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	<title>stereotipi Archivi - AdL Mag</title>
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	<title>stereotipi Archivi - AdL Mag</title>
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		<title>Il ragazzo dai pantaloni rosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Camilla Marta Milani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Nov 2024 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[Il ragazzo con i pantaloni rosa]]></category>
		<category><![CDATA[stereotipi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il riflesso di una società spezzata Il film Il ragazzo dai pantaloni rosa, diretto da Margherita Ferri, racconta la tragica e vera storia di Andrea Spezzacatena, un adolescente vittima di bullismo e cyberbullismo che si tolse la vita nel 2012. La pellicola, presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, ha scatenato polemiche e [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><em>Il riflesso di una società spezzata</em></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il film <em>Il ragazzo dai pantaloni rosa</em>, diretto da Margherita Ferri, racconta la tragica e vera storia di Andrea Spezzacatena, un adolescente vittima di bullismo e cyberbullismo che si tolse la vita nel 2012. La pellicola, presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, ha scatenato polemiche e reazioni contrastanti: dalle accuse omofobe da parte di alcuni ragazzi durante la proiezione, ai genitori che hanno bloccato la visione per proteggere i propri figli da tematiche “scomode”. Questo dibattito ha riportato a galla domande fondamentali sulla nostra capacità di accettare il diverso e sull’urgenza di un cambiamento culturale.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Il rosa maschile? Scherzi?&nbsp;</strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>No, non sto scherzando.&nbsp;</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non tutti sanno che nel 1400 il <a href="https://www.adlmag.it/2023/08/30/il-calcio-si-tinge-di-rosa-barbie/">colore rosa</a> era considerato un simbolo di forza e mascolinità. Derivato dal rosso, il colore associato alla potenza e alla virilità, il rosa veniva utilizzato per vestire i bambini maschi, poiché trasmetteva l’idea di fermezza e vigore. Tuttavia, nel corso dei secoli, la percezione del rosa ha subito una trasformazione radicale. Un momento cruciale in questa metamorfosi avvenne nel 1953, quando Mamie Eisenhower, moglie del presidente Dwight D. Eisenhower, indossò un abito rosa durante l’inaugurazione presidenziale, conferendo al colore una nuova associazione con la femminilità e la grazia. Questo evento contribuì a rafforzare l’idea del rosa come un colore delicato e prettamente femminile.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">A consolidare ulteriormente questo cambiamento fu Elsa Schiaparelli, celebre stilista e avanguardista, che introdusse la sua iconica tonalità di “rosa shocking”. Questa declinazione vibrante e audace del colore diventò un simbolo di ribellione e creatività femminile, sfidando le convenzioni e ridefinendo il modo in cui il rosa veniva percepito. L’evoluzione del colore rosa da simbolo di forza maschile a emblema di femminilità delicata e poi di audacia è il riflesso delle mutevoli norme sociali e dei ruoli di genere. La storia del rosa ci ricorda che la percezione dei colori è frutto di costruzioni culturali, capaci di cambiare e adattarsi alle epoche.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>la cortina fumogena di una società ipocrita</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ah, il finto perbenismo. Quella maschera ben confezionata che indossiamo per dimostrare quanto siamo tutti bravi, gentili e corretti. Eppure, dietro questa facciata di rispetto e tolleranza, si cela una realtà cruda: l&#8217;incapacità di accettare davvero chi si discosta dalla norma. È facile postare un messaggio solidale sui social, sfoggiare uno slogan colorato per sostenere l’inclusione, ma quanti sono davvero pronti a difendere qualcuno nella vita reale? Quanti si schierano realmente quando il pregiudizio alza la voce? La verità è che il finto perbenismo è la coperta di Linus di una società che preferisce l’apparenza all’autenticità, il silenzio all’azione.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Una b</strong><strong>rutalità normalizzata</strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La storia di Andrea Spezzacatena ci ricorda quanto possano essere crudeli le dinamiche del gruppo quando la diversità viene vista come una minaccia. Un paio di pantaloni rosa. Basta questo per scatenare un linciaggio sociale, per trasformare un adolescente in bersaglio di derisione. E non è solo nei corridoi delle scuole: oggi il bullismo ha trovato nuovi terreni di caccia, nei telefoni, nelle chat, nelle notifiche incessanti. Il cyberbullismo amplifica la crudeltà, la moltiplica e la rende virale. Ciò che accade online non si spegne con un click; rimane, echeggiando nella mente delle vittime, lasciando cicatrici profonde che non si vedono, ma che bruciano.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>B</strong><strong>igottismo o paura del diverso?</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">In un paese come l’Italia, dove la tradizione è tanto amata quanto soffocante, il bigottismo si fa ancora sentire come un guardiano rigido dei confini sociali. La storia di Andrea è la prova che gli stereotipi di genere e le convenzioni sociali sono più vivi e pericolosi che mai. Indossare un colore considerato “da ragazza” può diventare una condanna. E non si parla solo di pregiudizio, ma di una vera e propria prigione invisibile che limita chi osa essere diverso. Il bigottismo non è solo una mentalità retrograda: è una morsa che imprigiona chi sfida le aspettative.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>La solitudine&nbsp;si tinge di rosa </strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il dolore di Andrea non è solo il suo, ma quello di chiunque abbia mai sentito il peso del giudizio altrui. Quante volte le vittime di bullismo si trovano a lottare da sole, circondate da una società che preferisce guardare dall’altra parte? La famiglia, la comunità, gli amici: dovrebbero essere la rete che ci salva, eppure troppo spesso sono distratti, impreparati, o semplicemente ciechi. La tragedia di Andrea ci urla quanto sia fondamentale costruire una cultura basata sull’empatia, dove ascoltare e comprendere non siano l’eccezione, ma la regola. Perché nessuno merita di affrontare la sofferenza da solo.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>La scienza dice che&#8230;</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Cosa ne pensa la scienza dell’amicizia e del supporto sociale? Gli studi ci dicono che il sostegno di amici e familiari è fondamentale per il benessere emotivo. L’assenza di empatia e la marginalizzazione possono avere effetti devastanti sulla salute mentale, specialmente tra gli adolescenti, che stanno ancora cercando di formare la propria identità. Dopo i 25 anni, dicono le ricerche, il numero di amici tende a diminuire. Colpa del tempo, degli impegni, dei cambiamenti personali. Ma è proprio nell’adolescenza che una rete solida può fare la differenza tra resistere o crollare di fronte alle difficoltà. Eppure, non è solo questione di numeri: è la qualità del sostegno che conta. Per questo è fondamentale educare alla compassione e alla comprensione.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Oltre l’ipocrisia</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Il ragazzo dai pantaloni rosa</em> ci obbliga a guardarci allo specchio e a domandarci: siamo davvero pronti a lottare per una società migliore? A combattere il finto perbenismo, il bullismo e il <a href="https://www.iodonna.it/spettacoli/cinema/2024/11/07/il-ragazzo-dai-pantaloni-rosa-film-trama-completa-storia-vera-cast/">bigottismo</a>? Non bastano le parole e i post sui social. Servono azioni, scelte, gesti concreti. Dobbiamo smettere di essere complici silenziosi di un sistema che opprime chi è diverso. Solo così potremo costruire un mondo dove nessuno debba mai sentirsi solo per il semplice fatto di essere se stesso. E forse, un giorno, potremo smettere di raccontare storie come quella di Andrea, e iniziare a celebrare una società che ha imparato ad amare senza riserve e senza paure.</p>
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		<title>Razzismo, da un punto di vista psicologico</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2024/08/28/razzismo-da-un-punto-di-vista-psicologico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emma Sabatini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Aug 2024 07:13:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[racism]]></category>
		<category><![CDATA[Razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[stereotipi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti sappiamo cos’è il razzismo e quasi tutti sappiamo che è sbagliato. Ma la piscologia che cosa ne pensa a riguardo? Se cercassimo sul dizionario la definizione di “razzismo”, ci uscirebbe questo: Ogni tendenza, psicologica o politica che fondandosi sulla presunta superiorità di una razza sulle altre o su di un&#8217;altra, favorisca o determini discriminazioni [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Tutti sappiamo cos’è il razzismo e quasi tutti sappiamo che è sbagliato. Ma la piscologia che cosa ne pensa a riguardo?</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Se cercassimo sul dizionario la definizione di “razzismo”, ci uscirebbe questo: <em>Ogni tendenza, psicologica o politica che fondandosi sulla presunta superiorità di una razza sulle altre o su di un&#8217;altra, favorisca o determini discriminazioni sociali.</em> Sappiamo tutti cos’è il razzismo, ma da un punto di vista psicologico e sociale, come funziona?</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Per lungo tempo il tema razziale è stato offuscato con un linguaggio che parla di migrazioni e sicurezza, di policy e confini, di degrado, disagio e devianza. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Secondo Philomena Essed, antropologa, il razzismo quotidiano è fatto anche di ripetuti atti di umiliazione che comportano una sofferenza emotiva. E questo a prescindere dalle intenzioni dell’autore. Chi viene umiliato è messo in una condizione di inferiorità, non sente rispettata la propria dignità umana. L’umiliazione può servire a scoraggiare la resistenza contro l’oppressione razziale? In che modi chi la subisce può reagire? </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="700" height="700" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0451.jpeg" alt="Razzismo " class="wp-image-25909" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0451.jpeg 700w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0451-480x480.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 700px, 100vw" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Secondo Bell Hooks, famosa attivista, un passo fondamentale per resistere e lottare contro il razzismo (e il sessismo) è <em>naming all our pain</em>. Ossia: imparare a nominare la violenza razzista, in tutte le sue forme. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Riconoscere la sofferenza continuamente inflitta nei corpi e nelle vite dei soggetti razzializzati.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"> E per chi si trova nel gruppo dominante, tra i “bianchi” spesso incapaci di immaginare che cosa significhi vivere da “non-bianchi”, imparare ad ascoltare le storie di “ordinaria discriminazione”. Credere a chi dice di non sentirsi rispettato ed essere disposti a mettersi in discussione per poter lottare insieme contro l’ingiustizia razziale.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Molte volte capita che gli episodi di razzismo vengano ignorati, minimizzati. Oppure, quante volte sentiamo qualcuno dire: “<em>non sono razzista, ma..”</em>. Ma? Ecco quel “ma”, cela in realtà una frase pronta a utilizzare una qualsiasi generalizzazione a proprio favore e a sfavore della minoranza che si è presa ad esempio nella discussione. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="470" height="715" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0454.jpeg" alt="" class="wp-image-25911" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0454.jpeg 470w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0454-197x300.jpeg 197w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Molti si vergognano di pensare con discriminazione, non è facile ammettere di essere razzisti. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Dénètem Touam Bona, professore di filosofia e antropologia, scrisse: “<em>Non fate finta di non vedere, aprite gli occhi sull’immondo che incombe. Guardatelo in faccia questo complesso di superiorità razziale profondamente radicato nelle società occidentali. L’eredità nauseabonda del colonialismo. […] Aprite gli occhi sulla cancrena del razzismo che le politiche migratorie non fanno che alimentare istillando insidiosamente nelle menti l’idea che i «migranti» e «giovani di origine straniera» siano un pericolo per le società europee, siano sinonimo di terrorismo, criminalità organizzata, delinquenza ecc. A chi ride dell’umanità che annega, vorrei dire questo: il nero che agonizza sotto i vostri occhi e che voi insultate, questo nero creato dalla fantasia, questo nero nato dalla decomposizione del “bianco”, questo nero non c’è! Vive solo nel più profondo di voi”.</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Ma che vi credete?! Non ci si libera con così poco della propria parte d’ombra” </em> </p>
</blockquote>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il razzismo continua a uccidere e a disumanizzare in primis chi disumanizza “gli altri”.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La psicologia sociale esplora da sempre gli effetti che l’appartenenza a un gruppo sociale ha sui comportamenti individuali che stanno alla base di ciò che chiamiamo razzismo. </p>



<h4 class="wp-block-heading has-text-align-center">Perché e in che modo queste basi sono radicate nel nostro funzionamento psicologico e sociale? Perché il razzismo è così difficile da combattere?</h4>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="626" height="626" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0455.jpeg" alt="" class="wp-image-25912" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0455.jpeg 626w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0455-480x480.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 626px, 100vw" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Innanzitutto, il razzismo si basa sul processo psicologico di categorizzazione, che avviene in tutti gli ambiti della psicologia. Per esempio, la percezione visiva è considerata dalla ricerca come il risultato di un processo di categorizzazione. Senza categorizzazione, il nostro cervello non potrebbe elaborare tutte le informazioni che riceve dall’ambiente. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Facciamo un esempio, pensiamo ai fili d’erba di un prato: se il nostro cervello li analizzasse tutti uno per uno, la nostra specie sarebbe già scomparsa dalla faccia della Terra, morta di fame o vittima di un predatore. Invece, percepiamo che c’è un unico oggetto che chiamiamo «prato», dopodiché passiamo all’esplorazione dell’ambiente. Il concetto di prato è una semplificazione molto utile, ma può anche essere fuorviante: per esempio, può impedirci di differenziare le diverse varietà di erbe che vi crescono o ancora di distinguere dove esattamente finisce il prato e dove inizia il bosco. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Lo stesso concetto vale per le categorie sociali (di persone): ci sono, per esempio, due gruppi che possono essere  denominati «gli Italiani» e «i Francesi», ma non esiste una chiara linea di demarcazione tra le due categorie. Le persone con doppia nazionalità appartengono a entrambi i gruppi? Quelle che vivono da tempo in Italia ma non hanno la cittadinanza sono considerate italiane? O ancora, qual è la definizione esatta di nazionalità? </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="367" height="720" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0457.jpeg" alt="" class="wp-image-25913" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0457.jpeg 367w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0457-153x300.jpeg 153w" sizes="(max-width: 367px) 100vw, 367px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ci sono molte differenze visibili, ma mancano confini chiari tra le due cose. Così, per amore della semplificazione, ogni forma di categorizzazione è indispensabile e utile ma soggetta all’errore, soprattutto quando si passa dagli oggetti alle persone. Soprattutto considerando che gli individui sono molto più diversi tra loro dei fili d’erba di un prato… Ecco che subentrano gli stereotipi. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Gli stereotipi possono essere considerati come teorie della personalità implicite o ingenue, ossia non scientificamente provate. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Possono essere relative a gruppi di persone definiti attraverso la categorizzazione sociale, indipendentemente dal fatto che si tratti dei gruppi ai quali apparteniamo o di quelli ai quali non apparteniamo. Gli stereotipi possono essere positivi o negativi. </p>



<h4 class="wp-block-heading has-text-align-center">Una prima caratteristica degli stereotipi è la loro esagerazione. </h4>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Alcuni stereotipi possono avere un «fondo di verità», ma questo fondo di verità viene molto facilmente esagerato nelle rappresentazioni. Sebbene siano il più delle volte sbagliati quando vengono applicati a un determinato individuo appartenente a un gruppo, sono comunque utili per la categorizzazione sociale, nella misura in cui semplificano l’ambiente permettendoci di avere aspettative (anche se spesso false) sul comportamento altrui. Il che può darci un senso di padronanza e controllo importante per la nostra vita mentale. </p>



<h4 class="wp-block-heading has-text-align-center">Un’altra funzione degli stereotipi è quella di giustificare le disparità sociali e la discriminazione, ossia la componente comportamentale del razzismo: pensare che gli stranieri siano delinquenti giustifica il fatto di votare a favore di politiche restrittive e discriminatorie.</h4>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Un’altra caratteristica insidiosa degli stereotipi è quella di avere effetti impliciti e inconsci. Inoltre, l’uso di stereotipi è un segno di pigrizia mentale: aumenta quando abbiamo meno tempo per giudicare qualcuno e nelle persone che hanno una visione semplicistica del mondo (disagio con l’ambiguità, preferenza per l’ordine, le situazioni prevedibili e le decisioni rapide, rifiuto della rimessa in discussione). Infatti, il nostro cervello preferisce utilizzare le informazioni con il meno dispendio di energia possibile, per cui ecco qua che si cede allo stereotipo. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Gli stereotipi sono anche molto difficili da correggere, dato che i controesempi (per quanto numerosi) sono spesso interpretati come eccezioni. Inoltre, tendono ad avverarsi per il semplice fatto che qualcuno ci crede, anche se non sono veri, in virtù del fenomeno della cosiddetta profezia autorealizzante. Gli stereotipi possono essere modificati soltanto a lungo o addirittura a lunghissimo termine. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="626" height="626" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0453.jpeg" alt="Razzismo" class="wp-image-25914" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0453.jpeg 626w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0453-480x480.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 626px, 100vw" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Distinguiamo tra due tipi di razzismo: il razzismo tradizionale e quello moderno. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nella psicologia sociale, il <span style="text-decoration: underline">razzismo tradizionale</span> è generalmente definito come il rifiuto degli esogruppi considerati minacciosi ed è fondato su credenze circa la loro inferiorità genetica. Questa definizione rimanda ai processi di categorizzazione sociale e stereotipi, ma con in più l’idea di essenzialismo. Ossia l’attribuzione di una proprietà o di un meccanismo insiti nelle categorie che ne costituiscono l’”essenza”. Fortunatamente, dalla fine del secolo scorso, i sondaggi hanno evidenziato un calo dell’adesione a questo razzismo tradizionale.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Gli psicologi sociali si sono chiesti se questo calo fosse dovuto a una reale diminuzione del razzismo o all’adozione nel 1960 di leggi antirazziste negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei. Hanno in realtà individuato nuove forme di razzismo moderne. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Comprovatamente discriminatorie, hanno in comune il fatto di essere più difficili da riconoscere, più indirette e più sottili.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Tra queste troviamo il <span style="text-decoration: underline">razzismo simbolico</span>, che si riferisce all’occultamento del razzismo agli occhi altrui.  Poi troviamo il <span style="text-decoration: underline">razzismo ambivalente-amplificato</span> che descrive la coesistenza in uno stesso individuo di sentimenti positivi e negativi attivati a dipendenza del contesto. Per esempio, i sentimenti negativi razzisti vengono mobilitati in una competizione, ma non in un contesto di aiuto umanitario. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il <span style="text-decoration: underline">razzismo avversivo</span> che consiste nell’occultamento del razzismo a sé stessi, ossia in una forma inconscia di razzismo nella quale gli atteggiamenti negativi vengono espressi soltanto se possono essere attribuiti a un altro fattore. Studi condotti al riguardo con metodi recenti e impliciti hanno dimostrato che anche le persone antirazziste conoscono gli stereotipi negativi razzisti e che di conseguenza nessuno è immune al razzismo. Il <span style="text-decoration: underline">razzismo regressivo</span> secondo cui le idee egualitarie moderne vengono demolite da situazioni di stress che fanno regredire le persone a comportamenti discriminatori. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il <span style="text-decoration: underline">razzismo sottile</span> è caratterizzato dall’esagerazione delle differenze culturali tra il gruppo di appartenenza e le minoranze etniche discriminate. Anche dalla difesa dei valori tradizionali del proprio Paese contro le usanze straniere e dall’attribuzione di emozioni positive al solo gruppo di appartenenza. Infine, il <span style="text-decoration: underline">razzismo mascherato</span> riscontrato tra le persone che, nei sondaggi, negano l’esistenza del razzismo nel loro Paese.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Vedendola con la lente della psicologia sociale, ci rendiamo conto che le basi psicologiche e sociali del razzismo siano profondamente radicate nei nostri modi di pensare e comportarci. Questi meccanismi, come gli stereotipi, sono appresi culturalmente e sviluppati per sopravvivere in un mondo ostile nel corso dell’inizio della nostra storia. E’ facile capire come siano alla base del razzismo. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Per quanto però siano il risultato di processi lunghi e difficili da modificare, la ricerca evidenzia che con l’educazione e la riflessione consapevole è possibile combatterli. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Gli aspetti automatici e impliciti degli stereotipi e del razzismo possono essere combattuti con una delle scoperte umane più potente: la conoscenza. Sapendo dell’esistenza di questi processi possiamo inibirli, combatterli nei nostri ragionamenti quotidiani e incoraggiare chi ci sta attorno a fare lo stesso, magari con un lavoro di sensibilizzazione. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nella sostanza, il razzismo è alimentato dall’ignoranza, come carburante più efficiente. Sono molti gli esperimenti che dimostrano che immergendosi nella cultura di un popolo diverso a noi, imparando a convivere con loro e ad apprezzarne gli usi e i costumi, gli stereotipi cadono. Certo, si possono anche rafforzare, ma nel momento esatto in cui l’altro si mette nei panni dello “Straniero”, ne capisce le idee e le tradizioni, e crea così un legame che abbatte lo stereotipo iniziale.  </p>



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