Tutti volevano una nuova Marilyn: il curioso caso delle sue cloni

da | LIFESTYLE

Dopo Marilyn Monroe, Hollywood ha inseguito per decenni il sogno impossibile di replicare la sua magia. Ma cosa ci dicono i suoi “cloni” su bellezza, fama e industria dello spettacolo?

La maledizione dell’icona: Marilyn e le sue imitazioni

Marilyn Monroe non è mai stata solo un’attrice. È stata un’icona, un simbolo pop, un’immagine che ha fatto scuola e – forse – anche danni. Dopo il suo successo negli anni ’50, Hollywood ha cercato disperatamente di produrre una “nuova Marilyn”, dando vita a un’ondata di attrici biondo platino, prorompenti e confezionate secondo lo stesso stampo. Ma nessuna è mai riuscita davvero a replicare il suo fascino. E forse il motivo è che Marilyn era tanto un prodotto culturale quanto una persona: irripetibile, fragile, esplosiva.

Jane Mansfield: la copia glitterata

Tra tutte, Jane Mansfield è quella che più si è avvicinata alla formula Monroe. Stessa chioma ossigenata, stesso sex appeal esibito, stessi scandali ben orchestrati. A differenza di Marilyn, Mansfield accettava con entusiasmo i media, anzi li cercava. Ma l’eccesso di esibizionismo – dai bikini esplosivi ai party con Hugh Hefner – la trasformò presto in una caricatura. Quando la moda delle bionde esplosive cambiò rotta, Mansfield si trovò fuori dal sistema. Morì giovanissima, tragicamente, e la sua parabola sembrò voler imitare anche la fine prematura della sua musa ispiratrice.

Mamie Van Doren, Sheree North e le altre: talenti sacrificati

Mamie Van Doren fu forse la più rock and roll tra le cloni: recitava in film di ribellione giovanile, si tuffava tra rock, motori e provocazioni. Ma il tempo passava in fretta, e la sua immagine rimase intrappolata in un cliché. Sheree North, invece, fu la scommessa più diretta di Fox contro Marilyn stessa, tanto che le fecero provare i suoi stessi costumi. Ma non funzionò. Troppo simile per distinguersi, troppo diversa per eguagliarla.

La lezione? L’industria può impacchettare un’immagine, ma non può replicare il magnetismo umano.

Dalle repliche ai remix: l’ombra di Marilyn negli anni a venire

La lista è lunga: Tuesday Weld, Cleo Moore, Diana Dors, Joi Lansing, Barbara Nichols, Kim Novak… ognuna con una carriera a sé, alcune con talento autentico, altre vittime del sistema, molte finite presto nell’oblio. Alcune, come Kim Novak, hanno lottato apertamente contro l’etichetta di “sosia” e hanno tentato – riuscendoci a tratti – di ridefinirsi come artiste a tutto tondo. Altre, come Diana Dors, hanno trasformato la propria immagine in un’arma da usare a loro favore fino alla fine.

Perché non esisterà mai una seconda Marilyn Monroe

Il punto è proprio questo: la formula Monroe non è replicabile perché Marilyn era una contraddizione ambulante. Dolce e tormentata, ingenua e calcolatrice, vulnerabile e potentissima. Nessun algoritmo produttivo poteva riprodurre questa miscela, e nessuna attrice doveva davvero provarci. Cercare un’altra Marilyn era come cercare un secondo Elvis o una nuova Frida Kahlo: culturalmente seducente, ma condannato al fallimento.

Marilyn oggi

Curiosamente, il mito di Marilyn è più vivo che mai. Celebrità contemporanee – da Kim Kardashian a Ana de Armas – continuano a evocarla, copiarne il look o persino interpretarla sul grande schermo. Ma oggi la riflessione è più matura: non si cerca una nuova Monroe, si indaga su cosa rappresentasse davvero. Il culto del corpo, il prezzo della fama, l’identità costruita tra immagine pubblica e fragilità privata.

 Non basta essere bionda e sensuale

Il tentativo di clonare Marilyn Monroe ci ha lasciato un’interessante eredità: una galleria di donne che raccontano quanto fosse tossico il bisogno dell’industria di trovare “un’altra uguale”, quanto fosse potente l’impatto dell’immaginario e quanto fosse, in fondo, tragica la figura originale. Più che una stella, Marilyn era un paradosso vivente. E per questo, unica.

Immagini: Pinterest