All roads lead to Rome

da | CULTURE

“Tanto alla fine finisco sempre lì.”
“Qualunque scelta faccia, è come se fosse già scritta.”
“Tutti i miei tentativi portano sempre allo stesso posto.”

Frasi come queste popolano i post, i video e le caption dei ragazzi che usano il trend “All roads lead to Rome” per raccontare una malinconia nuova, silenziosa, fatta di lucida rassegnazione e bellezza disillusa.
Ma perché questo modo fatalista di raccontarsi sta diventando così potente?


Un trend, due simboli, mille domande

In molti video compare il coniglio bianco quello di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, che corre, controlla l’orologio, segue una direzione, una linea, un destino.
Accanto a lui, a volte, appare lo Stregatto, sorridente, inquietante, fuori dal tempo, che sembra rappresentare tutto ciò che è deviazione, caos, assurdo. Lineare uno, labirintico l’altro.
Eppure, che tu segua l’uno o l’altro, il punto d’arrivo non cambia.
Il trend diventa così una carezza per chi si sente perso, per chi si è stancato di lottare, per chi ha bisogno di sentirsi meno solo nel suo loop.


E se Roma fosse noi?

“All roads lead to Rome.”
Ma cosa rappresenta Roma, davvero? Un ex, un errore, un’abitudine, un trauma?
Oppure un ritorno a sé, a quella parte di noi che non cambia mai, nonostante tutto?
Forse Roma non è una meta, ma un’ombra che ci accompagna ovunque andiamo.
Una nostalgia di qualcosa che non possiamo evitare, o un rifugio nel ripetersi delle cose.


Il fascino tragico del determinismo

Dietro questo sentimento c’è qualcosa di antico: il determinismo, l’idea filosofica secondo cui ogni evento è già scritto, ogni scelta è solo un’illusione, ogni deviazione è parte del percorso già previsto.
E se la libertà fosse solo una narrazione consolatoria?
E se ogni bivio fosse solo una scenografia per farci sentire agenti, quando in realtà siamo spettatori?
Il trend non lo dice esplicitamente, ma lo suggerisce.
Attraverso il filtro di una generazione che ha imparato a convivere con l’incertezza, con algoritmi che prevedono tutto, con scelte che sembrano non cambiare mai nulla, questa estetica fatalista parla di destino, ma anche di stanchezza.


Scegliere di non arrivarci

Eppure in questo ritorno inevitabile a Roma, c’è anche qualcosa di profondamente umano.
Qualcosa che ci tiene vivi: la speranza che, tornandoci, qualcosa sia cambiato.
Che il posto sia lo stesso, ma noi un po’ di più. E forse la vera domanda non è
“perché torno sempre lì?”, ma chi sarò, quando ci arriverò di nuovo.
Il punto è questo: il destino non è un tiranno. È un pretesto.
Una linea tracciata a matita. Puoi riscriverla. Puoi cancellare.
Puoi smettere di correre dietro al coniglio e restare ferma. Puoi guardare lo Stregatto negli occhi e scegliere la tua via.
“All roads lead to Rome” è comodo da dire quando hai paura di cambiare strada.
Ma il coraggio non è fare tutto bene. È deviare con intenzione.
Sbagliare altrove. Perdersi altrove. E magari, per una volta, non tornare.
Non sei un algoritmo.
Non sei la somma delle volte che sei ricaduta.
Il futuro non è un luogo già pronto: lo costruisci camminando. E se una voce ti dice “finirai sempre lì”, tu rispondi:
“Non oggi.”

foto: pinterest