Crescere prima del tempo: essere la sorella maggiore non è certo per i deboli di cuore
Il mondo si divide in due grandi categorie: c’è chi cresce da figlio unico, e chi cresce con fratelli o sorelle. Una divisione netta, quasi ideologica, avvolta da un non dichiarato alone di rivalità. Da una parte vi è chi impara da subito a stare da solo, dall’altra, chi condivide tutto: la cameretta, i giochi, le attenzioni, i segreti, le colpe, e perfino i meriti. Due esperienze profondamente diverse, che a volte si invidiano, altre fanno a gara fra loro. Mentre discutono, però, si tende a dimenticare un dettaglio non da poco. Un livello in più. Un’esperienza parallela, ma difficilmente paragonabile alle altre. Ad osservare i vari battibecchi dall’alto, vi è un terzo, spesso silenzioso, attore: la sorella maggiore.
Essere figlio unico è una cosa. Essere un fratello – o una sorella – un’altra. Ma essere la sorella maggiore, tuttavia, fa parte di tutt’altro universo. Non significa semplicemente avere dei fratelli: significa crescere in un’altra categoria. Talmente diversa da aver richiesto una definizione tutta sua. Un nome che cerca di dare ordine a un ruolo che ordine non ne ha mai avuto: la sindrome della sorella maggiore.

“Eldest daughter syndrome”
L’espressione “sindrome della sorella maggiore” nasce dal bisogno di raggruppare un insieme di comportamenti, sensazioni e dinamiche familiari. Dal disperato bisogno di esser viste. Riconosciute. Le sorelle maggiori sviluppano, già da piccolissime, un forte senso di responsabilità. Sono coloro che capiscono per prime, che nonostante la primogenitorialità, prime non saranno quasi mai. Coloro di cui “non ci si deve mai preoccupare”. Imparano ad essere grandi prima del tempo, e sviluppano una quasi naturale – o meglio, appresa – inclinazione a prendersi cura degli altri. E no, non solo dei fratelli più piccoli. Ma anche dei genitori, degli equilibri familiari, dell’atmosfera in casa. La sorella più grande osserva, presta attenzione, tiene le redini. Poi interviene, sistema, risolve. Molte volte, ancor prima che il problema abbia il tempo di mostrarsi.


Un forte senso del dovere, il bisogno di controllo, la difficoltà a delegare, l’abitudine a dare priorità ai bisogni altrui, la necessità di far sentire tutti a proprio agio, apprezzati, amati: un elenco che ogni sorella maggiore conosce fin troppo bene. Abbassare la guardia non è un’opzione contemplata e, anche quando tutto viene sistemato, non resta alcun senso di soddisfazione o orgoglio personale: solo un vago sollievo per aver fatto ciò che andava fatto.
Tutto questo è il risultato di aspettative implicite. Nel momento in cui si diventa sorelle maggiori, ci si guadagna il distintivo di terzo mini genitore: bisogna dare l’esempio, essere mature, aiutare, comprendere. Ed ecco che si corre a colmare spazi, anticipare bisogni, e rendere le cose più semplici per chi viene dopo. Le dinamiche genitoriali giocano un ruolo fondamentale, così come la questione del genere. Essere la maggiore già porta con sé un bagaglio di responsabilità implicite. Essere femmina, poi, le moltiplica.

Perché non si parla di fratello maggiore
Il genere non è un dettaglio neutro nella crescita. È una lente attraverso cui vengono filtrate le aspettative. Le bambine vengono educate fin da piccole a prestare attenzione agli altri. Ad essere disponibili, empatiche, collaborative. I maschi, al contrario, crescono con un maggior margine di libertà. Non importa se sono distratti, disordinati, impulsivi: sono maschi, che ci vuoi fare. A loro è concesso di imparare sbagliando; alle femmine di imparare adattandosi. Per cui, smettiamola di dire che le femmine crescono prima. Le bambine non maturano più velocemente. Le bambine vengono punite prima, colpevolizzate prima, corrette prima. E quindi, imparano prima. In questo contesto, la sorella maggiore diventa il punto di incontro tra due aspettative: quella legata alla primogenitorialità e quella legata al genere. Non è solo la prima figlia, ma colei che dovrebbe già sapere come ci si prende cura degli altri. Con questo non si intende che i fratelli maggiori non abbiano responsabilità, ma che il loro mancato adempimento viene più facilmente tollerato. O colmato da terzi.
Sorella maggiore: uno stage non retribuito
La sorella maggiore è sorella, madre, padre, balia, amica, mediatrice. È colei che batte le mani più forte di tutti gli altri per colmare l’assenza di chi non si presenta alle recite. Colei che asciuga le lacrime della mamma prima che i più piccoli se ne accorgano. E quelle dei più piccoli prima che se ne accorga la mamma. È tutto ciò che le viene richiesto di essere, anche quando le mura di casa vacillano.

È importante rendere visibile un ruolo che troppo spesso viene dato per scontato. Un carico silenzioso che viene visto come un dovere naturale, e mai per ciò che è davvero: una crescita precoce. Imposta e non richiesta. Essere sorelle maggiori è un po’ come fare uno stage non retribuito. Tanto lavoro, tanta esperienza. Tante cose che si imparano. Ma vitto e alloggio dobbiamo pagarlo noi. E a caro prezzo.
Foto: Pinterest


