Le violenze e le aggressioni che avvengono nella fashion Industry vengono accolte e i colpevoli cancellati…almeno fino a quando non si calmano le acque e gli stessi ritornano sulle prime pagine. Soffriamo di una fashion amnesia?
Il mondo della moda sa fare tante cose, una tra queste è perdonare, forse un po’ troppo velocemente, le “marachelle” fatte da chi nell’industria del fashion non dovrebbe metterci più piede. Dico marachelle perchè i termini giuridici da utilizzare sono tantissimi e non sono sicura di conoscerli tutti. Purtroppo non sono mai cose leggere, ma grandi problematiche che bisognerebbe tenere in una cartella per assicurarsi che chi ha fatto cosa non possa avvicinarsi a più di 200 metri da un qualsiasi ufficio stampa o da un set fotografico.
Se una modella cade non viene più scritturata, se un direttore creativo molesta, viene cacciato per qualche anno, poi dopo chissà.
Arena Homme+ pubblica degli scatti di copertina di Terry Richardson, otto anni dopo lo scandalo che lo riguarda e due anni dalle sue ultime accuse di violenza sessuale.
Le accuse fatte al fotografo di moda riguardano principalmente molestie e aggressioni sessuali, avvenute principalmente durante i servizi fotografici. Diverse modelle e assistenti hanno raccontato di come Richardson usasse la sua posizione di potere per costringerle a compiere atti sessuali, a volte anche di fronte alla macchina fotografica.

Il suo stile fotografico viene spesso definito “porno chic” o “shock factor” in quanto includeva nudità parziali o totali, simulazioni di atti sessuali o atti sessuali reali. Al di là del fatto che questa fosse una scelta artistica, è evidente come fosse anche un terreno fertile per abusi, comportamenti molesti e fuori luogo.
Le prime accuse arrivano nel 2001, dopo il 2010 le denunce si intensificano, nel 2017 arriva il movimento #MeToo e le principali case editrici e marchi di moda rompono i legami con lui. Nel 2023 altre due nuove cause legali per aggressione sessuale.
Il fotografo ha sempre negato le accuse, sostenendo che le sue sessione fotografiche erano sempre consensuali. Inoltre le donne con cui lavorava erano adulte e consapevoli della natura provocatoria del suo lavoro. Si è definito “premuroso e rispettoso” con chi ha fotografato, mentre le accuse sono “piene d’odio e diffamatorie”.
Arena Homme+ riporta delle immagini tributo del fotografo per il regista David Lynch. A gennaio di quest’anno Richardson scatta una campagna per il brand Enfants Riches Déprimés assieme a un photobook, Rats at the Ritz. Questi sono gli ultimi lavori ufficiali firmati da Richardson, ma sembrerebbe che il fotografo abbia lavorato ad altri progetti dietro le quinte, sottolineando come dopotutto non abbia davvero mai smesso di lavorare, semplicemente non lo ha fatto sotto le luci dei riflettori.
Nel 2018 il New York Times pubblica un’inchiesta dettagliata in cui 13 modelli e assistenti uomini accusano Mario Testino di molestie e aggressioni sessuali.
Le accuse risalgono agli anni ’90 e sono riemerse all’apice del movimento #MeToo. Includono palpeggiamenti, avance sessuali aggressive, tentativi di baci forzati e anche masturbazione di fronte ai modelli o assistenti. Alcuni modelli hanno raccontato di essere stati coerciti o di aver subito pressioni a tollerare certi comportamenti. Pena la compromissione della propria carriera lavorativa nel mondo della moda.
Con il tempo le accuse sono arrivate a 18. Gli avvocati hanno sempre negato con forza, addirittura mettendo in discussione il carattere e la credibilità delle persone che hanno denunciato. Le case di moda hanno preso le distanze e Mario ha chiuso la sua agenzia creativa.
Dopo il 2018 la sua attività si è drasticamente ridotta, ma mai del tutto terminata. Nonostante non ricopra un ruolo di primo piano, fino all’anno scorso si sono tenute mostre e pubblicazioni a lui dedicate.
Un’altra inchiesta del New York Times riguarda Bruce Weber. Fotografo di moda dalla fama mondiale, noto per le sue campagne pubblicitarie per brand come Calvin Klein e Ralph Lauren. Il suo stile distintivo si caratterizza per la presenza di modelli muscolosi e da un’estetica sensuale.

Le accuse emergono per la prima volta sempre nel 2017, risalenti a fatti a caduti nel 2014. Un mese dopo il giornale di punta americano raccoglie 15 accuse di modelli uomini che raccontano di molestie e comportamenti inappropriati. Nudità non necessarie, esercizi di respirazione o “sessioni di toccata” che prevedono palpeggiamenti e manipolazioni sessuali non consensuali. Anche qui si riferisce di sensazioni di pressione derivanti dalla posizione di potere di Weber.
A differenza di Testino, i lavori di Weber sono stati ritirati dagli archivi online. Le sue mostre sono state annullate o ritirate e non ha mai fatto ritorno sulla scena.
Per lui l’impatto delle accuse è stato durissimo e il ritorno nella macchina della fashion industry non è mai avvenuto, a differenza di Richardson e dei tentativi di rientro di Testino.
Un altro nome della moda su cui è giusto riflettere è quello di Alexander Wang. Emerse nel 2020, le accuse che lo vedono protagonista sono di molestie sessuali e aggressioni, somministrazione di droghe, esposizione forzata (alcune donne transgender hanno accusato Wang di aver esposto con forza le loro parti intime in pubblico) e abuso di potere. Si parla di 11 casi.

Wang inizialmente ha categoricamente negato, poi nel marzo 2021 ha rilasciato una dichiarazione pubblica in cui esprimeva profondo rammarico per “aver agito in un modo che ha causato dolore”, promettendo di fare meglio e di sostenere il diritto delle vittime di farsi avanti. A tutti questa è sembrata una forma di ammissione implicita o di riconoscimento delle conseguenze delle sue azioni, nonostante non abbia mai ammesso nulla esplicitamente.
L’impatto sulla carriera per Alexander Wang si è limitato e non ha mai portato a un totale annullamento, tutt’ora il marchio sfila e presenta le collezioni regolarmente.
Insomma, le accuse hanno dato vita a un significativo scandalo mediatico, ma dopo tutto il caos l’azienda ha continuato a produrre, con tanto di celebrity endorsement (le Kardashian non hanno davvero mai smesso di indossare i capi del marchio).
Un altro scandalo velocemente dimenticato dalla fashion Industry è firmato Demna Gvasalia. Scoppiato nel 2022 vede protagonista la casa di moda Balenciaga per due campagne pubblicitarie, entrambe gestite da Demna ed entrambe percepite come estremamente problematiche e offensive.
Si tratta della Gift Collection Holiday 2022 e della Garde-Robe Primavera 2023. Nella prima vengono presentati dei bambini piccoli in posa con orsacchiotti peluche vestiti con abiti fetish in stile BDSM. Inutile dire che l’associazione bimbo-imbragatura ha dato vita a una gigantesca indignazione del web, con tanto di accuse di sessualizzazione di minori e promozione implicita della pedofilia. La seconda mostra una borsa del marchio su una scrivania piena di documenti legali. Il problema sta sulla natura di questi documenti che risultano essere parte di una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, legata alla legalità della pornografia infantile. Di nuovo l’onda di odio che ha rincarato la dose con l’accusa di promuovere o normalizzare l’abuso sessuale minorile.
Balenciaga ha inizialmente cercato di scaricare la colpa alle agenzie di produzione e ai set designers. Poi le scuse pubbliche in cui si riconoscono i gravi errori e il disagio causato, assieme alla rimozione delle campagne da tutte le piattaforme.
Sembrerebbe che Balenciaga abbia intentato una causa contro il set designer e l’agenzia di produzione, causa che poi è stata successivamente ritirata. Demna ha anche rilasciato una sua dichiarazione personale scusandosi per la scelta artistica sbagliata, ammettendo il suo grande errore nel non aver capito quanto sarebbe stato inappropriato associare i bambini a certi oggetti. Guarda caso poco dopo arrivano le collaborazioni con organizzazioni per la protezione dell’infanzia.

Demna, in ogni caso, non è stato licenziato o tantomeno allontanato dal suo ruolo. Detto questo, lo scandalo ha avuto un impatto significativo soprattutto a livello di danno reputazionale portando al brand un danno d’immagine enorme. Assieme a un forte calo di popolarità sui social. BoF ha inoltre ritirato il suo “Global Voice Awards” dalle mani di Demna. Il direttore creativo, però, ha comunque continuato a lavorare a pieno regime nel suo ruolo, superato il momento di reset creativo.
John Galliano nel 2011 viene accusato di commenti antisemiti e razzisti, con tanto di video testimonianze.
Il designer in un caffè a Parigi ha espresso idee come “Amo Hitler”, rivolgendo commenti di forte odio a persone vicino a lui. Oltre ai commenti antisemiti, compaiono le accuse di razzismo. Galliano ha ammesso di essere stato sotto l’effetto di alcol e farmaci durante gli incidenti e la sua accusa legale ha sostenuto che il suo comportamento era dovuto da una tripla dipendenza da sonniferi, Valium e alcol. Il tutto aggravato dallo stress lavorativo e dalla morte di una persona molto vicina al creativo.
Galliano ha inizialmente negato di essere antisemita, affermando dopo di non riconoscere la persona nel video e di essere rimasto inorridito dal suo stesso comportamento. Ha intrapreso un percorso di riabilitazione e ha cercato di chiedere scusa pubblicamente, anche se alcune delle vittime hanno messo in dubbio la sua credibilità.
L’industria del fashion ha reagito rapidamente e severamente: Dior lo licenzia, dopo 15 anni di direzione creativa. Così fa anche il suo stesso marchio. Nello stesso anno viene dichiarato colpevole da un tribunale di Parigi. Per circa tre anni dopo lo scandalo, Galliano è stato evitato dal mondo della moda.

In queste storie, quello di Galliano è il comeback più prolifico ed efficace. Nel 2014 diventa direttore creativo di Maison Margiela dando alla maison un’enorme acclamazione critica per le sue collezione d’alta moda e prêt-à-porter, lasciando la direzione solo l’anno scorso. Definito un genio creativo, ha avuto un successo gigantesco con la sua ultima sfilata Haute Couture del brand, di cui tutt’ora si parla.
Ma come dimenticare Stefano Gabbana e i suoi commenti razzisti sui social (associati poi a un attacco hacker). O di quando il brand ha pubblicato dei video promozionali considerati estremamente razzisti e stereotipati per la loro sfilata a Shangai, mostrando una modella cinese che cercava di mangiare cibo italiano con le bacchette in modo goffo e umiliante.
Lo scandalo ha portato a un boicottaggio massiccio di Dolce&Gabbana sul mercato cinese, la cancellazione della sfilata e a un enorme danno reputazionale che tutt’ora rimane nel mercato asiatico.
I due designer, comunque, continuano a gestire il marchio e a presentare le collezioni a livello globale.

Una volta sui social mi sono imbattuta nel racconto di una modella riguardo una campagna pubblicitaria dal disturbante messaggio. Il quale ha portato diverse modelle ad avere crisi di pianto e svenimenti sul set, sia per le condizioni atmosferiche che per l’appropriazione culturale del marchio che aveva richiesto solo modelle di colore e una singola modella caucasica. Tutto questo per raffigurare una sorta di supremazia bianca.
Ora, il fashion world è critico in quanto a rispetto, sotto qualsiasi punto di vista. Chi ci lavora lo sa, le problematiche sono tante e continue. Non c’è set in cui anche io non abbia visto problemi. Che fossero mancanze di rispetto, mancati pagamenti, sfruttamento, commenti di odio o razzismo. Il fashion world è uno degli spazi più problematici in cui lavorare e l’ostacolo è rappresentato sopratutto da chi questo meccanismo lo sostiene.
Ho letto di come il mondo della moda soffra di una “fashion amnesia” e che certi nomi riescono comunque a ri-fare capolino nell’industria, nonostante gli scandali e le problematiche causate. Ed è vero.
Forse perchè nel mondo della moda vengono creati dei mostri sacri a cui tutto si scusa in nome dell’arte e dell’estetica. C’è anche chi sostiene sia necessario separare l’arte dall’artista, ma si dimentica sempre che sostenere l’arte sostiene in ogni caso chi la produce e si tratta quindi di un cane che si morde la coda.
Io ho sempre chiuso i rapporti con qualsiasi realtà mi abbia mancato di rispetto negli anni e tagliare i ponti con certe figure significa perdere lavori e possibilità, ma ho ritenuto più importante la mia dignità e le mie convinzioni etiche e morali. Dare modo di farci prendere a pesci in faccia perchè “lavorare nella moda è sacrificio e ce ne sono duecento come te che domani prenderanno il tuo posto” apre le porte a tantissimi episodi di sfruttamento, violenza e discriminazione.
La moda non può considerarsi un posto d’élite o un paradiso terrestre finché non riuscirà a chiudere i ponti con chiunque non porti rispetto, dalle piccole alle grandi realtà. Ma tanto questo non avverrà mai.
La moda è una delle peggiori industrie in cui lasciare il cuore. La gente è terribile e la cosa peggiore è che non ha problemi ad ammettere di esserlo, anzi. Più di una volta ho sentito personalità vantarsi di aver trovato il modo di raggirare assistenti, modelli o brand. E viceversa. Come se fosse normale, come se fosse giusto. La totale mancanza di rispetto che si cela dietro le campagne più rosee che vediamo in giro per la città sono il punto da cui dobbiamo ripartire.
Non è normale dimenticarsi, non è normale far rientrare a lavorare persone che fino a due anni prima si trovavano a dover giustificare accuse per reati così gravi come l’aggressione sessuale. Forse è necessario chiudere più di un occhio perchè diversamente l’industria del fashion si smantellerebbe e a lavorare rimarrebbero in due. Ma è importante non dimenticare ed è importante denunciare sempre, qualsiasi sopruso e discriminazione avvenga.
Poter utilizzare il proprio potere come moneta di scambio per il silenzio verso un’aggressione o una molestia, rappresenta il totale fallimento dell’industria e nessuno deve mai più rimanere in silenzio.
I miti e le leggende hanno sempre delle spiegazioni oggettive che riescono a smantellarli rovinando la magia che dà vita a delle storie fantastiche. E’ nostra responsabilità smettere di nascondere sotto il tappeto quello che succede solo per mantenere alto un nome. Le modelle vengono cancellate da una lista se per un errore umano inciampano, i creativi ai piani alti possono arrivare a lavoro strafatti e insultare mezzo set. “Però fa arte, però è bravo”, però è un violento e dovrebbe smettere di lavorare, per sempre e per davvero.


