La talentuosa cantautrice partenopea DADA’ torna oggi, venerdì 25 aprile, con il progetto discografico “CORE IN FABULA”. L’album, composto da 16 brani, verrà pubblicato in tre capitoli – il 25 aprile, il 9 maggio e il 23 maggio – ed è già disponibile in preorder in esclusiva sul sito dadaracconta.com.
Dada’ presenterà “CORE IN FABULA” live in anteprima giovedì 22 maggio al Teatro Bolivar di Napoli.
Ciao Dada’. Il 25 aprile uscirà il tuo nuovo progetto discografico “Core in Fabula”. Perché questo titolo?
Mi è sembrato subito un sigillo perfetto per le mie fiabe in musica, che rispecchiano anche il momento della crescita che sto vivendo. Ho legato a questo titolo due spiegazioni personali. La prima riguarda il fatto che proprio leggendo le fiabe è possibile trovare in ognuna di esse un pezzettino del proprio cuore. Non per romanticismo, ma per il valore simbolico, immediatamente evocativo e terapeutico che la fiaba custodisce come mezzo psicologico ed espressione psicologica umana, senza bisogno di interpretazioni.
La seconda motivazione riguarda invece la tipica espressione “lupus in fabula”. Equivale un po’ al dire “Parli del diavolo e spuntano le corna…”. Sta di solito a indicare qualcosa di atteso, quando spunta qualcuno o qualcosa di cui si stava proprio parlando in quel momento. E nel mio caso la mia creatività agisce un po’ così. Abbiamo un bellissimo dialogo, senza pensare troppo, mi tuffo in piena libertà nell’inventare, creare, comporre… tutto mi si spiega poi sempre a posteriori. Quindi è anche un modo per dire a me stessa “Ti stavo aspettando, core in fabula” ! Mi piace molto questo incrociarsi di significati ed energie sul sentiero della mia vita, mi fa sentire in comunicazione con te su qualcosa di più grande, magari l’universo.
Che significato ha per te la fiaba?
Ho legato la mia tesi di laurea in psicologia proprio a questo album. Per me le fiabe sono delle semplici e grandiose genialità umane, come i rituali. Sono molto affascinata dai venti psicologici e antropologici che soffiano dietro le abitudini degli uomini, come quella di raccontare. È eccitante! Ho sofferto studiando la fiaba in psicoanalisi, ho tremato di vita e di morte leggendo le fiabe; ho dovuto guardare in faccia molte cose personali. Adesso tutto questo occupa il mio cuore, che è ingrassato a furia di occuparsi della tecnica della fiabazione: sono in forma!
La data di uscita è il 25 aprile. Come mai hai scelto proprio la Giornata della Liberazione? È casuale oppure ha un significato?
Riprendendo la risposta di prima: tutto converge, ahahah. Ho scelto con il mio team in base ai tempi di lavoro e le ultime cose da sistemare, totalmente a caso. Però è un album molto libero, che si ribella a qualsiasi oppressione, nelle tematiche, nel modo, nelle narrative, nell’estetica, nella ricchezza dei brani. Ed è tutto inventato, coordinato, prodotto artisticamente, esecutivamente ed economicamente da una sola donna, cioè io… Direi che c’è una buona dose di resistenza, di resilienza e di rimescolamento dei ruoli: che possa quindi sprigionare quel che può e che deve anche allineandosi con questo giorno importante! Mi piace. Un applauso al destino, ancora una volta.
Vuoi raccontarci le tematiche principali di questo album?
Sono tante, fluide, convergono, si stratificano. Potremmo dire che la tematica principale è l’umano. E tutto questo è possibile grazie alla fiaba, che per morfologia accoglie significati profondi, tramandati oralmente e offre epifanie importanti. La fiaba è la culla in cui ogni piccolo grande uomo si nasconde e si vizia inconsciamente, grazie ai rituali emotivi e sociali contenuti al suo interno.
L’uomo senza fiaba è ben più perso di un uomo senza Dio. La magia e la fiaba nascono tra i contesti popolari, nel ghetto contadino, luogo pregno di grandiosa umanità e inventiva. Ed è proprio grazie al ghetto che si è potuta conservare la materia che è diventata letteraria. Poi, letteraria, a mio avviso, non perché ci sia bisogno di elevarla o accademicizzarla, ma perché abbiamo avuto la fortuna che qualcuno abbia cominciato a metterle per iscritto, seppur con tanti dettagli, aggiunte e dimenticanze. È questo il bello. La fiaba è perfetta così come è, come la vita. Entrambe nascono da quel “basso”, da quel viscerale che ha la stessa faccia della verità, priva di sovrastrutture, ma bisognosa di magia e rituali.
Come e da dove ti è arrivata l’ispirazione per cominciare a dare forma a questo progetto?
Non ho mai avuto un modo canonico di scrivere, ma ho sempre avuto un modo preciso di raccontare storie, le cose. Leggendo, dipingendo, lavorando in studio di registrazione molto tempo fa avevo già pensato a questo album. Lo porto nel cuore da una vita, è proprio importante per me. Al suo interno ci sono anche canzoni scritte quando avevo 16 anni, come IGOR e ODILIA. Il mio modo di esistere è una fiaba, ma non nell’accezione più conosciuta di qualcosa di “incantato e principesco”, ma nell’accezione più originaria e originale. Sono grottesca, mi piace sviscerare le parti, accetto la bruttezza e la bellezza della vita.
Poi aggiungici che sono napoletana: tutto si mescola, tutto sopporta di essere ibrido, perché monocolore per me sarebbe estremamente triste. La fantasia la pretendo addosso da quando ero piccolina, più di una copertina di Linus. La mia fantasia è la cosa a cui tengo di più al mondo. Come l’antropologo Ernesto De Martino diceva proprio a proposito dei rituali, delle abitudini tradizionali e magiche del Sud Italia, si tratta di materia che prende forma tra gli uomini perché c’è bisogno di “difendersi da crisi di miseria psicologica”. Questo album è uno spogliarello emotivo, psicologico e carnale. Mi sento come se avessi appena apparecchiato una taverna popolare nel borgo della mia anima e stessi per servire “tutto quello che sento”, ma anche “tutto quello che sentite”, perché la fiaba è una cosa umana. Un mio vecchio zio ristoratore, Geppino, sempre animato dal Grottesco, avrebbe detto “Tiè! Magnate, fetenti!”
Perché hai scelto di suddividere l’album composto da 16 brani in 3 capitoli? (Usciranno in modo cadenzato: il 25 aprile, il 9 maggio e il 23 maggio) Un po’ come fanno oggi con le serie tv…
Perché è una serie emotiva difatti, è un viaggio. 16 brani sono tanti oggi. I miei tre capitoli sono tre portali magici in cui lanciarsi a capofitto. Serve energia, tempo e attenzione per compiere un viaggio così lungo e profondo. Si tratta di gradualità, il mio album è un videogioco a livelli per penetrare nei segreti del cuore, non necessariamente il mio.
Le tue fiabe sono quindi messaggi rivolti a chi ti ascolta?
Raccontano di noi, insieme e separatamente. Ogni fiaba può essere personale e collettiva insieme, perché nascono tutte da un fortissimo desiderio inconscio: quello di essere visti, da un tentativo di cooperazione tra le anime, tra i diritti, le mie fiabe non vogliono lasciare nessuno indietro. Sono energicamente collettive. Sono spudoratamente autobiografiche.
Per fare chiarezza: c’è differenza tra fiaba e fabula?
Si, c’è differenza. La fiaba è un racconto fantastico, magico, con struttura narrativa più lunga e complessa, di origine popolare e tramandata oralmente, senza necessariamente una morale con protagonisti e antagonisti, streghe, folletti e tutta una sua morfologia profonda e importante come molti studiosi hanno raccontato nel tempo, da Propp a Louise Marie Von Franz. La fabula è una favola, dunque è un racconto breve con morale e animali parlanti, come quelle lì di Esopo o Fedro.
Il mio album è un ibrido tra fiaba e favola: mi sono servita di entrambe le morfologie per creare una mia forma di racconti e il titolo, come spiegavo su, più che attenersi al contenuto, è un modo carino per dire a me stessa e a chiunque compirà questo viaggio dell’anima “Oh! Ti ho colto con le mani nel sacco, parlavo proprio di te.”

Te le leggevano da bambina?
Me le raccontavano e me le leggevano. Mi piace ricordare che soprattutto la fiaba ha raggiunto le pagine col tempo, prima si tramandava tutto oralmente e derivava tutto dalla fantasia e dalle esigenze del ghetto contadino di occupare il tempo, di suggerire ai più piccoli e di calmare la propria anima, significandosi le esperienze. Infatti, la fiaba non è materia così incantata, politicamente corretta e scevra da storture… e deve essere così. Chiaro che una fiaba originatasi 100 anni fa porta con sé paure, pretese e dislivelli sociali di 100 anni fa, inutile correggerli, anche perché basteremmo aprire un libro di psicanalisi per capire che non c’è nessun pericolo in quei personaggi lì. L’unico pericolo è quello di voler controllare l’inconscio di un bambino e di studiare ad hoc ogni suo input e output; e dico così perché oggi i bambini vengono trattati come computer e lasciati tra i computer.
State ben sicuri che, se incontrate in una fiaba il lupo, Cenerentola che pulisce o Biancaneve morta, che può essere baciata solo da morta, c’è un significato psicanalitico meno retrogrado di quello che si pensi! Anzi, le fiabe sono anche denunce dirette; assomigliano a quelle nonne che urlano improvvisamente nel tentativo di proteggere un nipote che sgambetta verso una scala ripida. Niente paura, è solo la vita.
Che potere pensi che abbiano questi racconti su una bambino/a?
Un potere importante, automatico, anche personalizzato: la fiaba può toccarti nella misura in cui tu stai in quel momento sperimentando quella cosa lì di cui racconta. Scommetto che anche tu da bambina sei entrata in loop con una fiaba/racconto e, che fosse sub libro o in videocassetta, volevi sempre quella lì.
Perché? Un bambino ha bisogno di masticare emotivamente la stessa esperienza più volte per tranquillizzarsi, per misurarsi nell’anima e autoregolare la propria realtà interiore e la fiaba è un mezzo perfetto per agire simbolicamente e in automatico nella psicologia di un bambino, che ancora non è capace di cogliere certe spiegazioni filosofeggianti, ma può custodire in automatico messaggi molto profondi se simbolizzati. È un gioco simbolico la fiaba, il “facciamo finta che”; ed è proprio grazie a queste tecniche immediate che il bambino riesce a sopportare tante cose e a comunicarle anche ad un genitore, se quest’ultimo l’ascolta. Intanto il bambino se le comincia a dire da solo. Che bello, che grande opera che può compiere una fiaba, vero?
Possono in qualche modo coinvolgere anche un adulto? Possono aiutarlo a superare momenti di difficoltà?
Si, purtroppo, nel tempo si è cercato anche di correggere certe fiabe, per vergogna, non per protezione. La vera fiaba di Cenerentola, ad esempio, è stata raccontata per iscritto la prima volta da Basile in Lo cunto de li cunti, un grandissimo napoletano. La protagonista si chiama Zenzolla e dopo che la mamma muore, desidera far sposare il padre con la propria maestra di scuola e sotto consiglio di questa ultima uccide la matrigna chiudendole la testa in un baule.
Non continuo perché è lungo il racconto, ma mi serviva questo esempio per far capire che la fiaba non è una cosa “bellina”, la fiaba è necessariamente di impatto, è vita e porta con sé più perfezione, inclusione e libertà di quella che le si contesta. Se un adulto vuole conoscersi, proteggersi e sfidarsi può leggere anche una fiaba. Tanto anche se non la capisce, lei riecheggia e il suo lavoro sotterraneo lo fa, senza che qualcuno la interpreti, la giudichi o la corregga necessariamente.
In una società come quella di oggi, abbiamo ancora bisogno di ascoltare delle storie o è meglio affrontare la realtà per quella che è?
È proprio questo l’errore più grande. Credere che la fiaba sia una via di fuga dalla realtà, quando invece la fiaba è lo specchio della realtà ma simbolizzata. Non c’è modo profondo migliore per affrontare la realtà direi! Siamo esseri umani, ci mettiamo la cravatta, costruiamo i palazzi e scopriamo nuove cure… ma tutti abbiamo imparato ad esistere prima di tutto attraverso il gioco. Perdere questo modo di sentire, per me, significherebbe perdersi per sempre.
Sappiamo che in questo progetto discografico racconti fiabe inventate da te. Quando hai iniziato ad inventarle?
Con sorpresa mi sono accorta che ho raccolto storie, fiabe, fabule nel tempo. Quindi potrei dire dai 16 ai 29 anni. Vedi? Si cresce attraverso le fiabe e con le fiabe; per me raccontare è sempre stato il mezzo più diretto per autodisciplinarmi e ordinare o quantomeno conoscere qualche mia emozione.
La più speciale di tutte?
Tutte sono speciali per me. Tengo molto a Pòvere, che in italiano sarebbe Polvere, perché a parlare è un morto che piange se stesso. Ho sempre avuto paura della morte e questa canzone l’ho scritta penso sempre a 17/18 anni. Il tentativo di esprimere il dolore del non esistere più, del non SENTIRE più. Sono una persona che sente intensamente ogni attimo di vita, spesso esagerata. Ho una gran voglia di vivere e sentire.
E poi ci sono anche le non-fiabe, come Avrò una favola, che non sarà mai tale, perché a parlare è una bimba che si rivolge al padre che l’ha lasciata: qui si che è tutto reale, crudo e diretto e l’ho inserita proprio per far capire quanto sia vile e brutto lasciare un bambino senza queste storie, non solo quelle di cui ho parlato sino ad ora, ma anche senza una storia personale, senza l’amore.
“Chiudo i tuoi errori, con i miei bottoni”…canto.
Da piccola una delle prime cose che ho imparato a fare incoraggiata da mia mamma è stato proprio imparare ad abbottonare le camicie e spesso per fare pratica mentre lei stirava, facevo questo esercizio di motricità fine proprio vicino alle camicie di mio padre. L’immagine è più profonda e personale di quello che sembra, ma è un buon modo per rivendicare una fatica emotiva che si è dovuta sperimentare troppo presto.
Qual è il processo che ti porta dalla fiaba alla stesura del testo delle canzoni?
In realtà ho scritto sempre di getto le canzoni partendo da immaginari sonori e a posteriori come al solito mi sono accorta di aver parlato di una cosa X o di aver raccontato la fiaba di Y. Quelle scritte da ragazzina in cameretta sono nate sotto l’incuranza di una postura ricurva sulla chitarra, sottovoce per la vergogna che mi sentisse qualcuno in casa, ma con il cuore pieno di orgoglio e di consapevolezza. Mi piace quello che faccio, lo trovo fatto bene.
Quelle scritte da adulta, se così si può dire, le scrivo così: arrivo in studio, mi alzo la maglietta appena per scoprir l’ombelico e comincio a suonare, a dare indicazioni ai ragazzi del team, mi tocco l’ombelico e scrivo di getto già in melodia tutto. Molte delle canzoni che sentite non sono mai state registrate di nuovo vocalmente e né mutate o ripensate. Nel tempo mi sono accorta che nel mentre facevo questa cosa di scoprirmi l’ombelico e toccarmelo spasmodicamente mentre scrivo. Mi piace anche questo! Forse cerco il mio centro; chiedo alla pancia, importante punto emotivo e custode dell’anima, di procedere prima per me.
Com’è stato fare la direttrice creativa del tuo stesso progetto? Qualcun altro ti ha supportato?
Sono molto attiva e severa nella costruzione di realizzazione delle mie cose. Mi piace molto decidere tutto, ideare tutto da sola. Mi sfama e mi responsabilizza, seppur non riesco ad essere immune da stress, insicurezze e sacrifici. Chiaro, si fa così. Mi piace molto raccontare che mi sono pagata anche tutto da sola. Sembra brutto dirlo? Sono indipendente, ho solo management, per il resto sono etichetta di me stessa, produttrice artistica ed esecutiva. Faccio i tour e poi reinvesto. Tutta la cura che spero vedrete, l’ho voluta. Tutto è fortemente voluto.
Ho ricevuto il supporto di Daria D’Ambrosio che ha creato i costumi, gli abiti, alcune scenografie insieme a me e curato anche la parte organizzativa sempre al mio fianco, a spada tratta e senza mai cadere nell’inganno del “non si può fare”. Ho ricevuto l’aiuto anche dei miei genitori per realizzare a mano, ad esempio, la scenografia dei fiori di carta giganti per Tango Touché oppure la croce e la foglia violoncello (rispettivamente in Serpa e Tango Touché), realizzate dal mio amico artigiano del mio quartiere Pietro Boniello.
Invece, per la realizzazione dei video clip?
Sono una che gira i tacchi quando sente la parola “impossibile”. Mi cerco di proposito persone e soluzioni che sappiano vedere “oltre il muro”, proprio come sono io. Stamattina ho visto un bell’abito storico, una bella damina in una macchia di marmellata dopo la colazione. Ho subito mandato il video a Daria: lei le vede queste cose.
E poi sul set non ho avuto il tempo di pensare molto. Avevamo organizzato tutto prima, lo sappiamo tutti ormai che sono un po’ come la Sibilla cubana: vedo già tutto, basta assecondarmi e seguirmi per ritrovarsi dove avevo promesso che saremmo arrivati. Per chi ha meno immaginazione e più preoccupazioni razionali, tipo il mio manager Massimiliano Vecchi, comprendo la difficoltà di darmi la mano e seguirmi nel buio, ma poi si diverte anche lui. Basta essere precisi, ambiziosi e spezzare ogni tanto il tanto lavoro da fare con una delle mie vocine da cartoon che mi piace tanto fare o con una fetta di pastiera napoletana sul set.
Abbiamo capito che ti piace “unire” tutte le arti per creare qualcosa di stupefacente… come fai a creare un’armonia?
È naturale, implicita, l’una richiama l’altra. Me le ritrovo dentro, dalla moda alla pittura. Dalla musica al make-up: ho sempre sofferto di questa multi-potenzialità caratteriale. La mia oasi artistica è il posto giusto dove mescolare tutto, senza una di queste parti mi sentirei mancare nel dialogo con me stessa e con il pubblico.
Abbiamo già parlato nella scorsa intervista del tuo rapporto con il teatro, lo hai portato anche all’interno di questo nuovo progetto?
Di più. Sono andata proprio con il mio progetto sotto al braccio all’interno del teatro della mia anima, mi sono liberata. Infatti, lo presenterò anche al Teatro Bolivar a Napoli il 22 maggio.

Tornando a Core in Fabula, è musicalmente differente rispetto ai tuoi lavori precedenti, giusto? Come mai questo cambio di rotta?
Potrebbe essere. Non lo so, sono cose che mi abitano da tanto tempo. Più che un cambio di rotta forse è una stagione nuova naturale: anche un albero sembra diverso in inverno o in estate, l’importante è aggrapparsi con le radici e poi si può crescere in altezza e in larghezza come si vuole.
Per chi sta leggendo questa intervista ma non ha ancora avuto modo di ascoltare l’album, vuoi fare un piccolo spoiler, raccontando qualcosa di inedito di uno dei brani?
Sarà sicuramente divertentissimo per me scoprire le reazioni a due brani in particolare BUSSA BUSSA e CURATELLA QUA QUA QUA. Il primo per le sonorità aggressive; è un racconto che tratta l’attacco di panico e la derealizzazione, raffigurati simbolicamente in questa fiaba come un corpo intrappolato, quasi baco da seta, che nel buio apre mille porte, senza mai riconoscere dietro l’uscio la sua vera casa, ma ricevere sempre indietro, ad ogni apertura, acqua.
Ci si ritrova sotto al temporale quando si vivono esperienze così potenti e sofferenti, ma spesso e per ovvi motivi si sottovaluta il potere dei piccoli segnali che ci manda la nostra psiche. L’acqua è l’elemento più semplice che potremmo portare come esempio, ma è anche quello che contiene più risposte, addirittura la vita e da cui tutto può rinascere, anche un’anima persa. Per CURATELLA QUA QUA QUA ho scritto un sacco di parolacce. Aspetto di poterle cantare sul palco in sincrono con le bocche delle persone gentili che verranno a sentirmi.

Una narrazione che va oltre la musica e racconta di lei, della sua terra – Cosmopolitan
La prima cosa che viene in mente sentendola è un’idea di multiculturalità più londinese che italiana, lontanissima dall’idea di appartenere a un genere o ad una scena ben precisa – Blow Up
Si è messa in luce per l’originalità della sua proposta musicale, tra tradizione e innovazione, con uno stile in cui il pop incontra la musica da ballare – The Hollywood Reporter


