” estetica

Vi è un elemento di profonda inautenticità nella prassi di queste nuove vestali del focolare, che indossano la livrea degli Anni Cinquanta mentre amministrano piattaforme digitali globali. Come teorizzato da Judith Butler, il genere si configura qui come performance parossistica che mira a screditare il femminismo. Non siamo di fronte al recupero di una tradizione perduta, bensì alla messa in scena di un simulacro. Si abita quella che il sociologo Zygmunt Bauman definì Retrotopia: l’idealizzazione di un passato epurato dalle sue contraddizioni e trasformato in utopia rifugio.

Le donne reali del dopoguerra, quelle indagate da Betty Friedan ne La Mistica della Femminilità, non erano le icone serene filtrate dagli algoritmi odierni; erano prigioniere di un “problema senza nome”, costrette ad anestetizzare il proprio intelletto per sopravvivere all’atrofia domestica. La nostalgia odierna è dunque un falso storico, un’operazione di design ideologico che vende la gabbia delle nonne come il privilegio delle figlie, perpetuando l’inganno che il femminismo abbia fallito.

La chimera dell’interdipendenza

Il punto dirimente, che richiede la massima vigilanza critica, attiene alla sfera economica. L’articolo del New York Times promuove il concetto di “interdipendenza” come antidoto all’isolamento competitivo, ponendosi in netto contrasto con i principi del femminismo storico. Tuttavia, Virginia Woolf, con il suo materialismo illuminato, ha già decostruito tale fallacia: “Una donna deve avere denaro e una stanza tutta per sé”. Tale asserzione non è un vezzo borghese, ma la condizione di possibilità di ogni libertà spirituale.

Virginia Woolf

L’interdipendenza presuppone la parità contrattuale tra i soggetti; laddove vi sia disparità nell’accesso alle risorse, non vi è mutualità, ma vassallaggio. Come ammoniva Simone de Beauvoir, il processo di divenire donna — e non di subirsi come tale — passa ineluttabilmente per l’autonomia materiale. Senza sovranità economica, la “femminilità” degrada a merce di scambio per la sussistenza, e il consenso diviene obbedienza mascherata.

La realpolitik delle sovrane

L’articolo pone una dicotomia manichea e fallace: l’alternativa sarebbe tra l’efficienza androgina della donna in carriera e la sottomissione materna della donna “tradizionale”. La storia, tuttavia, ci offre luminosi esempi di come la femminilità possa farsi Potere senza abdicare a se stessa, rompendo lo schema binario imposto dai detrattori del femminismo.

Si guardi a Elisabetta I d’Inghilterra. Il suo rifiuto del vincolo matrimoniale non fu negazione della sua natura, ma affermazione suprema della sua autorità statuale. Ella trasformò la sua stessa fisicità in corpo mistico della nazione, dimostrando che la sovranità femminile non necessita di tutela maschile per legittimarsi.

Si guardi, con ancor più attenzione, a Caterina de’ Medici, la “Regina Nera”. Madre di dieci figli, ella non interpretò la maternità come un rifugio intimista, bensì come uno strumento di alta strategia politica. Reggente in un’epoca di feroci guerre civili, Caterina sublimò il ruolo materno in autorità dinastica assoluta, usando la “cura” come leva per governare la Francia. In lei, la femminilità non è debolezza, ma machiavellica capacità di tessere trame. Ella ci insegna che il grembo può essere la sede del potere più spietato e raffinato.

E si contempli Frida Kahlo, che fece del proprio corpo martoriato e della propria sterilità il teatro di una poiesis universale.

Come ci ricorda Audre Lorde, “non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”. Non è possibile curare le nevrosi del tardo capitalismo rifugiandosi nelle strutture del patriarcato arcaico. Occorre edificare un’architettura nuova, che del femminismo conservi la spinta liberatoria ma ne superi le contraddizioni.

L’abisso della libertà

La stanchezza denunciata è reale, sintomo di un sistema produttivo disumano. Ma la risposta non può essere l’abdicazione della coscienza. La libertà, per sua natura, è vertiginosa; è una disciplina marziale che non concede tregua e che impone la responsabilità radicale delle proprie scelte.

Rifiutare il femminismo in nome di una presunta “femminilità” significa amputarsi le ali per non dover affrontare la fatica del volo.

La sfida intellettuale del prossimo futuro risiede nel rifiutare tanto il modello produttivista che ci vuole macchine, quanto il modello reazionario che ci vuole ancelle. La vera sovranità sta nell’abitare la complessità senza lasciarsi normare.

Lou Andreas-Salomé

Facciamo nostro il monito di Lou Andreas-Salomé, intellettuale che attraversò il Novecento rifiutando ogni etichetta e ogni possesso, una musa che mai si fece oggetto.

«Io non posso vivere secondo un modello, e non potrò mai essere un modello per nessuno; ma vivrò la mia vita come piace a me, qualunque cosa accada.»

Che il tempo a venire ci trovi non nel riposo dei vinti, ma nella vigile inquietudine delle donne libere.

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