L’analisi femminista di Bell Hooks basata sull’intersezionalità.
La riflessione sull’intersezionalità non può essere compresa pienamente senza il contributo di Bell Hooks, tra le voci più autorevoli del femminismo contemporaneo. Scrittrice, teorica e attivista statunitense, Hooks ha dedicato la sua opera all’analisi delle relazioni tra razza, genere e classe, mostrando come le forme di oppressione si intreccino in modo complesso nella vita delle persone in particolare delle donne, soprattutto le donne nere.

L’intersezionalità
Sebbene il termine sia stato coniato dalla giurista Kimberlé Crenshaw alla fine degli anni Ottanta, esso trova con gli scritti di Bell Hooks una delle sue espressioni fondamentali. Nella sua visione l’analisi delle oppressioni non può mai essere parziale perché l’identità basata su genere, razza, classe, orientamento sessuale, abilità o disabilità non sono dimensioni separate ma elementi intrecciati che strutturano la vita quotidiana delle persone. L’intersezionalità diventa perciò anche un metodo di lettura del mondo, uno strumento per comprendere come le identità multiple influenzino le opportunità e le esperienze individuali.

Il primo approccio al femminismo
Nel suo libro ‘Ain’t I a Woman? Black Women and Feminism’ (scritto di getto nel 1971 e rimaneggiato e ampliato negli anni successivi fino alla pubblicazione del 1981), l’attivista analizza la condizione delle donne nere negli Stati Uniti, evidenziando come esse subiscano una doppia marginalizzazione dovuta al loro genere e al colore della pelle: gli uomini bianchi le denigrano in quanto donne e nere invece le donne bianche le escludono perché nere. E se in casa gli uomini neri trattano la donna come inferiore per rivalsa dei soprusi subiti all’esterno, si aggiunge una terza dimensione, quella di classe, che acuisce maggiormente le disuguaglianze per le dinamiche di potere che l’uomo statunitense degli anni Settanta applica nei confronti delle afroamericane.
Il femminismo si basa sui margini della società
Da qui prende strada il concetto di intersezionalità, ampliato nel libro ‘Feminist Theory: From Margin to Center’. In questo testo fondamentale Hooks sostiene che il femminismo deve partire dai margini della società, ovvero da coloro che vivono le forme più acute di oppressione. La scrittrice afferma che il movimento femminista, guidato da donne bianche della classe media, ha storicamente ignorato le esperienze delle donne nere e di quelle povere e questa esclusione ha prodotto un movimento incapace di rappresentare realmente tutte le donne. Quindi, l’intersezionalità assume un valore non solo teorico ma diventa uno strumento politico necessario per costruire una solidarietà autentica e in grado di trasformare la realtà che si vive. Mettere al centro le esperienze delle donne nere e delle classi popolari significa ridefinire radicalmente le priorità del movimento femminista, spostando l’attenzione dalla parità formale alla giustizia sociale più ampia.


La forza del pensiero della femminista risiede nella sua capacità di collegare teoria e pratica. Dichiara fermamente che il sessismo non può essere combattuto senza affrontare il razzismo, così come il razzismo non può essere eliminato senza mettere in discussione le strutture economiche che producono povertà e sfruttamento. La chiave è un fronte unito, un approccio integrato e intersezionale che insiste sul concetto di lotta simultanea tramite la critica sistemica al patriarcato, al capitalismo e al suprematismo bianco, i quali sono sistemi di dominio interconnessi.

Per Bell Hooks comprendere le intersezioni delle oppressioni significa imparare a leggere il mondo in modo più complesso e responsabile; il suo pensiero esprime a chiare lettere che la liberazione può definirsi tale se è globale e non se solo parziale: “As long as women are using class or race power to dominate other women, feminist sisterhood cannot be fully realized” (da ‘Feminism Is for Everybody’).
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