La body positivity piace a tutti, finché porta consenso. Il problema arriva quando la coerenza sparisce e resta solo la convenienza.
C’è qualcosa di insopportabile nel teatrino che alcune influencer mettono in piedi attorno alla body positivity, ed è il modo in cui la vendono come una rivoluzione morale. Spesso è solo marketing fatto bene e un modo furbo per accumulare follower. Per anni una parte del discorso social ci ha ripetuto che il corpo grasso è bello, che il grasso non è un problema. Il vero problema è solo lo sguardo degli altri. Poi però arriva la semaglutide e i similari e all’improvviso il messaggio cambia. Non più “va bene così”, ma “sto facendo ciò che è meglio per me”.
E sia chiaro: farlo è legittimo. Il punto non è questo. Il punto è che non puoi trasformare l’accettazione del tuo corpo in una bandiera. Lucrarci sopra, costruirci autorevolezza e fedeltà del pubblico, e poi fare finta che nessuno veda la contraddizione quando ti butti sul farmaco dimagrante del momento. Quella non è crescita personale. Molto più spesso è una ritirata elegante da una tesi che fino al giorno prima veniva venduta come una verità liberatoria.

Rebel Wilson prima e dopo l’uso del farmaco dimagrante
Il problema non è che una persona in carne voglia dimagrire. E non è nemmeno che scelga di usare un farmaco, se lo fa con un medico. Il problema è l’ipocrisia di chi per anni ha detto alle altre persone che voler dimagrire fosse quasi una resa, che non fosse necessario, un tradimento culturale, salvo poi fare la stessa cosa appena il mercato ha offerto una scorciatoia più veloce, più efficace. È qui che tutta la retorica della body positivity mostra la crepa più grossa: in certi casi quelle influencer non ci credevano davvero fino in fondo. Sembrava più un personaggio da portare online che un’idea reale. E quando hanno visto che conveniva di più cambiare strada, l’hanno fatto subito. Per questo viene da pensare che non fosse una battaglia sincera, ma un discorso utile finché portava attenzione, follower e approvazione.
Un caso discusso è quello di Gabi Menard, influencer associata ai temi della body positivity, che dopo aver rivelato di usare “il farmaco magico” ha ricevuto il backlash dei follower. E sinceramente è difficile stupirsi. Non perché una creator debba restare grassa per coerenza ideologica, ma perché quando hai trasformato il tuo corpo in un manifesto politico e commerciale non puoi far finta che il pubblico non abbia creduto in quella promessa. Hai chiesto fiducia, identificazione, appartenenza. Hai detto, in sostanza, “io rappresento un altro modo di stare al mondo”. Se poi quel modo di stare al mondo si piega verso la direzione più premiata dal mercato, cioè essere più magra, più conforme, più approvata, allora il sospetto che tutta quella rivoluzione fosse solo storytelling diventa più che legittimo.

E questa contraddizione si vede benissimo anche in certi contenuti social italiani, dove per mesi viene portato avanti un discorso molto chiaro: non bisogna vergognarsi del corpo curvy, bisogna imparare a vestirlo, valorizzarlo e difenderlo dallo sguardo degli altri. Poi però, nel giro di pochi mesi, arrivano video in cui il cambio fisico è evidente e viene mostrato quasi come una gag, con il classico confronto sul pantalone che prima stava in un modo e adesso sembra larghissimo, quasi una gonna. Ed è lì che il discorso si incrina. Non perché dimagrire sia una colpa, ma perché non puoi costruire una narrazione intera su un messaggio e poi cambiare completamente immagine senza affrontare la contraddizione.
Perché il punto più irritante, non è il farmaco. È la sceneggiatura. Prima il sermone. Poi la monetizzazione dell’autostima. Il rebranding salutista e l’aria offesa se qualcuno osa dire che qualcosa non torna. È un copione talmente prevedibile che finisce quasi per insultare l’intelligenza di chi guarda. Il pubblico non è stupido. Si accorge benissimo quando il messaggio passa da “non c’è nulla di sbagliato nell’essere grassa” a “finalmente mi sento meglio così”, mentre il corpo si assottiglia e l’algoritmo applaude.

Meghan Trainor prima e dopo l’uso del farmaco dimagrante
Va detto con chiarezza: nessuno deve restare prigioniero del personaggio che ha costruito online. Nessuno deve sacrificare la propria salute per sembrare coerente. Ma proprio per questo servirebbe onestà vera, non il solito linguaggio pieno di formule terapeutiche e frasi sterilizzate. Basterebbe dire: ho sostenuto una cosa, ora ne faccio un’altra, perché vivere in un corpo grasso è più complicato di come lo raccontavo, perché anch’io sento la pressione della magrezza, perché anch’io voglio quello che il mondo premia. Sarebbe scomodo, ma almeno sarebbe vero. Invece troppo spesso arriva la versione ripulita, levigata, moralmente disinfettata.
La verità che a pagare il conto di questa farsa non sono le influencer, che al massimo faranno un altro video, cambieranno tono, parleranno di “nuovo capitolo” e si porteranno a casa altre sponsorizzazioni. A pagarlo sono le persone comuni che le hanno seguite cercando sollievo, rappresentazione, una tregua dalla vergogna. Persone a cui è stato detto che il problema era solo lo stigma, solo lo sguardo degli altri, solo la società. E che poi si ritrovano davanti al fatto che, appena si è aperta una via farmacologica efficace e socialmente premiata, perfino certe sacerdotesse dell’accettazione hanno cambiato altare. È lì che la delusione smette di essere delusione e diventa rabbia. Perché non sembra più emancipazione. Sembra pubblicità emotiva travestita da coscienza politica.
Alla fine è molto più semplice: il farmaco non ha creato la falsità, l’ha solo smascherata. Ha fatto vedere che certe idee erano forti solo a parole e che appena cambiava la convenienza cambiava pure il discorso. E quindi sì, più che rivoluzione sembra solo opportunismo fatto bene.


