L’AI ci ha rubato la scrittura o siamo noi ad avergliela concessa?

da | CULTURE

Opinioni contrastanti animano il dibattito pubblico in merito all’uso dell’AI (Intelligenza Artificiale). Non è questione di età, ma di mentalità. C’è chi non vuole proprio saperne; chi la utilizza per svolgere velocemente noiosi compiti perdi-tempo; e chi le chiede consigli di vita. Se l’AI sia una minaccia o un’opportunità non è ancora chiaro. Quel che è certo è che numerosi cambiamenti sono in atto, e l’editoria è uno dei settori maggiormente coinvolti. 

Il ritratto della nuova, malcapitata editoria nel Diavolo Veste Prada 2

Sono passati pochi giorni dall’uscita del Diavolo Veste Prada 2, e come in ogni cult che si rispetti, le aspettative del grande pubblico sul sequel erano decisamente alte. Più gli anni passavano, più le attese crescevano. Nonostante alcune critiche, tutto sommato il risultato è stato piacevole. Nulla di eclatante; alcuni personaggi si sono evoluti in modo singolare, mentre altri sono rimasti coerenti; ma ciò che più ha colpito è stata la messa in scena di un mondo decisamente cambiato. Il confronto tra oggi e vent’anni fa in ambito editoriale è abissale. La stampa ha radicalmente trasformato i mezzi e i metodi di comunicazione, e la rivista cartacea si è totalmente svuotata di significato.

Come racconta nel sequel Nigel, braccio destra di Miranda Priestly, precedentemente all’avvento dei social media, imagazine cartacei erano fonte di ispirazione, modello di riferimento per chiunque li leggesse; fungevano letteralmente da “Bibbia” per coloro che sognavano di lavorare in un universo patinato e perfetto, capace di influenzare scelte di costume e di vita, come quello mostrato nel colossal del 2006. Oggi tutto è completamente svilito.

Questo “crollo di status” del mondo della moda e dell’editoria è una conseguenza graduale dell’ascesa di internet, dei social e dell’intelligenza artificiale., che hanno reso tutto più frivolo, rapido e sfuggevole.

Questo incipit per domandarci: sono i registi e gli sceneggiatori del film in questione ad avere una visione cinica sul futuro delle riviste cartacee e dell’editoria o qualcosa è cambiato sul serio?

Con l’avvento della tecnologia la nostra vita si è trasformata completamente, è innegabile. Il modo di comunicare e di approcciare altre persone è radicalmente mutato nel corso degli anni. Il World Wide Web, internet e la rete hanno soddisfatto pregressi bisogni, ma allo stesso tempo hanno creato nuove esigenze. I vantaggi sono numerosissimi, li conosciamo e ne sfruttiamo i benefici; mentre ciò a cui spesso non si pensa sono gli ostacoli. Con l’avvento del digitale nella nostra routine molte cose hanno perso il proprio valore. Gesti, linguaggi, modi di comunicare: ognuna di queste azioni si è svalutata, come un capo passato di moda a fine stagione.

Per secoli gli uomini hanno dominato e governato il pianeta grazie al linguaggio e alle parole, per merito della loro intelligenza. Se pensiamo al nucleo famigliare, alle amicizie, ai team aziendali, tutto è coordinato da persone che comunicano tra di loro al fine di ottenere obiettivi comuni. 

Per la prima volta nella storia è stato creato uno strumento in grado di conversare, di pensare e di comunicare al nostro stesso livello, se non con competenze più evolute o addirittura superiori a quelle umane.

L’Intelligenza Artificiale è letteralmente piombata all’interno della nostra quotidianità, o almeno così è parso a noi comuni mortali. Un giorno, come tanti altri, abbiamo avuto accesso ad una mente artificiale in grado di eseguire praticamente qualsiasi richiesta, necessità o problema ci trovassimo ad affrontare noi esseri umani al posto nostro. Tutto semplicemente collegandoci con un account di un banale smartphone, tablet o computer. Sorprendete?!

Un primo accenno di AI c’è stato nel 2011, quando Apple ha introdotto nei suoi smartphone “Siri”, una voce amica (un assistente vocale) capace di soddisfare nostre piccole richieste. Subito dopo Amazon fece lo stesso con Alexa e Google con il suo Assistente. Questi strumenti, configurati per avere tratti caratteriali che ricordassero un umano, erano progettati appositamente per dare un senso di familiarità, fiducia e tranquillità all’utente. 

Ecco come l’AI ha iniziato ad introdursi nelle nostre vite e a gestire silenziosamente micro-aspetti della nostra quotidianità. Siamo passati da porre domande come “Che tempo farà oggi?”, a chiedere di fare qualcosa al posto nostro, come “Accendi la luce”. Tutto sembrava comodo ed innocente, ed è diventato la nuova “normalità”.

Oggi, con una frase, possiamo creare ciò che desideriamo: un’immagine, come un testo, un film, tutto. Digitiamo ciò che la nostra immaginazione vorrebbe realizzare e dopo pochissimi secondi otteniamo una sceneggiatura degna di Wes Anderson, una tela in perfetto stile Picasso, un testo dall’ironia calviniana. Il potere di questa mente è a dir poco sbalorditivo, qualcosa di mai visto prima. Ma a tratti spaventoso…

Questo intrufolarsi graduale dell’AI nelle nostre vite ha permesso di fare un uso/abuso di esse da parte della gente comune. 

La questione di fondo è che non esiste ancora un parametro universale che definisca fino a che punto possiamo spingerci; non c’è un giusto o uno sbagliato nell’AI, tutto è ancora da vedere e da definire. Abbiamo tra le mani qualcosa di molto potente che nessuno ci ha insegnato a gestire. E le conseguenze potrebbero essere gravi: la creatività è già stata minata. Oggi sul web troviamo numerosissimi articoli scritti dell’Intelligenza Artificiale, per non parlare di video e immagini, e ciò che è più grave è che tutti possono produrre qualcosa di inimmaginabile, con un click, senza ala minima competenza. Il genio non ha più valore. 

Alcune intelligenze artificiali sono state migliorate per fare errori in modo da sembrare più vere, più “umane”; spesso fatichiamo a riconoscere un prodotto dell’AI. Se la istruiamo, mostrandole, ad esempio, dei nostri articoli, in seguito ad un’attenta e accurata analisi, anch’essa sarà in grado di produrre un testo seguendo il nostro stile di scrittura. 

Umana, però, non lo sarà mai

Dobbiamo ricordarci una cosa, l’arte nasce spesso dell’errore, dall’imperfezione, e questo è qualcosa di prezioso, che una macchina non potrà mai rubarci. 

Come sostiene il filosofo israeliano Yuval Noah Harari: “L’intelligenza non è saggezza”; quest’ultima è un’abilità che soltanto l’uomo possiede, insieme all’empatia e ai valori che tutti gli uomini condividono. Anche l’autenticità è qualcosa che ci definisce, che ci distingue da una macchina.

“LA SAGGEZZA AUTENTICA RESTA UMANA”, lo sostiene anche l’AI stessa.

A chi, quindi, protesta perché l’AI ci sta rubando il lavoro, la creatività, la scrittura, ecc., siamo tenuti a ricordare che: dal momento in cui siamo noi a governarla, siamo noi a concederle il potere di rubarci le idee o aiutarci a svilupparle.

Una macchina è progettata per eseguire; una persona per pensare.

L’AI non va condannata, va capita e spiegata.

E se vi dicessi che qualche giorno fa, il 05 maggio, a Versailles (PER SECOLI, IL FULCRO CULTURALE PER ECCELLENZA DI TUTTA EUROPA) ha debuttato un’opera scritta con l’AI?