Surrealismo analogico e corpi forti: il mito Pirelli si reinventa trasformando dodici mesi in un’opera che sfida tempo e immaginario.
Il Calendario Pirelli è il superstite più sexy della cultura pop: nato per decorare officine e garage, oggi è custodito come una reliquia da collezionisti e addetti ai lavori. In settant’anni ha attraversato scandali, rivoluzioni estetiche e trasformazioni della femminilità. Se negli anni ’70 bastava un bikini per incendiare gli spiriti, nel 2026 il discorso cambia. Sølve Sundsbø non cerca lo scandalo facile, ma un cortocircuito visivo. La natura portata in studio, il tempo piegato in immagini sospese, corpi che non ostentano ma emanano potenza. Una scenografia in cui il verde muschio incontra la pelle, i tessuti diventano paesaggi, i volti sembrano scolpiti in un sogno.

Chi è, davvero, Sølve Sundsbø?
Uno che con la luce parla fluentemente. Il norvegese che ha fatto scuola mescolando tecnica maniacale e immaginazione senza freni: background editoriale di altissimo profilo, sperimentazioni sulle proiezioni, il 3D, i fondali LED, l’uso dell’acqua e del vento come strumenti narrativi. Il suo marchio di fabbrica? il “surrealismo analogico”: che restituisce immagini oniriche costruite senza espedienti digitali. Solo la magia del reale che diventa irreale.
È per questo che il suo Pirelli non è destinato a diventare una blasonata glamourata su cui mast******i, ma un teatro della metamorfosi, dove la natura entra in studio e il corpo diventa elemento — acqua, aria, fuoco, luce — senza mai perdere la propria verità. In altre parole? Sundsbø è esattamente quello che serviva per riscrivere un mito senza farlo sembrare uno scontato revival.
Ed è qui che Sundsbø ribalta il mito Pirelli. Perché il suo calendario non si limita a fotografare volti e corpi: li reinventa. Non più pin-up patinate o celebrity usate come poster, ma archetipi contemporanei che mescolano forza e fragilità, carne e paesaggio, bellezza e inquietudine. È un Pirelli che prende le distanze dal voyeurismo e flirta piuttosto con l’arte contemporanea. Più vicino a una mostra fotografica che a un oggetto da parete.
Il vero colpo di genio, però, è il modo in cui Sundsbø riesce a dialogare con la storia del Calendario senza farsi schiacciare dal suo peso. Da Helmut Newton a Annie Leibovitz, da Lindbergh a Testino, ogni edizione ha raccontato un’epoca e un modo diverso di guardare al corpo.
Sundsbø non imita, non cita: preferisce smontare l’idea stessa di posa, rendendo il corpo non più un oggetto da guardare ma una forza da percepire. La sensualità non sta nell’erotismo esplicito, ma nell’ambiguità: volti che sembrano statue, tessuti che diventano paesaggi, un tempo sospeso che chiede di essere interpretato.
Forse è proprio questa la vera rivoluzione del Pirelli 2026: non si consuma con voracità, non è fatto per essere appeso e dimenticato. È un’opera che reclama lentezza, attenzione, quasi contemplazione. Nella veloce e consumistica realtà in cui viviamo e scrolliamo immagini a raffica, Sundsbø mette un freno a tutto questo, costruendo visioni che obbligano a fermarsi. Dodici mesi di pura bellezza non più da collezionare, ma da abitare.
E poi ci sono loro: le protagoniste.









Donne memorabili, lontane anni luce dal cliché della modella usa-e-getta. Nel backstage affiorano volti che portano con sé storie e simbologie: Tilda Swinton, regina androgina del minimalismo; Isabella Rossellini, mito trasversale che attraversa generazioni; Venus Williams, atleta mitologica sospesa tra grazia e potenza; Eva Herzigová, medusa contemporanea che si muove in una vasca d’acqua come fosse un oracolo marino.
Accanto a loro, altre presenze altrettanto magnetiche: Irina Shayk, Gwendoline Christie, FKA Twigs, Du Juan, Luisa Ranieri, Susie Cave, Adria Arjona. Donne che non incarnano il solito sex appeal prefabbricato, ma nuove eroine della contemporaneità: corpi che parlano di esperienza, visione, tempo vissuto. Non oggetti da esposizione, ma soggetti che riscrivono il mito stesso del desiderio.
Sul set dell’Arri Stage — più laboratorio alchemico che studio fotografico — il tempo sembra dilatarsi. Qui Tilda diventa vento, Venus fuoco, Isabella terra, Eva acqua. Gli elementi si mescolano ai corpi, i tessuti diventano paesaggi, le pose si dissolvono in gesti poetici.
E così il Pirelli 2026 smette di essere un “calendario” per diventare un componimento d’arte diviso in dodici atti, una vera e propria catarsi estetica. La femminilità non viene mostrata, ma percepita. La natura non è sfondo, ma compagna. L’immaginazione non è fuga, ma resurrezione.
In fondo, cos’è davvero questo nuovo Pirelli? Non un gadget patinato da appendere in bella mostra, ma un oracolo pop: un rituale visivo che ci ricorda che siamo fatti di carne e di elementi, di tempo che scivola via e di immagini che restano. Un simbolo fisico che resta sempre padrone del suo e di ogni tempo.
Foto: Vogue; Alessandro Scotti.


