Breadcrumbing: in amore ci si può nutrire di briciole?

da | LIFESTYLE

Attenzioni discontinue ma abbastanza intense da tenere l’altro legato a noi: il fenomeno del breadcrumbing.

Ricordate la favola di Hansel e Gretel? I due fratellini che si smarrirono nel bosco a causa di un fallito tentativo di ritrovare la strada di casa grazie ad una scia di briciole di pane, divorata da famelici uccellini. La storia è un po’ più lunga di così, ma è questa la parte sulla quale è necessario soffermarsi. Il fare affidamento su una precaria scia di briciole. Tenetelo a mente.

Cos’è il breadcrumbing?

Il breadcrumbing, che si traduce in “spargere briciole di pane”, è il termine utilizzato per definire un insieme di comportamenti volti a tener ancorato a sé qualcuno, pur non nutrendo un reale interesse nei suoi confronti. È il comportamento di chi lascia briciole d’amore, granelli d’attenzione, che tengono il partner incollato, ne alimentano le speranze e mantengono vivo l’interesse. Segnali intermittenti e apparentemente immotivati, lanciati senza avere alcun’intenzione di impegnarsi seriamente, ma con la volontà di non rinunciare alla gratificazione ricevuta dall’altro.

La discontinuità delle attenzioni che lo “sbriciolatore” fornisce, genera reazioni confuse, che vengono poi riequilibrate nel momento in cui torna a mostrarsi interessato, dando vita ad un circolo vizioso di dipendenza affettiva. Il breadcrumbing funziona infatti per rinforzo intermittente, una tecnica fondata sull’alternanza di rinforzi positivi e momenti di assenza. Ed è proprio l’assenza l’arma principale, che infligge colpi risanati poi da micro-azioni senza sforzo che fanno sì che il partner torni a sperare.

Chi semina briciole raccoglie dipendenza

Più che briciole d’amore, briciole d’ego. Si, perché l’amore non è un contratto a chiamata, e rispondere prontamente ad un granello d’attenzione non fa che nutrire l’ego di chi lancia la briciola, e poi nasconde la mano. Il breadcrumber ha difficoltà relazionali: non riuscendo a controllare la propria emotività, tenta di dominare quella altrui, e consapevole di non poter soddisfare i bisogni relazionali dell’altro, crea quella scia di briciole che gli permette di tenerlo vicino a sé con il minimo sforzo. Magari solo per avere la certezza che sia ancora disponibile.

Le mosse tipiche sono: messaggi emozionali sporadici, frasi ad effetto dopo un lungo periodo di silenzio (quel “mi manchi” insensato alle due del mattino, per intenderci), richieste di incontro senza successo, instillazione del dubbio, promesse vuote e indifferenza occasionale. Sebbene la tendenza sia perlopiù legata alla sfera amorosa, può avvenire anche in relazioni amicali o lavorative.

L’era in cui viviamo non migliora le cose. Il fenomeno, che esiste da sempre ma che oggi ha un nome, trova infatti nell’iperconnessione della GenZ la sua massima espressione. Basta un messaggio, un like, un minimo contatto. Quante volte abbiamo ricevuto segnali ambigui da qualcuno nonostante abbia messo in chiaro di non voler nulla di serio? Quante volte, all’arrivo della notifica incriminata, abbiamo alimentato le nostre illusioni dicendo a noi stessi: “se non gli interesso, allora perché mi scrive?”. Per citare un film di qualche anno fa, la verità è che non gli piaci abbastanza. Non gli interessa altro che l’alimento di cui il loro ego si nutre: la vostra attenzione. Non si può vivere una relazione stando in panchina, attendendo di essere chiamati.

Per tornare alla favola dei fratelli Grimm: non fidatevi delle briciole di pane. Perché se non vi faranno perdere la strada di casa come ad Hansel e Gretel, state sicuri che vi faranno perdere la testa, l’autostima, e la pazienza.

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