All’s Fair: Girl-Power non Greenwashing!

da | LIFESTYLE

Sono usciti i primi tre episodi di All’s Fair e l’impressione è netta fin dalla prima inquadratura. Non siamo davanti all’ennesimo legal drama scintillante, ma a un racconto sul modo in cui le donne diventano padrone della scena senza chiedere il consenso.

La serie di Ryan Murphy “All’s Fair” apre i battenti il 4 novembre su Hulu con un rilascio “a blocco” iniziale, poi cadenza settimanale. Si attendono dieci episodi per una storia che proclama, più che suggerire, un cambio d’aria nell’immaginario del potere al femminile.  

La cornice è quella di uno studio legale fondato e guidato da donne. Fin qui, una promessa. Ma quello che All’s Fair prova a fare è un’altra cosa: non mostrare l’eccezione, bensì la normalità professionale di protagoniste che non sentono il bisogno di giustificarsi. Nessuna santificazione, nessuna favola edificante; nessuna rinuncia al glamour per comprare credibilità. L’eleganza rimane superficie e linguaggio, mai maschera. È un’estetica che non attenua, bensì, affila.

Kim Kardashian è il volto che calamita l’attenzione, ma qui il nome proprio funziona come segno dei tempi. Portare sullo schermo un corpo-icona che da anni governa la propria immagine significa anche dichiarare che l’autorevolezza può passare anche dalla padronanza del visibile, senza che questo scada in esibizione. Dietro le quinte, poi, c’è una coincidenza biografica che parla da sola. Kardashian ha concluso il suo lungo apprendistato legale, è diventata idonea a sostenere il California Bar e ha atteso i risultati nei giorni del debutto della serie. È un dettaglio irrilevante forse, ma orienta lo sguardo. Quando in scena detta ritmo e linguaggio dell’aula, non sta “giocando all avvocato”, sta attingendo a uno studio reale che ha attraversato per anni.  

Se All’s Fair funziona è perché sceglie un punto di vista politico senza proclami.

Trasforma la legge in palcoscenico di una lotta quotidiana. La trattativa sul valore delle parole, la microfisica dei rapporti di forza, l’equilibrio tra cura e strategia. Le protagoniste non vengono edulcorate; non si mimetizzano in un’idea neutra del professionismo. Restano femminili in modo esplicito — tacchi, linee, luce — e proprio così diventano irriducibili alla caricatura della “donna forte” scritta per emulazione del maschile. La serie chiede allo spettatore di ricalibrare i parametri femminili. Competenza non è più sinonimo di austerità asexed, ambizione non è insulto svilente, presenza non è hybris, è condizione necessaria.

C’è un’altra cosa interessante: All’s Fair rifiuta la pornografia del trauma. Non ci chiede di stimare le protagoniste perché sopportano l’inaudito; ci chiede di guardarle mentre lavorano. E in questo lavoro fa passare, senza sottintesi, la verità più semplice e meno rappresentata. Una donna credibile non è quella che rinuncia a sé, è quella che integra i propri strumenti — estetici, intellettuali, retorici — in un profilo professionale pieno. La serie mette in scena il momento in cui questa integrazione smette di essere “troppo” e diventa normale. O, meglio, il momento in cui la normalità smette di chiedere scusa per essere quello che è, noiosa? forse, ma non meno intrigante certamente.

Lo stile Murphy è riconoscibile: ritmo, dialoghi a lama tagliente, ensemble di attrici che abitano archetipi e li scartano di lato. Ma la parte più contemporanea non sta nel plot twist; sta in come All’s Fair usa il glamour come linguaggio critico. L’abito non compensa un deficit; visualizza una posizione. La luce non seduce; espone. È una grammatica ripulita da anni di sguardo giudicante: niente “sei troppo”, niente “abbassa il tono”. L’ufficio diventa una sala prove del potere femminile come pratica e non come performance.

Vale la pena sottolineare anche l’operazione industriale. La serie arriva con un cast che intercetta sensibilità differenti e target trasversali (Naomi Watts, Niecy Nash-Betts, Sarah Paulson, Glenn Close, Teyana Taylor), dichiarando l’ambizione di un prodotto mainstream che vuole restare popolare e competente insieme. È una scelta programmatica: chiamare pubblici diversi a riconoscere sullo schermo un femminile che non cerca più la legittimazione nello sguardo altrui.  

Dove può migliorare?

Nel governare la tentazione del manifesto. A tratti la tesi spinge, e quando accade si sente la firma autoriale premere sul vetro della macchina da presa. Ma lo scarto vero — quello che fa la differenza nel panorama televisivo — resta. All’s Fair non domanda simpatia, pretende rispetto. Torna ogni settimana come un promemoria morbido ma fermo. Qui non si tratta di dimostrare capacità eccezionali; si tratta di ricondurre a ordinarietà ciò che per troppo tempo è stato letto come eccezione.

Guardarla ora ha senso perché coincide con un punto della conversazione pubblica in cui “empowerment” non è più parola-talismano, ma vera e propria infrastruttura. Reti professionali, alleanze tra donne, capacità di stare dentro ai luoghi che contano senza mimetismo. È anche per questo che il dato biografico di Kardashian — studio, apprendistato, esame — non suona come marketing spicciolo, ma come coerenza fra racconto e realtà. E in un mondo che spesso scambia visibilità per superficialità, questa coerenza vale più di molti slogan.  

La domanda, allora, non è se All’s Fair “piaccia”. La domanda è se eravamo pronti a una narrazione in cui la femminilità non viene tolta dal quadro per fare spazio alla competenza, ma coincide con essa. Se la risposta è sì, la serie sta già lavorando. Se la risposta è no, è esattamente la serie che bisognava mettere in campo adesso.

Foto: Disney