L’Italia che corre sul ghiaccio (e inciampa sui cantieri)
Era il 24 giugno 2019 quando, a Losanna, il presidente del CIO aprì la busta con quella lentezza crudele da televoto: “The winner is… Milano Cortina”. Un secondo di vuoto, poi il boato. Delegazioni in piedi, abbracci goffi in giacca e cravatta, ministri che si scoprivano improvvisamente patrioti, sindaci che si promettevano amore eterno davanti alle telecamere. In Italia le breaking news si accavallavano: “L’Olimpiade torna a casa”, “Un sogno per il Paese”, “Occasione irripetibile”. Milano si immaginava già capitale d’inverno; Cortina, con la neve ancora nei ricordi, si rimetteva il rossetto mediatico. In quel momento, uno raro, l’Italia sembrò d’accordo su qualcosa: Milano Cortina 2026 sarebbe stata una vetrina del meglio di noi. Poi il tempo, come sempre, ha preteso la sua parte.

L’hype: il sogno, gli sponsor e il Paese distratto
Da allora, Milano Cortina è diventata un marchio: logo, font dedicato, musiche istituzionali e un lessico che oscilla tra “legacy” e “sostenibilità” come un pendolo ben oliato.
Sul fronte economico il sogno è concreto: quasi mezzo miliardo di euro di sponsorizzazioni, con colossi come Coca-Cola, Allianz, Visa, Airbnb e Alibaba pronti a salire sul podio della visibilità.
I brand parlano di “emozioni” e “valori”, gli organizzatori di “opportunità storica per il Paese”.
La comunicazione istituzionale mostra bambini che pattinano, famiglie felici e panorami dolomitici al tramonto.
E il Paese? Il Paese, come spesso accade, ascolta a metà. Le ricerche dicono che circa due italiani su tre hanno sentito parlare dei Giochi, ma solo una parte sa davvero dove e come si svolgeranno.
È come organizzare una festa gigantesca… e scoprire che molti invitati non hanno ancora capito l’indirizzo esatto.


Millennial e Gen Z: stessa Olimpiade, film diversi
Nelle case italiane, l’Olimpiade non è la stessa per tutti.
Per i Millennial, cresciuti con Torino 2006 e il mito di una breve Italia “che funziona”, Milano Cortina è un ritorno al rito: il tricolore appeso al balcone, l’inno cantato storto ma con convinzione, la speranza di poter dire un giorno: “io quelle Olimpiadi le ho viste”.
La Gen Z, invece, ha un’altra grammatica emotiva. Per loro lo sport è soprattutto contenuto: da vedere in streaming, spezzettato in clip, trasformato in meme.
I sondaggi dicono che meno della metà dei 18-24enni seguirà i Giochi “con attenzione”, ma molti di più sarebbero pronti a andare dal vivo. Tradotto: meno devozione, più curiosità; meno inni, più stories.
I Millennial vogliono sentirsi parte della Storia, la Gen Z vuole far parte del racconto.
Gli uni cercano un ricordo, gli altri un reel.
Milano corre, Cortina scava
A Milano, nel quartiere di Santa Giulia, il PalaItalia, futuro tempio dell’hockey, cresce tra gru, turni notturni e cronometri impietosi. I test event sono saltati, la NHL osserva inquieta, e il governo ha già staccato nuovi assegni per tenere il passo: un impianto privato che, al bisogno, diventerà molto pubblico.
A Cortina, intanto, la pista da bob è la sorella alpina dello stesso destino: costi lievitati, lavori tra sospetti di sabotaggio e un via libera del CIO arrivato solo all’ultimo, con Lake Placid pronta come piano B.
Due cantieri, un solo copione: promesse, ritardi, polemiche e un’ostinazione tutta italiana nel voler dimostrare che “ce la facciamo da soli”. Da lontano, sembrano due ferite speculari nel ghiaccio e nel bosco. Da vicino, l’immagine di un Paese che corre sempre, ma quasi mai in discesa.

Il lato che non finisce in brochure
Poi c’è tutto il resto: strade, viadotti, stazioni, piste ciclabili promesse a ogni conferenza stampa.
A oggi, solo una parte delle 98 opere risulta completata, mentre gli extracosti pesano sempre di più sui fondi pubblici.
Milano Cortina, vista da questa angolazione, è un esercizio di equilibrismo:
tra marketing e bilanci, tra entusiasmo e diffidenza, tra la retorica della “sostenibilità” e i cantieri che divorano boschi, quartieri, tempo.
L’Italia, la neve e lo specchio
Eppure, nonostante tutto, l’immagine che resta è testarda.
È la sera in cui, a febbraio, la fiamma olimpica entrerà in uno stadio italiano e il Paese, per un attimo, si fermerà.
Me li immagino, quel giorno:
i Millennial sul divano, con i figli in pigiama, a dire “Io me la ricordo Torino 2006, ma questa è diversa, questa è la nostra adesso”.
La Gen Z nelle fan zone, il telefono alzato come una torcia supplementare, pronta a montare in tempo reale il video perfetto: inno, spettacolo, fuochi, hashtag.
Fuori dall’inquadratura resteranno i cantieri finiti all’ultimo, i conti saliti piano piano, le polemiche ambientali, le piste alternative mai scelte.
Resteranno lì, come restano sempre in Italia: sullo sfondo, da affrontare “dopo”.

Ma in quell’istante -breve, fragile, televisivo- sarà difficile non sentire qualcosa stringersi in gola. Non perché siamo ingenui, ma perché siamo italiani: capaci di indignarci di giorno e commuoverci la sera davanti a un tricolore che sventola sulla neve.
Il giornalista, allora, dovrà fare il mestiere più ingrato e più necessario:
guardare la stessa scena e vedere tutte e due le Italie, quella che sogna e quella che firma le varianti in corso d’opera.
Scrivere, quindi, che Milano Cortina 2026 è davvero un’occasione straordinaria.
Ma che non basterà una medaglia d’oro per farci dimenticare quanto ci è costata, in soldi, in boschi, in ritardi e in fiducia.
Se riusciremo a festeggiare senza smettere di farci domande, allora sì: queste Olimpiadi avranno vinto davvero. Non solo sul ghiaccio.
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