Ricordando Alexander McQueen nell’anniversario della sua morte: la mente visionaria che ha fatto del dolore la più alta forma di bellezza
Sono passati sedici anni da quell’11 febbraio del 2010. Sedici anni da un addio che ha costretto il mondo della moda a fermarsi e chinare il capo. A riflettere ancor prima di piangere. Uno di quelli che lascia chi rimane in un silenzio colmo di assordante frastuono. Oggi, sedici anni fa, ci lasciava Lee Alexander McQueen. Morì nel suo appartamento a Londra, accanto ad un biglietto in cui chiedeva di prendersi cura dei suoi cani, una candela ancora accesa, e un computer aperto su una pagina contenente informazioni su come togliersi la vita. Era l’11 febbraio del 2010: il giorno in cui la moda dovette guardarsi dentro.

L’indomani si sarebbe dovuto celebrare il funerale della madre, scomparsa poco prima. Un saluto che non riuscì a compiere, motivo scatenante del gesto estremo. Gesto che già da tempo contemplava. Era diventato un leitmotiv, un pensiero tanto ricorrente e tetro, quanto lenitivo. Svuotato da ogni paura, in un certo senso. Tanto che prima della sua ultima sfilata, Plato’s Atlantis, nell’ottobre del 2009, confessò al suo collega Sebastian Pons di volerlo fare proprio in quell’occasione.
Sarebbe voluto uscire di scena di fronte al suo pubblico, davanti l’industria intera, verso il concludersi di quella a cui più di una volta si era già riferito come la sua ultima collezione. Ma non lo fece: molti credono non volesse dare un tale dolore alla madre. Per questo, appena venne a mancare, non attese nemmeno il momento del suo ultimo saluto. Come se ormai fosse libero di scegliere per sé. Libero di liberarsi.
La bellezza abita il macabro
Diceva che la moda dovesse essere una forma di escapismo, non di prigionia. Ma forse a quella evasione dalla realtà lui non ebbe mai pieno accesso: era solo un’ora d’aria necessaria per sopportare la cella. Alexander McQueen non ha mai odiato la moda, ma soffriva i suoi sistemi. A tre anni già disegnava, a dodici leggeva libri sulla moda, capendo così di voler diventare un designer. Inseguì quel sogno famelicamente, instancabilmente, fino a diventare colui che ancora oggi tutti chiamano “the greatest of all time” (il migliore di tutti i tempi). Dopo ogni sfilata viveva un forte calo emotivo, isolamento, depressione. La pressione professionale era troppa, ma troppa era anche la passione per quel mondo. Una combinazione letale, chiara nelle sue collezioni.


I suoi show erano pensati per provocare. Per scioccare e incantare allo stesso tempo: per Lee, la bellezza abitava il macabro. Tim Blanks, noto critico di moda, disse di McQueen: “Bellezza e orrore erano i suoi due poli. Creava qualcosa di bellissimo e poi lo contaminava”. In quelle contaminazioni c’era sempre qualcosa di profondamente personale. McQueen riversava il proprio dolore in ciò che mostrava al mondo: lo cuciva negli abiti, lo insinuava negli accessori, lo costruiva nei set, lo affidava ai simboli.
La sua fascinazione per la natura parlava anche di questo. Davanti alla natura l’essere umano è impotente. Minuscolo. Davanti alle sue sfilate dovevamo sentirci allo stesso modo: nudi. Lee non voleva semplicemente vestire il corpo, ma esporre l’animo che lo abitava. Portare in superficie ciò che l’uomo tenta di reprimere: l’istinto, la debolezza, la perversione, la confusione, la sua natura ibrida e animale.
Le sfilate di Alexander McQueen che ancora oggi parlano di noi
Sfidò i confini del corpo e del movimento con La Poupée, P/E 1997. Le modelle, trasformate in bambole meccaniche, avanzavano a fatica, imprigionate in accessori metallici che ne limitavano i gesti, come corpi sospesi tra carne e plastica. Una riflessione disturbante sull’oggettificazione, sul voler rendere umano ciò che umano non è, e artificiale ciò che invece è vivo.

Con Joan, F/W 1998, mise lo spettatore di fronte alla brutalità della storia. I cappotti stampati con i volti dei figli della dinastia Romanov, ritratti poco prima della loro esecuzione, trasformavano la passerella in un luogo di memoria. In No. 13 (P/E 1999) le protesi abbinate agli abiti evocavano la fragilità e la ricostruzione del corpo umano, nel silenzioso riferimento alle mutilazioni di guerra. Il finale, con Shalom Harlow immobile mentre due bracci robotici spruzzavano vernice sul suo abito bianco, trasformava la creazione in atto meccanico e violento. Ancora una volta, McQueen ci metteva davanti a un confine instabile: dove finisce l’uomo e dove comincia la macchina.


Voss (P/E 2001) fu l’apice. La sfilata fu deliberatamente ritardata di un’ora: gli ospiti furono lasciati ad attendere davanti a un cubo specchiato, costretti a guardare il proprio riflesso mentre risuonava il battito ossessivo di un cuore. Quando le luci si accesero, modelle con teste fasciate – incapaci di guardare fuori per via di un sapiente gioco di luci – misero in scena il lato crudo della claustrofobia mentale. Ancora, la denuncia della violenza inflitta ad una terra e alle sue donne in Highland Rape, la maratona brutale e senza fine di Deliverance, il lutto delle Widows of Culloden. Tutto di Lee fu shock e bellezza, orrore ed insegnamento.

Dove la moda tocca l’inimmaginabile
Lee la moda l’ha presa a morsi. Sfilata dopo sfilata. Pur sapendo che a sua volta, la moda prendeva a morsi lui. Lui si nutriva di lei, assimilando un veleno per il quale non ha avuto antidoto. Lei si nutriva di lui, non per ferirlo, ma perché ne aveva bisogno.
Le farfalle furono tra i suoi simboli più ricorrenti. Insieme a piume, uccelli, gusci. Tutti emblemi di un’esistenza transitoria. Bellezze brevi. Un po’ come la sua. Con la sola differenza che Lee resta. È ovunque la moda tocchi l’inimmaginabile.
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