Saltburn: recensione del film che fa impazzire i social

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Saltburn è il film uscito il 22 dicembre su Prime Video e che sta facendo tanto discutere il web. “Non guardate il film con i vostri genitori” si legge ovunque: da TikTok a Threads. Ma è davvero questo il consiglio da dare?

Perché Saltburn attira tanto la GenZ?

Un film divenuto subito virale sui social, probabilmente per la presenza di Jacob Elordi, ma che non vede (a parer mio) la GenZ come suo target di riferimento – tanto che il tema su cui si fonda il lungometraggio, quello della critica alla società contemporanea, non è pervenuto nei commenti online. Anzi, è forse la pellicola che porta l’attore australiano su quel gradino più alto allontanandolo dalla nomea di “bravo sì ma bello di più”. Un po’ come in passato è stato anche per Robert Pattinson o Zac Efron.

Jacob Elordi nei panni di Felix Catton

Recensione del film (meno) di Natale (di sempre)

Promosso da Amazon come un comedy-drama che tiene lo spettatore con il fiato sospeso, in realtà Saltburn non è altro che un thriller psicologico studiato a tavolino. E che segue il modus di altri del genere. Tanto che, chi appassionato, alla fine non resta sorpreso davvero di niente guardando una sequenza che sa di prevedibile visto e rivisto. 

Saltburn è un’opera romantica nell’accezione più tradizionale del termine. Ammaliante e disturbante. Amore e disprezzo. È un film “labirintico”, come la tenuta da cui prende il nome e in cui è ambientato – Drayton House (Northamptonshire), mai utilizzata in passato per riprese cinematografiche ndr.

La fotografia è ipnotica, portando lo spettatore a restare così affascinato dal susseguirsi delle immagini da non riuscire a distogliere lo sguardo neanche nei frangenti più disturbanti. Quindi il consiglio non è quello di non guardarlo con persone più adulte, ma di guardarlo solo se siete emotivamente predisposti ad un film meraviglioso in tanti aspetti ma che necessita di stomaco per essere visto (e apprezzato).

La bellezza del film non è nella trama e francamente neanche nella sceneggiatura, talvolta stucchevole. È nella fotografia (di Linus Sandgren). Nelle ambientazioni, nella scelta dei colori, nelle inquadrature. Nella visione straordinaria della regista Emerald Fennell (che vinse l’oscar nel 2021 per la sceneggiatura della sua opera prima Promising Young Woman ndr.). E complice anche un cast di altissimo livello che riesce a portare chi dall’altra parte dello schermo all’interno della storia. Basti vedere che l’attore protagonista, Barry Keoghan, e l’attrice secondaria, Rosamund Pike, sono candidati ai Golden Globes.

La bellezza del film è poi nei costumi. Ambientato nel 2006, è stato trattato con la stessa cura di un lungometraggio ambientato nel passato più remoto che prossimo. È magistrale il lavoro di Sophie Canale (costumista già di Bridgerton ndr.): la narrazione potrebbe essere muta ma i vestiti parlare al posto di ogni personaggio. La resa del periodo, delle classi sociali, di attitudini e anche di intenzioni. Persino i ricami e i più piccoli dettagli dicono ad alta voce qualcosa su quello che si sta guardando, forse anche più degli attori stessi.