Facciamo finta di non sentire niente. Ma in realtà sentiamo tutto. Ecco come la Gen Z usa l’apatia come strumento di autodifesa.
“Ma si raga, chissene frega”, “Cringe”, “Chill, sto a posto così”.
Benvenuti nel linguaggio della Gen Z, un vocabolario fatto di battute, disinteresse, autoironia, il che ha un solo obiettivo: proteggerci da ciò che sentiamo davvero. Perché no, non è vero che non sentiamo niente. Anzi, sentiamo eccome.
La verità è che siamo cresciuti con la convinzione che mostrare quello che sentiamo ci renda vulnerabili. Ci faccia sentire fragili, esposti. E allora abbiamo costruito un filtro, talvolta ironico, talvolta distaccato, il quale ci aiuta a non farlo vedere. Abbiamo imparato a trattenere, mascherare, ironizzare, per sembrare forti.
Non che qualcuno ce l’abbia imposto. Ce lo siamo imposti da soli, un po’ alla volta. Non perché non proviamo niente, ma perché forse sentire troppo ci fa paura. O, forse, vogliamo solo dimostrare che possiamo reggere tutto.

Ironia come scudo contro le incertezze
Stiamo crescendo tra il crollo delle certezze economiche, con il timore di intraprendere la strada sbagliata perché oggi nulla sembra durare, e ogni scelta fa paura. Tra cambiamenti climatici e “Fridays for Future”. Tra le immagini della guerra in Ucraina e delle bombe su Gaza. E poi il Covid, che ci ha tolto il contatto umano, rendendoci iperconnessi ma più soli che mai. Vediamo famiglie sfasciarsi, genitori infelici. E, come se non bastasse, ogni giorno scrolliamo vite migliori della nostra: su Instagram, su Tik Tok.
E allora abbiamo scelto di “proteggerci” come possiamo: facendo finta di non sentire. Rifugiandoci nei meme, nel sarcasmo, nell’ ironia. Un‘ ironia difensiva, che ci tira su mentre tutto intorno sembra così instabile.

Non è apatia, è autodifesa
Diciamo “non mi importa” quando invece ci siamo appena svegliati con quel pensiero in testa. Mandiamo meme ironici sui mental breakdown e poi scrolliamo per non pensarci. Trattiamo tutto con leggerezza, ma poi passiamo ore su Tik Tok per spegnere il cervello.
Sorridere con un “non mi tocca” è più facile che dire “questa cosa mi ha ferito”. Avere una corazza emotiva talvolta è visto come sinonimo di maturità.
Non dico che un po’ di leggerezza ogni tanto non ci faccia bene, ma noi l’abbiamo estremizzata, trasformandola in una forma di apatia come autodifesa. È come se ci fossimo convinti che le emozioni vadano gestite come un feed di Instagram: curate, filtrate, e se proprio devi mostrarle, almeno rendile divertenti.
E così ci teniamo tutto dentro, incastrando i sentimenti in un labirinto.
E qual è la conseguenza? Una generazione emotivamente esausta. Stanchi prima ancora di iniziare. Demotivati prima ancora di capire chi siamo. Rinunciatari non perché non ci importa, ma perché ci sembra di non avere le forze. Un burnout generazionale.

Sotto l’apatia ci siamo noi
Sotto l’apatia forse c’è una rabbia che non sappiamo esprimere, una paura che ci imbarazza o un senso di vuoto che abbiamo nascosto troppo a lungo. Il problema non è che siamo diventati freddi. È che abbiamo imparato a fingere di esserlo.
Ma se iniziassimo a dirci che ci fa male, che a volte ci sentiamo soli, che abbiamo paura, che il “tanto non mi importa” è una bugia? Forse basterebbe smettere di fingere.
Perché non serve fingere di essere forti per esserlo davvero. Perché non serve nascondere le emozioni e far credere che non ci importi, per togliersi di dosso il peso. Perché sentire non è un difetto, è umano.
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