Dada’ ci racconta “il piacere della parola”

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Dada’, nome d’arte di Gaia Eleonora Cipollaro, è un’artista a 360°. Appassionata di musica, arte, moda e teatro, il 19 gennaio ha lanciato il nuovo singolo “Doce Doce”, ispirato allo stoico jingle del “Caffè Kimbo”

Qual è stato il tuo percorso?

Ho cominciato con la musica classica, ho studiato chitarra classica, volevo fare la concertista. Poi ho scoperto il piacere della parola intrecciata alla musica e da lì ho seguito una serie di studi per poi abbandonarli tutti: mi trovo stretta tra la forma e le regole. Per pensare a modo mio ho dovuto riconoscermi, nei pregi e nei difetti, non è una cosa scontata guardarsi in faccia e guardarsi dentro.

Ti chiamano anche “l’instancabile sperimentatrice”. Ti piace questo modo che usano per definire la tua personalità? Pensi che ti si addica?

Instancabile” come aggettivo lo trovo pericoloso: sono umana e mi stanco e l’iperproduttività ossessiva va distinta dalla fervida e istintiva immaginazione e dalla creatività. Che possa essere definita come una persona sempre pronta e incline a sperimentare, invece, mi fa tanto piacere, perché sono io, difatti.

Nei tuoi brani racconti spesso la vita nella tua Bella Napoli. Vuoi descriverci il tuo amore verso questa città e il legame che senti con essa?

Ogni tanto racconto qualche scorcio napoletano, ma parlo un po’ di tutto: narrazioni spesso senza luogo e senza tempo, fumetti surrealisti, dal verme che scappa dalla furia di due coniugi, alla sirena intrappolata insieme al pescato del giorno nella rete dei pescatori. Tutte metafore alla Esopo per veicolare i miei messaggi, i miei sentimenti, i miei valori. Napoli è una città importantissima nel tempo e per sempre sarà molto “touchy” verso chiunque ci si ritrovi, figuriamoci quanto può ereditare un napoletano da lei…tanta roba! Oggi si dice “la scena napoletana sta venendo a galla”…no no, un attimo, è diverso: è l’ascolto italiano che si sta interessando maggiormente alla “coolness” (che c’è sempre stata) a Napoli, soprattutto in fatto di arte, a partire dall’antica Grecia sino ai riferimenti letterari più disparati. Napoli esiste da un pezzo e anche con una personalità granitica e meravigliosamente fastidiosa. 

Come definiresti la tua musica? Sei stata ispirata da qualcuno o da qualcosa in particolare?

Unisco folk ed elettronica e uso la lingua napoletana. C’è molta popolarità, sicuramente. Penso alla musica del mondo, non a quella napoletana… solo che usando la lingua napoletana, chi sa riconoscerla mi individua come napoletana, chi non l’ha mai sentita, pensa che io sia francese, araba, portoghese. È la world music che si compone di tutte queste spezie e interpretazioni multiple. Sotto questo cielo io accolgo qualsiasi influenza e naturalmente la starnutisco fuori a modo mio… è un istinto e una curiosità che ho da bambina.

In tutte le tue performance indossi costumi molto costruiti, quasi teatrali. Per quale motivo? Che rapporto hai con il teatro?  

Mi affascina terribilmente tutta l’arte, il teatro e il metateatro. La vita è una messa in scena, ma non nel senso spicciolo di “fasullo”, “architettato”, nel senso di “messa in atto” di una serie di cose. La fantasia, propria del mondo di ciò che è solo pensato, diventa realtà quando viene messa in atto, agita. Per me anche la musica passa attraverso le immagini. Il teatro è uno di questi spazi artistici dove è possibile innamorarsi un po’ di tutto…la parola, l’immagine, la moda, la filosofia, la musica, la pittura, l’umano proprio.

Come hai vissuto il tour estivo 2023 con il progetto discografico “MAMMARELLA” ?

Con grande sorpresa e gratitudine. È stato bellissimo poter pubblicare il primo EP in questo modo e poterlo cantare in giro per l’Italia insieme al pubblico. Ho imparato tanto su di me, sul presente e sul futuro. Ogni pubblico ha il suo carattere, ogni concerto è una conversazione unica. Ne ho fatto tesoro.

Parlando, invece, del brano che è uscito venerdì 19 gennaio, da dove deriva la scelta del titolo “Doce Doce”?

È semplicemente una frase del testo, ma diventa emblematica per poter spiegare il concetto alla base di questo brano: il caffè, momento di pausa, di piacere, di incontro: quindi “dolce dolce”.

Perché come ritornello hai pensato alla rielaborazione dello storico jingle del “Caffè Kimbo”?

Durante un incontro mi è stato chiesto di rielaborare questo iconico motivetto degli anni ‘80/’90 e al contempo io stavo lavorando ad una produzione: le energie si incontrano sempre quando è destino, nulla è un caso, e ho incastrato alla perfezione tutto, scrivendo un brano che non parla precisamente di caffè, ma parla di quello che alla base di tutti noi e anche del caffè…la noia, il piacere, il momento “dolce dolce” che ognuno deve e vuole vivere, l’evasione ironica.

Per realizzare Doce Doce ti sei ispirata alle immagini e alla pubblicità di Andy Warhol? L’arte è una parte importante di te?

L’arte è un mio riflesso primordiale, meglio di un boccone di pasta. Sin da piccolina ho avuto la smania di inventare, creare, dare forma. Ho cercato di accogliere a braccia aperte e senza rimandare ogni spunto e istinto, creando anche la mia disciplina, perché l’arte è follia soprannaturale e disciplina rigorosa. Che io abbia avuto riferimenti di qualche tipo in questa operazione non è una notizia esatta. 

Non mi sono ispirata al favoloso e iconico artista Warhol. Avevo già deciso tutto come creative director, ho seguito i miei gusti, i miei viaggi mentali e le mie incoerenze …mancava l’ultimo contenuto. Guardando quello che già avevo creato da fuori, ho pensato che mi sarebbe troppo piaciuto fare una citazione alla personalità sensibile e iconica di Andy, e così ho fatto, ma questo lo scoprirete più avanti, nei prossimi contenuti. 

Com’è stato lavorare con il presidente di Kimbo, Mario Rubino, e con il suo team?

Una bella esperienza, è stato divertente. Il Presidente Mario Rubino si è fidato delle mie idee e mi ha lasciato libertà di giocare con il suo brand e con la mia musica imparando a spiare dalla serratura della mia poetica. Come un padre fiducioso e incuriosito, mi ha seguito e aspettato per capire dove volessi andare a finire…sicuramente in una tazzina rosa di caffè ahah! Operazione riuscita per quanto mi riguarda.

Com’è stato realizzare le scenografie e i costumi del videoclip in prima persona con la fashion designer Daria D’Ambrosio?

Daria è una designer molto in gamba e soprattutto custodisce una personalità squisita. Ci accomuna una sorta di entusiasmo bambino: entrambe sappiamo cosa vuol dire essere travolte dal furore artistico quando sopraggiunge e non ci fermiamo nemmeno per bere se siamo in quello spazio benedetto di estro. Sono fortunata perché ha tra le mani un gran talento e nella pancia un grande gusto. Riesce a realizzare tutto quello che penso e ad arricchire la visione con la sua esperienza e la sua altrettanto preziosa creatività. Ogni abito è per noi un’opera, al pari della canzone. C’è un dialogo artistico e umano raro.

Ti interessi anche di moda?

Mi piace la moda, è arte. Io sono un’esteta. Amo molto i colori, i contrasti azzardati e le forme particolari. L’abito fa il monaco e il monaco deve essere più forte dell’abito; non credo nel bello assoluto, credo nel carisma, nell’unicità dei pezzi, delle persone, delle esperienze. L’aspetto è la prima carta di identità che ci precede, non intesa come “bell’aspetto”, ma come forma che deve rappresentarmi: se io mi sento triste, mi piace comunicarlo al mondo anche con l’estetica.

Siccome hai definito X Factor “una notevole vetrina che ha accorciato le distanze con il pubblico portando alla luce percorsi che prima erano sotterranei” e hai detto di aver bisogno di altro in questo momento, quali sono i tuoi progetti e le tue aspettative future?

Ormai sono passati due anni, ho già assaporato nel mentre tantissime cose diverse, di cui sono felicissima e grata. Il mio Altro ci sarà per sempre, non perché io non sappia stare nel presente, ma perché sono molto aperta nel personale e nel lavorativo e mi piace farmi erodere dai venti del cambiamento e riconoscermi nella diversità delle fasi che attraverso, lasciarmi la libertà di esistere.

Anche una mela da quando viene seminata a quando marcisce cambia mille facce e passa attraverso innumerevoli Altro… perché dovrei privarmi di questa ciclicità naturale e sana, che mi si amplifica ancora di più perché donna? È una mia naturale connessione, un mio impegno a educarmi a vivere e vivermi sotto il cielo delle possibilità. Ad esempio, ora sperimenterò nei live la formazione in band: vediamo che vento tira! Sono pronta. Ho il cassetto pieno di sogni ancora e di idee.

Immagini: https://www.instagram.com/dadaracconta/