Stile: identità in formato preset

da | CULTURE

Ti ricordi ancora come ti vestivi prima di sapere chi eri?

Caro lettore,

mi domando se sia mai capitato anche a te di innamorarti di una persona per come indossava un cappotto, per una certa incuria dei capelli, per quel modo inspiegabile di abitare i vestiti come se il mondo non avesse ancora inventato uno specchio.

A me piace pensare che, da qualche parte, esista ancora qualcuno che si veste al buio. Non intendo senza accendere la luce, piuttosto senza attendere il permesso dall’immagine che lo aspetta dall’altra parte della giornata.

Qualcuno che apre l’armadio e non trova una risposta. Trova una camicia dimenticata, un paio di scarpe che non stanno bene con niente, una gonna acquistata nel letto imbottigliato di farmaci per la febbre in un momento di noia, quando il desiderio aveva la forma di una cosa inutile.

Persone diverse per vestiti diversi

Mi chiedo dove vadano a finire tutte le persone che siamo state dentro i vestiti che non indossiamo più. Forse rimangono appese alle grucce, con le maniche rivolte verso il muro, aspettando che qualcuno si accorga di quanto ci stavano bene.

Ultimamente ho l’impressione che anche gli armadi abbiano cominciato a parlare una lingua più precisa della nostra. Ci sono stanze in cui tutto è pallido e profumato di sapone, altre in cui il nero sembra una forma di lutto mai dichiarata, altre ancora in cui fiocchi e gonne romantiche ricostruiscono un’infanzia che forse non è mai esistita esattamente così.

Ogni stanza ha una temperatura, un modo corretto di posizionarci e guardare fuori dalla finestra. E noi entriamo. Scegliamo una porta, impariamo la disposizione dei mobili, appendiamo alle pareti le fotografie giuste. A volte ci sentiamo finalmente a casa. Altre volte continuiamo a sistemare i cuscini in una stanza nella quale non abbiamo mai dormito davvero.

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Identità e stile come furto

Non c’è niente di sbagliato nel desiderare una casa. Forse abbiamo bisogno di somigliare a qualcuno prima di riuscire a distinguerci da tutti gli altri. Forse l’identità è anche questo: un piccolo furto commesso con amore. Sì dai, come una manciata di gesti raccolti dagli sconosciuti, un po’ qua e là. Come una giacca presa in prestito con qualcosa di tuo rimasto nelle tasche.

Contratti stilistici rigidissimi

Ma che cosa accade quando la casa comincia a chiudere le porte? Perché il vestito che ieri ci faceva sentire bellissimi oggi ci sembra un contratto? Non ti è mai capitato di voler indossare qualcosa di completamente estraneo alla persona che hai raccontato al mondo, ma rimani immobile davanti allo specchio, come se stessi per commettere un tradimento?

 Mi fa tenerezza pensare che a volte possiamo avere paura persino di un paio di scarpe. E no, non per il dolore che potrebbero procurarci, ma per quello che potrebbero smentire. Impariamo ad amare immagini così tanto da finire per abitarle. All’inizio ci mostrano possibilità che non avevamo saputo immaginare. Continuiamo a guardarci attraverso, convinti di vedere il mondo, mentre il mondo comincia a restituirci soltanto la nostra sagoma. Forse è qui che nasce la strana stanchezza di dover essere sempre riconoscibili.

Sentirsi appartenenti a qualcosa

Non basta più sentirsi qualcosa. Bisogna che quel qualcosa abbia una forma, una famiglia. Uno stile. E così persino il desiderio, che dovrebbe essere la cosa più disordinata che possediamo, impara a stare in fila.

Forse è qui che nasce la strana stanchezza di dover essere sempre riconoscibili.

  Mi immagino un uccello che, dopo aver trascorso tanto tempo dentro una gabbia aperta, dimentica la direzione del cielo. Magari perché ha imparato a misurare le ali sulla distanza fra due ferri, nonostante questi non ci siano più. Mi domando se non facciamo qualcosa di simile con noi stessi. Se, dopo aver trovato un’immagine nella quale ci sentiamo compresi, non cominciamo a eliminare tutto ciò che potrebbe contraddirla. La camicia troppo romantica, il trucco troppo impostato, il colore che ci rende irriconoscibili. Via tutto. Via quella tenerezza che non si accorda con la persona che abbiamo deciso di sembrare.

Eppure, caro lettore, credo siano proprio queste le cose che ci salvano. Il dettaglio fuori posto. La macchia sul tessuto. Il bottone sbagliato. Quella fotografia in cui non siamo venuti bene, ma che continuiamo a conservare perché, per una volta, non stavamo cercando di diventare belli…stavamo soltanto esistendo.

Incoerenza stilistica, mente rumorosa

 Mi piacciono le persone che non riescono a essere una sola cosa. Quelle che portano addosso contraddizioni che non hanno ancora trovato una spiegazione, che cambiano idea a metà strada o che si presentano vestite come un ricordo e se ne vanno con l’aria di chi ha appena dimenticato il proprio nome. Non perché siano più originali degli altri. Non credo che l’originalità sia una medaglia da appuntarsi sul petto, né che esista un luogo incontaminato dal quale inventare sé stessi.

Perché siamo tutti fatti di cose già viste. Una frase ascoltata da bambini, un profumo incontrato in metropolitana, il modo in cui qualcuno ci ha guardati una volta e non ci ha più guardati così. Siamo fotografie mai scattate e abiti desiderati soltanto perché li indossava una persona che avremmo voluto conoscere.

Riconoscersi nello stile

Ma tra tutte queste cose esiste uno spazio minuscolo nel quale possiamo decidere che cosa farne.

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Possiamo ripetere una forma oppure deformarla. Indossare un ricordo senza trasformarlo in una divisa. Amare una stanza e, un giorno, aprire la finestra senza sentirci obbligati a spiegare perché. In fondo lo stile non è la prova definitiva di chi siamo, ma la traccia provvisoria di qualcuno che sta ancora diventando. Che sta esistendo.

Un giorno potremmo svegliarci e non riconoscerci più nel colore che abbiamo difeso per anni. Potremmo tagliare i capelli, indossare qualcosa che avremmo giudicato ridicolo, innamorarci di una forma che non sappiamo descrivere. Potremmo persino tornare indietro, rimetterci quel vecchio cappotto e scoprire che certe parti di noi non scompaiono mai del tutto.

Stile senza etichette

E allora, perché abbiamo così tanta fretta di attribuire un nome ad ogni cosa?

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 Lasciamo qualche cassetto senza etichetta. Qualche fotografia senza data. Qualche desiderio senza una spiegazione plausibile da offrire agli altri. Lasciamo che esista qualcosa che non sappiamo ancora mostrare.

E se domani, caro lettore, ti capitasse di indossare qualcosa che non ti somiglia affatto, ti prego, non correre subito a cambiarti. Potrebbe essere soltanto un vestito. Oppure, per la prima volta dopo tanto tempo, potresti essere tu.

Foto: Pinterest