Gioco o indottrinamento? La nuova linea di skincare Rini punta ai più piccoli, promettendo abitudini sane e componenti naturali. Dimentica però di segnalare le controindicazioni: prima fra tutte, il precoce allenamento ad osservare e correggere il proprio corpo.
Qualche giorno fa, l’attrice ed imprenditrice Shay Mitchell (meglio nota per la serie Pretty Little Liars) ha lanciato il marchio Rini, una linea di skincare espressamente pensata per i bambini dai tre anni in su. Ispirata alle formulazioni e ai rituali della K-beauty, la proposta del brand include maschere in hydrogel e in tessuto, con packaging a tema animale, formule vegane e clean. La promessa? Quella di far sì che anche i più piccoli possano “costruire abitudini sane già dall’infanzia”. Il mezzo? Maschere “rigenerative”. Viene da chiedersi, tuttavia, da cosa debba mai rigenerarsi una bambina di solo qualche anno: da un estenuante pomeriggio tra pennarelli e bolle di sapone?

Ingredienti naturali, capitalismo sfrenato
I prodotti Rini si autodefiniscono a prova di bambino, fieramente realizzati con ingredienti naturali e delicati. Ma è un alibi che non regge. Anzi, che non basta più. Non si può più contare sul paravento del “prodotto sano e sicuro” per legittimare e normalizzare un marketing che, dietro la patina colorata del gioco, introduce i bambini nel linguaggio – e nella pressione – della cura del proprio aspetto, che comincia ancor prima della consapevolezza di sé. Sotto la promessa del naturale si nasconde ben altro: un’industria caratterizzata da un mercato fin troppo saturo, che, invece di reinventarsi, ringiovanisce il target. Letteralmente.


Non si tratta di skincare. Si tratta di insegnare che la pelle – e per estensione, l’aspetto – è qualcosa che può e deve essere migliorato. Che esiste un prima e un dopo, anche quando il prima è quello di un volto ancora troppo ingenuo. Con guance ancora rotonde, naso piccolino, denti in procinto di cadere, e occhi che ancora non riescono ad accettare che i propri giocattoli non prendano vita nel cuore della notte. E che di certo non sanno leggere la lista degli ingredienti.
Perché iniziare a tredici anni, quando puoi farlo a tre?
Il discorso, naturalmente, tocca soprattutto le bambine. Sono loro, da sempre, a crescere con lo sguardo altrui puntato addosso. Fin da piccole imparano che la bellezza è un obiettivo. Che va coltivata, corretta, conquistata. Che il proprio corpo debba esser gestito, sistemato, modellato, prima ancora che vissuto. Così, l’insicurezza non giunge più con l’arrivo della pre-adolescenza, ma molto prima, travestita da gioco. Da maschera a forma di panda, in questo caso.

Il disgusto e la paura che si provano ad undici anni, quando si diventa “signorine”, è un sentimento che solo le donne conoscono. Uno stato d’animo che ogni madre spera di riuscire a ritardare quanto più possibile per le proprie figlie, nel tentativo di preservarle da una cultura che le vuole incasellate ben salde in standard di bellezza impossibili, costrette ad alimentare abitudini malsane. Self-care, cura di sé. Non c’è cura dove germoglia l’ossessione. La cura, l’attenzione verso il proprio aspetto, nasce quando del proprio aspetto se ne ha un’idea. Non prima.

La vera beauty routine a prova di bambino
Indurre nei bambini una precoce attenzione alla propria immagine corporea ha un che di distopico. Non hanno bisogno di preoccuparsi così presto. Hanno bisogno di potersi sporcare, ignorare, di poter crescere senza guardarsi allo specchio con l’idea che ci sia già qualcosa da sistemare. Bisogno di essere bambini. E di vivere l’infanzia senza maschere.
Foto: Rini


