Orfeo non si voltò per mancanza di fiducia. Si voltò perché aveva già sofferto.

Ciò che ci hanno insegnato
Un uomo innamorato scende negli Inferi per riportare in vita la donna che ama. Riesce a commuovere, grazie al suo canto, le anime che vi abitano, gli dei crudeli e perfino la morte. Alla fine ottiene ciò che nessun mortale aveva mai ottenuto: Euridice può tornare a casa insieme a lui, nel mondo dei vivi. Ad una sola condizione. Camminare davanti a lei, senza voltarsi neanche per un secondo. Non importa quanto sia lunga la strada da percorrere, non importa il suo desiderio di volerla rivedere. Orfeo deve assolutamente fidarsi. Eppure si gira. Euridice scompare per sempre. Ci hanno raccontato la storia di Orfeo come una storia di uno sbaglio. Il suo gesto è stato visto da secoli come una colpa: l’impazienza di un uomo che non ha saputo aspettare, la debolezza di chi non si è fidato. Eppure a volte si ha la sensazione che questa interpretazione sia troppo semplice per un mito che viene narrato da secoli. Perché forse Orfeo si fidava davvero di Euridice e degli dei. Si è voltato soltanto perché quel dolore l’aveva già conosciuto.

La richiesta impossibile degli dei
Quando leggiamo questa storia struggente ci dimentichiamo di un dettaglio importante: noi sappiamo che Euridice si trova realmente dietro di lui. Orfeo no. Orfeo in quel momento sa solo che la donna che ama è morta. L’ha vista svanire davanti ai suoi occhi. L’ha pianta. L’ha persa per sempre. Il dolore non finisce quando qualcosa torna… cambia il modo in cui vediamo il mondo. E allora l’amore smette di sembrare una certezza. Diventa una possibilità debole. Spesso pensiamo che il contrario dell’amore sia l’odio. In realtà spesso è la paura. La paura di soffrire di nuovo. La paura che ciò che stiamo iniziando a desiderare ci venga portato via da un momento all’altro. Orfeo non dubita di Euridice, ma del destino. Perché dopo aver conosciuto il dolore, anche la speranza inizia a sembrare pericolosa.

Credere ancora
E subito Euridice fu strappata via di nuovo, e le sue braccia tese non afferrarono che il vuoto.
A volte le ferite non ci rendono più forti, ma più cauti. Tendiamo a cercare segnali di pericolo anche quando non esistono. È qualcosa che si apprende solo quando si cresce. Spesso si pensa che la sfida più grande sia trovare qualcuno di cui fidarsi. In realtà la sfida è permettere a se stessi di credere ancora. Quando qualcosa ci ferisce impariamo a proteggerci, a tenere a distanza i sentimenti. Non perché non si desideri amare, ma perché si teme di rivivere dei brutti momenti. Ed è proprio allora che ci si accorge che l’amore non dovrebbe essere una sfida, una continua lotta per ottenere attenzioni. Dovrebbe essere un luogo in cui si smette di avere paura.

Il significato del suo sguardo
Orfeo si gira perché non riesce a credere che la vita gli stia dando una seconda opportunità. E questa, in fondo, è una paura profondamente umana. Quante volte qualcosa di bello entra nella nostra vita e ci prepariamo inconsciamente alla sua fine? Quante volte analizziamo e controlliamo ciò che amiamo perché non riusciamo a credere che sia reale? La paura di Orfeo non nasce dalla mancanza d’amore, ma dall’ incapacità di fidarsi di nuovo della felicità. Per questo il suo sguardo commuove: perché vi risiede tutto ciò che significa essere umani. La paura di perdere. Il bisogno di sapere. Non esistono garanzie o certezze, solo la scelta quotidiana di fidarsi. E forse la domanda che ci poniamo da secoli non riguarda Orfeo, ma noi stessi. Se la vita ci restituisse qualcosa di bello sapremmo continuare a camminare senza voltarci? Più che giudicare Orfeo dovremmo sentirci vicino a lui. Perché il suo gesto non è indice di un fallimento. Racconta la fragilità di chi deve imparare a credere di nuovo che l’amore sia una cosa bella.
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