Dentro il guardaroba di qualcun altro

da | LIFESTYLE

Un pomeriggio a Cavour, nel negozio Groovin, per imparare cosa significa vestire un corpo che non è il tuo – e scoprire che forse lo sapevi già

Groovin non è il tipo di negozio che si nota subito. Sta a Cavour con quella discrezione dei posti che non hanno bisogno di farsi pubblicità, che esistono per chi sa già dove andare, e aspettano con pazienza gli altri. Dentro, i capi sono disposti per brand, con una logica che non è quella della grande distribuzione: non per categoria, non per colore, ma per qualcosa di meno classificabile. Un’affinità di carattere, forse. L’impressione è quella di entrare nel guardaroba di qualcuno che ha un’idea molto precisa di chi è.

Il workshop: nel guardaroba di qualcun altro

È in questo spazio che si è svolto il workshop. Un piccolo gruppo, pochi partecipanti, la stessa quantità di silenzio e di aspettativa che si respira prima che qualcosa di importante cominci. Il brief era semplice nella forma e complicato nella sostanza: creare un outfit completo per un modello che avrebbe partecipato a uno shooting fotografico per il brand. Come riferimento, solo un moodboard, un insieme di immagini che suggerivano un’atmosfera senza imporre una direzione.

La differenza tra vestire se stessi e vestire un altro corpo è la stessa che passa tra scrivere un diario e scrivere un romanzo. Nel primo caso, ogni scelta è automaticamente giusta perché risponde a qualcosa di interno, di già noto. Nel secondo bisogna costruire un personaggio, decidere chi è, cosa vuole comunicare, quale spazio occupa nel mondo.

I pantaloni cargo mimetici sono arrivati per primi, con quella qualità dei pezzi che hanno già una personalità e la impongono a tutto il resto. Poi la maglia nera trasparente, che aggiungeva una tensione visiva senza coprire. Il blazer grigio, scelto per essere tenuto in mano piuttosto che indossato, un dettaglio che dice più di quanto sembri, perché un capo portato e non indossato racconta qualcuno che conosce le regole e ha deciso di non seguirle del tutto. Gli accessori, stravaganti, a chiudere un’idea che a quel punto era già chiara.

L’operazione di styling

C’è un momento, nello styling, in cui l’outfit smette di essere un’operazione intellettuale e diventa visivo. In cui non si ragiona più su cosa aggiungere o togliere ma si vede semplicemente se funziona. Quel momento è arrivato presto. Il look aveva una coerenza interna che non aveva bisogno di spiegazioni, raver, sì, ma non casuale. Costruito. Ogni elemento era lì per una ragione, anche quando la ragione sembrava l’opposto della ragione. Vale la pena fermarsi su questo punto, perché è dove l’esperienza tocca qualcosa di più largo. Un magazine sul minimalismo potrebbe sembrare il contesto sbagliato per celebrare un outfit che di minimale non ha nulla. Ma il minimalismo non è una questione di quantità, è una questione di intenzione. Un look costruito con questa chiarezza di visione, cui ogni scelta esclude consapevolmente tutto il resto, è minimalista nel metodo anche quando non lo è nell’apparenza. La stravaganza degli accessori non era eccesso: era precisione.

Quando l’outfit è passato dal manichino al modello, è successa la cosa che succede sempre in questi momenti e che non si impara mai del tutto ad aspettarsi: è diventato qualcos’altro. Non migliore o peggiore, diverso. Il corpo che lo abita lo interpreta, lo piega verso di sé, lo fa proprio. Lo stylist lascia andare la sua idea e ne riceve un’altra in cambio. È la parte del lavoro che nessun brief riesce a descrivere.

La sensazione, alla fine del pomeriggio, non era quella di aver imparato qualcosa di nuovo. Era quella di aver riconosciuto qualcosa che c’era già, una familiarità con il processo, una naturalezza nel muoversi tra i capi e le possibilità che avevano offerto, una certezza nelle scelte che non aveva richiesto deliberazione. Ci sono mestieri che si scoprono e mestieri che si ricordano. Questo sembrava del secondo tipo.

Articolo a cura di Selena Perca

Foto: Rome Fashion Path, Pinterest