Generazione Z: la generazione della sofferenza

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Come la Generazione Z vive (e comunica) il disagio

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di una generazione che sembra convivere quotidianamente con la sofferenza. Non si tratta solo di giovani che vivono nella sofferenza, ma piuttosto di una generazione che vive della sofferenza: la Generazione Z.

Questa fascia di popolazione, nata tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2010, ha iniziato a identificarsi con un linguaggio che ruota intorno al disagio psicologico. Sempre più ragazzi si auto-definiscono “pazienti”, si riconoscono in una diagnosi psichiatrica o manifestano un’attrazione per le terapie, ma non sempre si tratta delle terapie tradizionali, come la psicoterapia o la farmacoterapia.

La ricerca di legittimazione del disagio

Nel mondo della Generazione Z, la sofferenza non è solo un vissuto individuale, ma anche un elemento identitario e comunicativo. L’immaginario collettivo di questi giovani ruota intorno alla ricerca di legittimazione del proprio disagio: un bisogno di sentirsi compresi e validati.

Da un lato, ciò può essere letto come un segno positivo di maggiore consapevolezza sulla salute mentale; dall’altro, solleva interrogativi complessi sul ruolo della società e dei media nella costruzione di questo fenomeno.

Il disagio giovanile in Italia

Secondo i dati ISTAT del 2024, oltre il 70% dei giovani dichiara di aver sperimentato problemi legati alla salute mentale, e uno su due manifesta sintomi di ansia o tristezza.

Per lo psichiatra e sessuologo Rodolfo Pessina, gran parte di questo disagio è la conseguenza diretta dell’esperienza traumatica vissuta durante la pandemia di COVID-19. Un periodo che ha fatto emergere disturbi alimentari (DCA), dipendenze da sostanze o videogiochi e comportamenti autolesivi.

Il ruolo dei social media: dalla condivisione alla performatività

L’esperienza del dolore, amplificata dai social media, è diventata una sorta di performance pubblica. Sulle piattaforme digitali, il vissuto personale si trasforma in contenuto, in narrazione, in ricerca di riconoscimento.

Durante la pandemia, molti giovani hanno condiviso online le proprie fragilità, aprendo spazi di confronto e solidarietà. Tuttavia, col tempo questa sovraesposizione emotiva si è trasformata anche in una pressione costante: la necessità di “performare” la propria vita, di raccontare tutto, anche la sofferenza, attraverso la lente del consenso sociale.

Oggi, la “vita virtuale” richiede attenzione continua e alimenta una cultura basata sull’emozione istantanea, più che sulla realtà concreta e quotidiana. Questo ritmo emotivamente esasperato può diventare opprimente, soprattutto per una generazione che ha imparato a vivere chiusa tra le mura di casa durante i lockdown.

Una nuova speranza: il digitale come risorsa

Nonostante tutto, lo stesso strumento che ha contribuito a creare parte del problema può diventare una risorsa preziosa. Sempre più professionisti della salute mentale e dell’educazione stanno trasformando i social media in spazi di supporto, ascolto e consapevolezza, dove i giovani possono trovare sostegno, condivisione e strategie per gestire ansia e tristezza.

Dalla sofferenza alla crescita

La sfida, oggi, è imparare a usare la tecnologia in modo consapevole, per trasformare la sofferenza in crescita personale.
La Generazione Z può riscoprire, anche attraverso il digitale, il valore della leggerezza, della serenità e della gioia: non negando il dolore, ma imparando a conviverci e a dargli un nuovo significato.

Articolo di Wale Albornoz

Photocredits: Pinterest