Fashion month SS26: la resa dei conti

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Il fashion month della stagione SS26 è stato degno del ritorno sugli schermi di Miranda Priestly. Torna l’interesse per la moda che, questa volta, non annoia affatto.

Per mesi si è parlato di questo tanto atteso fashion month di settembre, fatto di debutti e giri di poltrone. Tra Milano e Parigi il pubblico della moda è rimasto sorpreso, sia in positivo che in negativo, di quanto visto sulle passerelle. Per la prima volta dopo tempo, forse, la parata di star mondiali accorse per i front row delle sfilate è passata in secondo piano (al di là dell’arrivo di Meryl Streep e Stanley Tucci allo show di Dolce&Gabbana che ancora intasa i nostri feed). La moda è stata la vera protagonista di questo settembre, le passerelle hanno finalmente ricominciato a catalizzare l’attenzione non per le prime file patinate, ma per le nuove visioni dei designer.

Tra riscoperte degli archivi e nuove visioni creative la moda sta vivendo una nuova rivoluzione che, per la localizzazione degli show, potremmo definire decisamente francese, ma non solo. Anche Milano ha avuto i suoi topic moments, ma il confronto con la ville lumiere risulta ogni anni più complicato. Nemmeno la presenza di Demna nel capoluogo lombardo è riuscita a stravolgere la fashion week meneghina portandola ai livelli delle collezioni parigine.

Nuovi nomi? Più o meno, pochissime le vere novità a livello di direzioni creative. Piuttosto si parla di un gioco di riposizionamento dei grandi player del settore che si sono trovi nella mani nuove maison da dirigere. Di base sembra che nulla di tutto ciò abbia a che vedere con la spinta creativa che dovrebbe contraddistinguere la moda. E, in effetti, è proprio così. Questi continui spostamenti non fanno altro che confondere i consumatori, creando hype per le nuove collezioni che, tendenzialmente, sono vuote di visione creativa. Eppure questa volta è stato diverso.

In un momento in cui il mercato soffre così tanto e i consumatori hanno perso completamente la fiducia nella moda ecco che questa ricomincia a stupire. Dopo anni di collezioni disegnate con il freno a mano tirato sembra tornata la voglia di cambiare le cose. Molti dei brand affidati a nuove menti hanno visto le loro passerelle rivoluzionarsi completamente. Questo fashion month è stata veramente la resa dei conti e, forse, la moda ne sta uscendo in gran trionfo.

Il nuovo Gucci by Demna

Il primo dei debutti è stato quello del nuovo Gucci disegnato da Demna, ex Balenciaga. Un binomio inaspettato, ma più che mai riuscito. Dopo la sua storia d’amore decennale con Balenciaga sembrava impossibile che Demna riuscisse ad incarnare l’anima borghese di Gucci, ma la sua prima collezione parla chiaro. Per il debutto Demna non sceglie una sfilata: lancia i 37 look della SS26 sulla pagina Instagram del brand e, il girono seguente, programma la proiezione di un fashion film.

Il titolo della collezione è “La famiglia” e presenta 37 personaggi che incarnano l’italianità borghese del brand fiorentino unendo il cliché alla realtà. A completare l’immagine è il fashion film “The Tiger” diretto da Spike Jonze e Halina Reijn chiaramente ispirato a “Gruppo di famiglia in un interno” di Luchino Visconti. L’Italian style di Gucci pare al sicuro nelle mani di Demna e i presupposti per una nuova grande era del brand sembrano esserci.

C’era una volta il Balenciaga di Pierpaolo Piccioli

Parlando di ere gloriose, e di Demna, non si può non citare uno tra agli show parigini più acclamati della stagione: quello di Balenciga, il primo firmato dall’italiano Pierpaolo Piccioli, ex Valentino. Potremmo tranquillamente definire Piccioli il Re Mida della moda. In un modo o in un altro ciò che tocca lui diventa oro, nessuno osa metterlo in discussione o contraddirlo e forse un motivo c’è. Dopo la sua eccellente storia d’amore con Valentino l’attesa per il suo debutto da Balenciaga era trepidante.


E come volevano le previsioni Balenciaga, nelle mani di Pierpaolo, è tornato quel brand glamour, raffinato ed elegante dei tempi di Cristobal. Pur non rinnegando l’era Demna. In passerella un attento studio dell’archivio che passa dai disegni del fondatore, con cui si apre lo show, a qualche riferimento alle epoche di Demna e Nicolas Ghesquière. Decisamente un nuovo corso per il brand che, fino a qualche anno fa, stupiva sfilando nel fango, tra le bufere di neve e portando tra le mani sacchetti di patatine come borse. L’eleganza intellettuale di Piccioli riuscirà a non farci rimpiangere le trovate geniali di Demna? Troppo presto per dirlo, intanto qualcuno già si dice innamorato e sollevato dal ritorno dello stile di Cristobal.

Il Versace che ha diviso il pubblico

Torniamo a Milano per analizzare uno dei debutti più discussi della stagione: quello di Dario Vitale da Versace. La SS26 del brand della medusa non ha lasciato indifferenti. Al contrario tanti, quasi tutti, hanno gridato all’orrore nel vedere Versace privato di quell’aria glamour e ultra rock disegnata per più di un decennio da Donatella. L’approccio di Vitale è decisamente meno pop e più concettuale. Può piacere o meno, ma non si può dire che il suo Versace snob non sia coerente con il DNA del brand.


La storia immaginata dal giovane Dario Vitale, infatti, è più legata all’epoca Gianni che a quella di Donatella. Vitale scava negli archivi, abbandona l’idea del Versace glamour da red carpet per abbracciare la dimensione più daily e rilassata del brand. Come avevano già intuito dai look presentati al lido veneziano. Sembra tutto sbagliato, discordante eppure è tutto così giusto. Vitale si appropria della dimensione più intima e riflessiva del brand rifiutando i codici standard e indagando perfino nella corrispondenza privata del fondatore per costruire un racconto più reale e umano possibile.

Finalmente Chanel

Non ci sono Versace, Gucci o Balenciaga che tengano, il debutto più temuto è stato, senza dubbio quello di Matthieu Blazy da Chanel. Uno dei brand più complessi da ereditare. Una vera e propria istituzione per la moda, e per la fRancia che ha visto per anni la guida di un altro personaggio straordinario: il kaiser Karl Lagerfeld. Dopo i discutibili anni di Virginie Viard Chanel aveva estremo bisogno di eliminare la polvere dal tweed. Ed è presto fatto se il brand finisce nelle sapienti mani di Matthieu Blazy, ex Bottega Veneta, che pare essere riuscito in una missione impossibile.


Ambientata nella galassia la collezione di Blazy per Chanel è stata una vera e propria boccata d’aria. Pare che il brand possa ricominciare ad essere rilevante a livello moda, non solo dal punto di vista commerciale. La stravaganza moderata del designer duetta alla perfezione con look che ricordano la storia della maison delle camelie senza annoiare. Anche il tweed, scorce e delizia del brand, torna ad essere contemporaneo nelle mani del designer. Gonne vaporose, t-shirt bianche ed eleganti abiti dallo spirito anni ’20 raccontano la nuova donna Chanel: libera, felice e sorridente.

È il turno di Dior

Se Chanel è uno dei mostri sacri della moda francese di certo maison Dior non è da meno. Anche per il marchio di Monsieur è stato tempo di un nuovo inizio, dopo la criticissima era firmata Maria Grazia Chiuri, prima donna alla direzione creativa di Dior, oggi nuova designer di Fendi. A casa di monsieur approda l’enfant prodige, coì si fa per dire, della moda contemporanea: JW Anderson. Dopo il suo lavoro magistrale da Loewe le aspettative erano altissime e, secondo la critica, sono stato più che rispettate. In un set disegnato da Luca Guadagnino e Stefano Baisi sfila il nuovo Dior che fa dialogare i codici storici del brand con il futuro.


Le silhouette sono sgraziate, disarmoniche e riecheggiano in maniera quasi caricaturale i pezzi iconici del guardaroba Dior. Il tailleur bar del new look del 1947, le gonne a corolla, la linea H e i motivi floreali. Tutto ciò che ai tempi di Monsieur era simbolo di grazia ed armonia oggi diventa il contrario. Anderson porta tuto all’eccesso. Le scarpe diventano infiorescenze rigogliose, le forme su discstano dal corpo. C’è qualcosa che sembra non funzionare nei look pensati dal designer, o forse è proprio quello che rende la collezione capace di interpretare il presente.

Foto: Vogue