Dai primi 2000 al 2026 il mondo ha cambiato i propri colori, partendo dall’estetica tropical si è arrivati al suo opposto: tonalità analoghe a bassa saturazione
All’inizio degli anni Duemila il mondo sembrava avere una temperatura cromatica diversa. Le fotografie erano sature, le pubblicità esplodevano di colori, i device erano trasparenti e le luci artificiali tingevano gli ambienti di neon blu, verdi e rosa. Attualmente invece si riscontra che una parte importante dell’immaginario visivo s’è raffreddato e ha virato verso colori materici e terrosi. Spopolano automobili nere, bianche e grigie, interni beige, telefoni metallici e immagini digitali dai contrasti attenuati. È chiaro come la causa del cambiamento sia il modo di percepire e rappresentare il mondo.

Il tropical core dei primi Duemila
Il tropical core richiama un immaginario nel quale il colore è un’esperienza fisica: azzurri da piscina, verdi brillanti, rosa corallo, palme, tramonti arancioni e superfici illuminate da raggi caldi e accoglienti. Il tutto accompagnato da forti saturazioni che rendono all’occhio la vivacità della vita. L’estetica dei primi Duemila (soprattutto nella cultura pop, tra serie Tv quali Spongebob e Coppia di re, o canzoni come Vamos a la playa o Maracaibo, in pubblicità e prodotti storici tra cui il Calippo, ma ancora nei celeberrimi parchi divertimento) poneva alla base l’intensità visiva, che faceva sembrare ogni immagine più luminosa della realtà. Anche quando l’ambientazione risultava artificiosa il tutto conservava una certa luce vivida, come se il mondo fosse vivesse un’estate perenne.


A rappresentare bene questa dinamica erano, tra gli altri, gli oggetti tecnologici. L’iMac G3 di Apple, con la sua scocca traslucida blu, e le successive versioni color fragola, lime e mandarino trasformavano il computer in un elemento d’arredo giocoso. La plastica colorata lasciava intravedere le forme interne e le componenti del dispositivo.

Oggi invece? molti prodotti privilegiano alluminio, vetro, nero e grigio, con un design che cerca di apparire essenziale, inaccessibile e senza tempo. La tecnologia non ha perso la sua complessità, ma ha progressivamente nascosto i propri meccanismi e la propria esuberanza dietro materiali opachi e discreti.
Dalle luci calde a quelle fredde
Oltre design e materiale, importanti sono anche tono e luminosità di colori e luci. Le tonalità calde evocano spesso intimità, materia e familiarità, mentre le luci a tonalità fredde richiamano gli uffici e le superfici industriali. Nei primi Duemila, le due dimensioni convivevano in un immaginario pop fatto di tramonti arancioni caldi e riflessi metallici freddi. Oggi, non solo in molti interni ma in tutti gli ambiti della vita, si utilizza la luce fredda così da uniformare lo spazio, rendere i materiali neutri e creare ambienti visivamente ordinati, e sempre più razionali.
Naturalmente, non tutte le case sono diventate più fredde e non tutte le immagini del passato erano sature al massimo. Tuttavia negli ultimi sette anni si è puntato sempre più sull’ordine e sul rigore, costruendo mondi visivi in cui contrasto e saturazione sono spesso attenuate. Il risultato è una sorta di neutralità permanente che può essere elegante ma raramente sorprendente, e che chiaramente va a braccetto con l’estetica del quiet luxury. Le campagne pubblicitarie di Brunello Cucinelli o di Loro Piana incarnano perfettamente questo esprit du temps caratterizzato da pulizia e qualità.

Il Diavolo veste Prada 2: illuminazione e colori
La presa di coscienza è arrivata anche al cinema. Il Diavolo veste Prada 2 ha acceso il confronto con il primo film del 2006 sulla nuova eccessiva luminosità della scena, conferita dalle luci a Led fredde. Per lasciare poi spazio all’osservazione di come è mutata dopo venti anni la palette colori, diventata molto più neutra e indistinta, salvo alcune scene. D’altronde anche la psicologia del colore conferma che se si privilegiano tonalità morbide e uniformi, ne conseguono immagini meno accattivanti e meno memorabili. La domanda, allora, è se questa scelta rappresenti una raffinata evoluzione estetico-cinematografica, o se, a forza di attenuare i colori e aumentare l’illuminazione, si rischia di mitigare le emozioni legate alle immagini.

Non è scomparso il colore, è cambiato il nostro sguardo
Cosa si può trarre da tutto ciò? Che non sono i colori ad essere scomparsi, ma è lo sguardo rivolto al mondo ad essere cambiato. Come se si fosse imparato ad associare la modernità alla riduzione del colore. In tutto ciò la corrente minimalista ha reso desiderabili oggetti discreti, ambienti neutri e immagini controllate, mentre il digitale propone continuamente una quantità enorme di stimoli visivi. Così, paradossalmente, esistono immagini coloratissime sugli schermi, ma gli spazi fisici abitabili sono sempre più uniformi.
Per ritrovare il colore non bisogna tornare ai primi Duemila o rinunciare alla semplicità. Si dovrà recuperare la possibilità di scegliere tra estetiche diverse, senza considerare il beige più sofisticato del verde acqua o il grigio più contemporaneo dell’arancione. E come naturale che sia, se se ne parala ora è solo perché qualcosa sta già cambiando, basti vedere attorno a sé le ultime ‘grandi’ uscite.
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