London Fashion Week: il ritorno dell’heroin chic?

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La London Fashion Week SS26 è un insieme di glamour e raffinatezza, una boccata di mondanità in un universo di alternativo e punk, reinterpretati in quello che è il fantasma di un heroin chic più romantico e contemporaneo.

New year, new me!”, è una frase che all’inizio del nuovo anno diventa una prassi, ma che considerati gli inizi dei fiscal year nel mondo della moda potrebbe benissimo ampliare i suoi confini. Ad esempio è un’ottima frase per descrivere la London Fashion Week di quest’anno. Si tratta della prima edizione sotto la guida di Laura Weir, la nuova CEO del British Fashion Council. Insomma…una cosina da nulla da mettere sul proprio LinkedIn.

Per il suo debutto Laura ha voluto rimettere al centro della settimana della moda londinese l’energia creativa della città.

Come da tradizione, i protagonisti sono i designer emergenti, i creativi che hanno bisogno di più spazio possibile e che nella London Fashion Week trovano sempre un porto sicuro. Tra gli assenti ci sono anche grossi nomi come JW Anderson e Vivienne Westwood, ma Simone Rocha e Chopova Lowena hanno assolutamente gestito bene lo spazio lasciato dai non pervenuti.

Una delle novità da ricordare è sicuramente lo show di H&M, seguito da una catwalk sponsorizzata da niente-di-meno-che eBay. Il nome ‘preloved is luxury’ è molto apprezzato, così come il suo concetto…anche se: servono davvero anche i grandi marchi a sfilare? E’ vero che la fashion week nasce come momento di vendita, ma nel 2025 dobbiamo ancora occuparci di sales? Un po’ di arte per amore dell’arte qui?!

Fatto sta che le cose stanno così, ma con Harris Reed ci dimentichiamo presto di questo fattaccio.

Harris Reed, come da consuetudine, ha messo su uno spettacolo niente male. Pizzi, velluti, corsage e crinolina. Poi piume. Ad equilibrare il tutto un elegante animalier.

Lo show è stato battezzato “The Aviary”, per noi comuni: la voliera. Le specie all’interno riprendono i tratti inglesi delle gabbie vittoriane, assieme a quelli americani, rendendo i fianchi più larghi, ma i girovita più stretti. Ingombrante, audace senza remora. Il brio necessario per festeggiare una delle più avanguardiste settimane della moda.

Photo by Lorena R7

Con Bora Aksu iniziamo ad avere i primi sentori su una delle papabili tendenze per il prossimo anno: l’amore. O meglio…il romanticismo. Pizzi e merletti, plissé e addirittura enormi fiocchi e fazzoletti legati sopra il capo. Sfilando nel giardino della chiesa di St. Paul di Covent Garden ha interpretato uno dei più grandi cliché legato al romanticismo: mestizia e innocenza. Apprezzatissimo eh, ma possibile che il romanticismo non si possa rappresentare se non con il pizzo?

Di Petsa porta invece la quota avanguardista di ogni sfilata emergente che si rispetti: parafrasi e decodificazione. Qui psicologia e mitologia, un connubio decisamente peculiare.

Intitolata “Archeologia di sé” rappresenta un invito ad aprire uno scavo archeologico nella nostra memoria. Focalizzata sulle collezioni bridal, ha sentito l’esigenza di dare vita a capi adatti ad occasioni in cui si possono dire altre parole oltre al “S,ì lo voglio“. Questo dopo una richiesta insistente di capi custom portando sulla passerella delle statement t-shirt, sarong e mini dress stampati. Anche qui ritroviamo l’esigenza di un commerciale, anche se apprezzatissimo l’impegno per mantenere il fil Rouge della propria creatività.

Photo via Hypebeast

Mark Fast porta poi la sua british maglieria di lusso. L’ispirazione è il mondo pelagico fatto di sabbia e conchiglie. Il nautico è rappresentato da abiti, top e gonne che si percorrono di trecce in maglia, le quali ne imitano i nodi. La collezione come il vetro del mare si smussa con i nodi e gli intrecci della sua maglieria inglese. “Marea, tempo e trasformazione”, così bottiglie noiose diventano brillanti colorati con la forza dell’acqua.

Chopova Lowena riporta finalmente la vera avanguardia e il punk, caratteristici delle primissime London Fashion Week. Colori, righe e massimalismo: il nuovo punk glamour che ricorda le strade inglesi di ieri, oggi e sperano anche di domani.

Photo via Lorena R7

Polo con colletti a quadretti, “un grido di battaglia per tutte le ragazze eccentriche”, raccontano le designer. Vengono ricreate delle verie e proprie uniformi dedicate a tutti quelli che durante il liceo non avrebbero fatto parte di nessun club, ma che così diventano l’idolo di loro stessi. I look sovraccarichi hanno rappresentato un interessante mix tra gotico, punk e il folclore bulgaro che forse, involontariamente, raccoglie l’estetica di entrambi i movimenti.

La vera icona di questa edizione è sicuramente però Conner Ives. Ideatore della iconica “Protect the Dolls” t-shirt, il designer ha raccolto più di $600,000 per la comunità Trans Lifeline. Ives descrive i suoi capi come “neon dipped house codes, acid dipped rugbys”. L’outcome è una Barbie Malibu rivestita di paillettes, capelli messi in piega e trucco 90ish. Come protagonista il Pop, il Pop e ancora il Pop! Iconico è davvero l’aggettivo più adatto. Le figure cardine del mondo dalle specifiche ispirazioni musicali che si ritrovano nei più storici club della città.

Il romanticismo come trend viene confermato anche da Simone Rocha, come da regolamento. Sovversione e dolcezza fanciullesca.

(Anche) quest’anno Simone inserisce un elemento ribelle, ispirato dal personaggio di un saggio del 1992, dove la tradizione romantica viene distrutta. Gonne voluminose presenti così come la narrazione della moderna femminilità. Anche le perle rispondo all’appello, ma con un carattere diverso, più deciso. Una debuttante scontenta che rimane elegante anche con il suo caratteraccio, rappresentato dai look glamour, ma taglienti. Rigorosamente sentimentale.

Il caos è portato da Natasha Zinko. Ritorna lo smokey eye sbavato, t-shirt fatte a pezzi così come calze e gambaletti. Jeans skinny a vita bassissimissima, si strizza l’occhio a un hangover causato dalla peggior sbornia giovanile. Guardaroba eccentrico e un’evidente voglia di di portare sulla passerella un personaggio sporco, ma credibile, che risulta però un po’ troppo pulito e studiato per camuffarsi in un ambiente a lui sconosciuto. L’equivalente di un radical chic nei panni di un personaggio di skins. Ce la fa eh, ma si vede che viene pagato e incalzato. Dannate influenze social e microtrend, noi della moda non vi perdoneremo mai!

Photo via Hypebeast

Londra diventa un sentimento con Aaron Esh che riesce a trasmettere l’allure di una città intera con una sola collezione.

Sulla passerella si è creato un mood specifico, familiare. L’estetica è tagliente, sovversiva. Arriva il fantasma dell’heroin chic. Pantaloni di pelle aderenti che si accompagnano a cappotti che fanno da bozzolo alle modelle, felpe e maglioni. Punk, ma giovane. La combo jeans e blazer ritorna dal suo sonno profondo. “Cooler than cool”, rappresenta al meglio l’essenza del London style. Seducente e chic, il fumo nero del camino con il suo emaciato e quindi fichissimo spazzacamino.

Pauline Dujancourt riconferma il romantico con una collezione che unisce lutto e rinascita. Simbolo di resilienza, si ispira alla fragile Nina di “Il Gabbiano” di Cechov. Bianco o nero, gioia e dolore, nel mentre grigio e azzurro sporco. E poi fulmini color cobalto. I capi si costruiscono in diversi modi, letteralmente con l’utilizzo di varie tecniche e modalità. Pizzi e rose applicate a mano, tulle e poi la lana. Il romanticismo sa come farsi vedere, anche quando si tratta di malinconia il cui peso si posa sul petto degli ospiti sottoforma di 450 piccoli uccelli. Decisamente importante.

A spezzare il mood greedy londinese è Roksanda che porta sulla catwalk look che alternato abiti in seta a long dress in satin. Poi enormi cappe di blu elettrico.

Tessuti e texture, ma sopratutto geometrie inattese per un luogo così punk e sregolato. Quello che Londra lascia è il caos, che nonostante il classico e il lineare si sviluppa in grandezze esagerate e lunghezze che vanno oltre il normale. Piume, piume e piume. Un glamour che va in crisi adolescenziale, mantenendo comunque il suo rigore, senza però rinunciare alla soddisfazione di essere scomodi e creare scompiglio.

A confermare come l’alternativo è oggi più glamour che mai c’è anche Talia Byre. Oversize e occhiali enormi. Stripes, sono fondamentali. Il feeling percepito è quello di look quotidiani, domestici, strapazzati. T-shirt rugby ingigantite che diventano dei maxi dress che rendono comoda anche la più umida delle strade londinesi. Glamour, sempre e comunque. Con il confortevole rappresentato da quelli che Talia definisce “i capi che io vorrei indossare”, si dà vita a una collezione agevole, simbolo di un perfetto effortlessly chic.

Sono quindi il glamour e il romantico a essere i protagonisti indiscussi di questa London Fashion Week. Ma ci va bene così?

Si perde un po’ quel feeling avanguardista di cui abbiamo sentito tanto vociare negli ultimi anni, ma in favore di un glamour con l’accento rauco per le troppe sigarette. Un qualcosa che se chiudo gli occhi mi dà l’idea di una Londra un po’ più benestante, ma arricchita. Che conosce il freddo delle strade inglesi, ma si adatta a un’esigenza più chic delle attività mondane a cui si deve oggi adattare.

Approda perfino un elegante rigoroso, un costrutto che nella moda londinese è difficilmente rappresentato in modo canonico, ma che nelle ultime collezioni si è inserito senza troppi problemi e di questo un po’ mi dispiaccio.

Londra – la bellissima, immortale Londra – non è mai stata una ‘città’ nel semplice senso della parola. Era, ed è, qualcosa che vive, che respira, un leviatano di pietra che ospita segreti sotto le sue scaglie. Li custodisce gelosamente, nascondendoli nel profondo del suo corpo“. Touché Samantha Shannon.