Szilveszter Makó might be one of the most distinctive photographers working in fashion today. Yet, as it turns out, even he is not immune to internet criticism.
We have become so used to wanting something new every second. And I am not talking about overconsumption alone, because that’s another story altogether. I’m talking about our increasingly short attention span, and the way it seems to have changed our perception of creativity itself.
You see something twice, and suddenly it loses its value. That’s how our visual culture seems to work nowadays. You cannot be an outfit repeater, you cannot repeat an idea, a look or even a location. But who decided that seeing something once means we cannot enjoy seeing it again? And why should a familiar idea become less interesting simply because it comes back with a few subtle changes?
Not so long ago, if you wanted to look at photographs, advertising campaigns or the latest collections, you had to leave the house, walk to the nearest newsstand and flip through magazines, one page at a time. Wrong magazine? Too bad, start again.
Finding what you were looking for required a little effort, and perhaps that was precisely what made the experience special. You had to dedicate time to it. You had to observe, notice the details and eventually form an opinion.
Today, you don’t even have to get out of bed. Looking for a particular campaign or a look from a specific collection? Just open your browser, type a few words and there it is. A matter of seconds. And so is the time we spend looking at it. We find what we were searching for, get our little visual reward, close the phone and move on with our day. Another image swallowed by the endless scroll, already on its way to oblivion.


But let that same image reappear, perhaps with a slightly different composition or another face in front of the camera, and suddenly something clicks: I’ve seen this before. How boring.
Szilveszter Makó has developed a visual language that is immediately recognizable. Over the past few years, his work has appeared on covers and editorials featuring some of the biggest names in the industry, from Rihanna to John Galliano and Willem Dafoe. His imagery has become hard to miss.
And then came the Balenciaga dress. A beautiful turquoise Couture creation appeared in both Jenna Ortega’s and Gigi Hadid’s editorials, and the similarities did not go unnoticed. The internet was quick to point them out, as though a dress could only deserve its moment in the spotlight once.


In a recent response to the criticism, shared by Diet Prada, Makó reflected on the nature of his work and the expectations placed on creative people today.
He acknowledged that his photographs might appear similar to an untrained eye, but explained that every project is conceived around the individual in front of his camera. The setting, colors and visual elements are reconsidered each time, shaped to complement the person rather than simply reproduce a formula.
He also made an interesting point about the expectations of constant reinvention. A photographer, after all, is still one person, with one creative mind and a human working pace. Creating an entirely new visual universe every time is not necessarily what originality should demand, especially in an era when technology can generate something visually striking almost instantly.
Why should a beautiful thing become less valuable simply because we have already seen it? Both women looked extraordinary in the same Balenciaga dress, but they brought different presences and personalities to it. Each photograph told a different story. The same starting point does not necessarily lead to the same result.


Makó’s evolving, yes, just maybe not at the speed at which we scroll.
And that makes me wonder: have we really become so impatient that we can no longer recognize creativity unless it’s something completely unfamiliar? Have we started confusing novelty with originality and repetition with a lack of imagination?
There’s another contradiction worth considering. We demand constant originality from artists, photographers and designers, expecting them to reinvent themselves with every new project, while we rarely hold ourselves to the same standard. How often do we actually come up with something entirely new? How often do we step outside the references, aesthetics and ideas we have grown comfortable with? We follow trends, recreate looks, save the same images and draw inspiration from the same sources. We seem to expect everyone else to come up with something new, while rarely questioning how often we actually do the same.
Towards the end of his conversation, Makó expressed the hope that his work might encourage someone to slow down and create something with their own hands.
Perhaps this is where his real revolution lies. Not in constantly reinventing his visual language, but in reminding us that creativity takes time, that ideas deserve to be revisited and that making something meaningful can’t always be rushed.
Could this be our next industrial revolution? Not one built around new machines, but one that encourages us to put them aside for a moment and return to our own hands?

La data di scadenza della creatività
Szilveszter Makó è forse uno dei fotografi più originali della moda attuale. Eppure, nemmeno lui è immune alle critiche del web.
Ci siamo ormai abituati a pretendere qualcosa di nuovo ogni secondo. E non parlo solo di consumismo, perché quella è tutta un’altra storia. Parlo della nostra soglia dell’attenzione, sempre più ridotta, e di come sembra aver cambiato il nostro modo di percepire la creatività.
Vedi una cosa due volte e immediatamente perde di valore. È così che sembra funzionare la nostra cultura visiva oggi. Non puoi riproporre uno stesso outfit, non puoi ripetere un’idea o persino una location. Ma chi ha deciso che vedere una cosa una volta sola ci impedisca di apprezzarla di nuovo? E perché un’idea dovrebbe diventare meno interessante solo perché la rivediamo con qualche piccolo cambiamento?
Fino a non molto tempo fa, se volevi guardare delle fotografie, delle campagne pubblicitarie o le ultime collezioni, dovevi uscire di casa, camminare fino all’edicola più vicina e sfogliare le riviste, una pagina alla volta.
Rivista sbagliata? Peccato, ricomincia da capo a sfogliarne un’altra.
Trovare ciò che cercavi richiedeva un po’ di sforzo, ed era forse proprio questo a rendere speciale l’esperienza. Dovevi dedicarci del tempo. Dovevi osservare, far caso ai dettagli e infine formulare un’opinione.
Oggi non serve nemmeno alzarsi dal letto. Cerchi una campagna in particolare o un look di una collezione specifica? Basta aprire Google, digitare due parole ed è lì. Questione di secondi. E questi pochi secondi sono lo stesso tempo che passiamo a guardarla. Abbiamo trovato quello che cercavamo e ci siamo presi la nostra piccola ricompensa visiva, così da chiudere tutto e andare avanti con la nostra giornata. Un’altra immagine inghiottita dallo scroll infinito, già sulla buona strada per essere dimenticata.


Ma se ci ritroviamo davanti alla stessa immagine, magari con una composizione leggermente diversa o un altro volto davanti all’obiettivo, ecco che scatta qualcosa: “questa l’ho già vista, che noia!”.
Szilveszter Makó ha sviluppato un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile. Negli ultimi anni, i suoi lavori sono comparsi su copertine ed editoriali con protagonisti alcuni dei nomi più importanti del settore, da Rihanna a John Galliano e Willem Dafoe. Le sue immagini sono diventate impossibili da non notare.
E poi è arrivato l’abito di Balenciaga. Uno splendido modello Haute Couture turchese è comparso negli editoriali sia di Jenna Ortega che di Gigi Hadid, e le somiglianze non sono certo passate inosservate. La persone sono state velocissime a farle notare sui social, come se un vestito potesse meritarsi il suo momento di gloria una volta sola.


In una recente risposta alle critiche, condivisa da Diet Prada, Makó ha riflettuto sulla natura del suo lavoro e sulle aspettative che oggi vengono riposte negli artisti.
Ha ammesso che le sue fotografie possono sembrare simili a un occhio non allenato, ma ha anche spiegato che ogni progetto viene concepito attorno alla persona che ha davanti all’obiettivo. L’ambientazione, i colori e gli elementi visivi vengono ripensati ogni volta, modellati per valorizzare l’individuo anziché limitarsi a replicare una formula.
Ha poi sollevato un punto interessante sulle aspettative di una continua reinvenzione. Un fotografo, dopotutto, resta una sola persona, con una sola mente creativa e ritmi di lavoro umani. Creare da zero un universo visivo del tutto nuovo ogni singola volta non è necessariamente ciò che l’originalità dovrebbe imporre, soprattutto in un’epoca in cui la tecnologia può generare qualcosa di visivamente d’impatto quasi all’istante.
Perché una cosa bella dovrebbe perdere valore solo perché l’abbiamo già vista?
Entrambe le donne erano straordinarie con l’abito di Balenciaga, e a loro modo gli hanno dato una presenza e una personalità diverse. Ogni fotografia raccontava una storia differente. Uno stesso punto di partenza non porta necessariamente al medesimo risultato.


Makó si sta evolvendo, sì, ma semplicemente non alla velocità con cui scrolliamo.
E questo mi fa riflettere: siamo diventati davvero così impazienti da non saper più riconoscere la creatività a meno che non sia qualcosa di mai visto prima? Abbiamo iniziato a confondere la novità con l’originalità e la ripetizione con la mancanza di immaginazione?
C’è un’altra contraddizione su cui vale la pena soffermarsi. Pretendiamo una costante originalità da artisti, fotografi e designer, aspettandoci che si reinventino a ogni nuovo progetto, mentre raramente applichiamo lo stesso metro di giudizio su noi stessi. Quante volte tiriamo fuori qualcosa di veramente nuovo? Quante volte usciamo dalle reference, dall’estetica e dalle idee con cui ci sentiamo a nostro agio? Seguiamo i trend, ricreiamo i look, salviamo le stesse immagini e attingiamo dalle stesse fonti di ispirazione. Pretendiamo che siano gli altri a inventarsi qualcosa di nuovo, senza quasi mai chiederci quanto spesso lo facciamo noi.
Verso la fine della conversazione, Makó ha espresso l’auspicio che il suo lavoro possa incoraggiare qualcuno a rallentare e a creare qualcosa con le proprie mani.
Forse sta proprio qui la sua vera rivoluzione. Non nel reinventare continuamente il proprio linguaggio visivo, ma nel ricordarci che la creatività richiede tempo, che le idee meritano di essere riprese in mano e che fare qualcosa di significativo non può essere sempre una corsa contro il tempo.
Che sia questa la nostra prossima rivoluzione industriale? Non una basata su nuove macchine, ma una che ci inviti a metterle da parte per un momento per ritornare all’uso delle nostre mani?


Foto: Instagram


