Dopo più di 50 anni e 133 tentativi, il centro sociale più famoso d’Italia viene sgomberato. Ma cosa ci resta quando tutto viene giù?
«Sono arrivati! Ci stanno sgomberando. Accorrete numerosi in via Watteau» viene annunciato con un post su Instagram.
Il Leoncavallo di Milano, storico centro sociale conosciuto da molti come “Leonka”, è stato sfrattato a sorpresa alle prime luci dell’alba del 21 Agosto 2025. Un sogno infranto, una sconfitta, una perdita collettiva per chi lo viveva e per tutta la città. Sì, perché Milano potrebbe non essere più la stessa senza il suo punto di riferimento per arte, musica e socialità condivisa. Ma non temete, non è la fine del giorno. Tuttavia “le idee non si possono sgomberare”

Un simbolo di rifugio, ora di resistenza
L’amatissimo Leoncavallo rappresenta un rifugio per tutti quei giovani che cercano un posto nel mondo, un’alternativa alla società capitalista. Ma anche per chi semplicemente ha bisogno di un luogo dove sentirsi a casa.
Nato nel 1975 in un ex stabile industriale, ha cambiato sede più volte nel corso degli anni, fino ad arrivare a stabilirsi definitivamente in via Watteau. E nonostante i vari tentativi di sfratto da parte delle autorità, il Leoncavallo ha resistito rimanendo per decenni un simbolo di lotta, creatività e aggregazione.
Ha trascorso così 50 anni di storia, movimenti, contro-cultura, aggregazione giovanile, politica dal basso. Punk, underground, arte alternativa: tutto è nato lì, da chi non trovava posto altrove. Non solo. Nel corso degli anni, al Leoncavallo sono state organizzate tantissime attività: concerti, corsi di fotografia e lingua, laboratori di serigrafia e teatro, un’officina per biciclette e una radio. C’era anche una cucina che aiutava immigrati e senzatetto. Qui sono nate molte iniziative e tanti scrittori e artisti di strada hanno lasciato il loro segno sulle pareti. I murales, raccolti nel libro I graffiti di Leoncavallo, hanno addirittura portato l’assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi a chiamarlo “la Cappella Sistina della contemporaneità”.

Le ragioni dietro lo sgombero
Ma ogni storia ha due facce. Milano sta cambiando e le priorità della città si evolvono. Lo sgombero del Leoncavallo è parte di un progetto di riqualificazione urbana per rinnovare gli spazi e risolvere problemi di ordine pubblico. Il Leoncavallo, infatti, proprio come altri centri sociali è stato visto come un luogo controverso, di attività illegali e criminali. “Le occupazioni abusive sono un danno per la sicurezza, per i cittadini e per le comunità che rispettano le regole” ha commentato Giorgia Meloni sui social. In più, lo sgombero del Leoncavallo non è solo una questione di ordine pubblico. È anche una questione politica. Se da un lato il centro sociale ha rappresentato un fenomeno di resistenza, dall’altro non possiamo ignorare che sia nato da un’occupazione illegale.
Ma lo sfratto di un centro sociale è l’esatto opposto di ciò che dovrebbe essere una città democratica. Non è risolvere un problema: è solo alimentare un conflitto che fa aggravare le fratture sociali e culturali già esistenti. La realtà è molto più complessa, e le contraddizioni sono evidenti. Il Leoncavallo è stato anche un luogo di cultura, creatività e solidarietà, lontano dalle luci della ribalta ma vitale per chi ci ha trovato rifugio.

“Riqualificare” è una parola che si sente spesso, ma cosa significa davvero? Per molti, demolire significa distruggere e sgomberare significa perdere, non solo le persone ma anche la memoria. Ma come dicevamo prima, “le idee non si possono sgomberare” e il Leoncavallo è sicuramente una di quelle che vivrà in eterno.


