La passerella brucia, ma nessuno se ne accorge
C’è un odore che non va più via. Non è profumo. Non è patchouli, né oud, né ambra grigia. È un odore più acre, più vero: odore di bruciato. Di confini che si richiudono. Di guerre travestite da politica commerciale. Di bombe economiche che esplodono silenziose, e fanno danni più duraturi dei missili.
Nel cuore di questo incendio ci sono loro: i dazi. Parola tecnica, fredda, burocratica. Ma non fatevi ingannare: i dazi sono armi. Non tagliano con le lame, ma con le percentuali. Non feriscono il corpo, ma i bilanci. E dietro ogni dazio c’è sempre una scelta: proteggere o punire. Dominare o difendersi.

Cosa sono i dazi, davvero
I dazi sono tasse imposte su beni importati da un paese estero. Punto. Ma dietro questa definizione scolastica, si nasconde una logica antica e brutale: il dazio è un muro. Serve a proteggere l’economia nazionale da ciò che arriva da fuori. Serve a scoraggiare la concorrenza. Serve, in teoria, a difendere i lavoratori. In pratica, spesso difende solo gli interessi dei più forti.
Li applica un governo quando vuole frenare le importazioni. Oppure quando vuole “punire” un altro paese per scelte politiche o militari. L’America lo fa contro la Cina, la Cina lo fa contro l’Europa, l’Europa ci pensa — ma poi ha paura. Perché i dazi sono come un boomerang: se li lanci male, ti tornano in faccia.
E in mezzo a questo gioco di potere globale c’è un settore che si muove con leggerezza solo apparente: la moda.


Dazi: armi vecchie per guerre nuove
I dazi non sono una novità. Esistono da secoli, con nomi diversi e la stessa funzione: proteggere. Oggi tornano protagonisti in un mondo che sogna la globalizzazione ma si sveglia nazionalista. Dopo la sentenza del 28 maggio che ha temporaneamente bloccato l’offensiva tariffaria di Trump, molti hanno tirato un sospiro di sollievo.
Ma il respiro è corto: l’amministrazione americana ha già annunciato ricorso. E intanto, nuovi venti di guerra commerciale soffiano anche altrove. L’India ha minacciato dazi contro l’Europa per dispute sul clima.
La Cina continua a modulare le sue tariffe come leve strategiche. E perfino il Brasile studia misure per difendere le sue filiere. Perché i dazi non servono solo a difendere i confini economici: servono a fare pressione, a negoziare, a colpire senza dichiarare guerra. Sono geopolitica con l’etichetta appesa.
Sono diplomazia armata. E mentre i governi giocano a scacchi con le dogane, i pezzi sacrificabili restano sempre gli stessi: lavoratori, piccole imprese, e settori fragili come la moda. Che non produce solo vestiti: produce simboli, status, sogni. Ma ora, quei sogni rischiano di costare troppo. Anche solo per attraversare un confine.

Il lusso sotto assedio
La moda non è frivola. Non è leggera. Non è inutile. Chi lo pensa non ha capito niente. La moda è economia, cultura, identità nazionale. E soprattutto: è potere morbido. L’Italia esporta miliardi di euro in abiti, borse, scarpe. È uno dei pochi settori in cui siamo ancora ammirati, invidiati, imitati.
Ma se arrivano i dazi — e stanno arrivando — tutto questo rischia di crollare. Un vestito che costa 1000 euro in Italia può arrivare a costarne 1300 in Cina o in America, solo per colpa delle tariffe doganali. Chi lo comprerà? Forse ancora i ricchi. Ma meno. E meno spesso. Perché anche il lusso ha un limite: il portafoglio.
E allora le aziende del Made in Italy tremano. Quelle piccole rischiano la chiusura. Quelle grandi tagliano personale. Quelle multinazionali si trasferiscono altrove. E l’Europa? Guarda, discute, e spesso tace. Per non disturbare troppo i giganti con cui commercia.
Trump, i dazi e l’illusione dell’indipendenza economica
Il 2 aprile 2025, il presidente Donald Trump ha proclamato il “Liberation Day”, annunciando l’imposizione di dazi del 10% su tutte le importazioni e tariffe fino al 50% su beni provenienti da oltre 180 paesi, inclusa l’Unione Europea. Queste misure, giustificate come necessarie per correggere decenni di squilibri commerciali, hanno scatenato una tempesta nei mercati finanziari globali, causando un crollo delle borse e innescando una guerra commerciale su vasta scala.
La moda italiana, simbolo di eccellenza e artigianalità, è finita nel mirino di queste politiche protezionistiche. Con dazi che aumentano i costi delle esportazioni, molti marchi del lusso si trovano ora a dover affrontare margini ridotti e una domanda in calo nei mercati chiave come gli Stati Uniti. Le aziende più piccole, prive delle risorse per assorbire tali costi o per delocalizzare la produzione, rischiano la chiusura.

Tuttavia, il 28 maggio 2025, una corte federale statunitense ha dichiarato illegali la maggior parte di questi dazi, stabilendo che il presidente ha oltrepassato la sua autorità imponendo tariffe generalizzate senza l’approvazione del Congresso. La decisione ha portato sollievo temporaneo ai mercati, ma l’incertezza persiste, poiché l’amministrazione Trump ha annunciato l’intenzione di appellarsi alla sentenza.
In questo scenario, la moda non può più permettersi di rimanere spettatrice. Deve scegliere se continuare a sfilare su passerelle dorate, ignorando le crisi che la circondano, o se prendere posizione, difendendo non solo i propri interessi economici, ma anche i valori di creatività, inclusività e responsabilità sociale che proclama di rappresentare.
L’ipocrisia della moda geopolitica
Eppure la moda non è solo economia. È anche narrazione. E in tempi recenti ha deciso di recitare una parte nella tragedia del mondo: si è messa la maschera dell’impegno. Ha sfilato per la pace. Ha stampato t-shirt con slogan femministi. Ha fatto post su Instagram contro il razzismo. Ha indossato kefiah, bandiere arcobaleno, kimono reinterpretati.
Ma è tutta scena. Tutto marketing.
E non è solo vigliaccheria. È calcolo.
La Cina non si critica: è il più grande mercato. L’India non si tocca: è la nuova frontiera. Il Golfo è una miniera d’oro: sfilate private per principi e oligarchi. E allora la moda fa quello che sa fare meglio: cuce silenzi. Taglia la verità. Stira le coscienze. E sfila sopra i cadaveri, con l’arroganza di chi si crede eterno.

Europa: cambiare o morire (di eleganza)
L’Europa ha una scelta da fare. L’Italia principalmente. Può continuare a giocare a fare la potenza culturale, o può diventarlo davvero. Per farlo deve proteggere il suo patrimonio manifatturiero. Ma non con i vecchi metodi. Non con i dazi a casaccio. Serve una politica industriale vera, una difesa del lavoro artigianale, un rilancio del valore simbolico e reale del Made in Italy.
E serve, soprattutto, una moda che abbia coscienza. Che sappia prendere posizione anche quando fa male. Che non usi la politica solo per vendere più magliette. E chissà, forse possiamo farcela?
Perché prima o poi — e accadrà — i grandi creativi, i grandi brand, i grandi imperi dovranno rispondere a una domanda:
Mentre il mondo bruciava, voi che facevate?
Eravate lì, a cucire bellezza. Sì.
Ma su un cadavere.

Photocredits: Elle, The Washington Post, Ansa


