Giovanna Civerchia racconta il valore della moda che resta. Da Ralph Lauren a Maison Margiela, il progetto Iconico esplora il rapporto tra memoria, qualità e desiderio. Un viaggio nella moda del passato per comprendere quella di oggi.
In un panorama dominato da tendenze che cambiano rapidamente, il vintage continua a suscitare interesse, riportando l’attenzione sulla qualità dei capi, sulla loro storia e sul contesto in cui sono nati. Ma che cosa rende un abito del passato ancora desiderabile? E come viene scelto per essere indossato oggi?
La ricerca di abiti capaci di attraversare il tempo prende forma in Iconico, l’archivio temporaneo aperto al pubblico che, dall’8 all’11 ottobre in via Piave 52 a Roma, ha riunito vintage, luxury second-hand e moda d’autore.
Il progetto nasce dalla ricerca di Velvet For Philosophers, realtà curatoriale fondata da Andrea Maffei e dedicata ai linguaggi della moda e alla memoria estetica del Novecento. Maffei è anche fondatore di Unsane Practice, piattaforma che traduce questo lavoro in eventi itineranti e progetti culturali.
Dei criteri di selezione, del valore degli abiti del passato e del loro rapporto con la moda contemporanea abbiamo parlato con Giovanna Civerchia, Fashion & Vintage Consultant per Velvet For Philosophers, in occasione dell’incontro tra Iconico e Accademia del Lusso.

Da Ralph Lauren a Maison Margiela: l’identità del vintage
«Con Iconico speriamo che le persone riescano a capire quello che per noi è il nostro personale concetto di moda», racconta Giovanna Civerchia. Tra le firme selezionate, Ralph Lauren occupa un ruolo centrale: «È un brand che, nel corso della sua storia, dall’inizio ad oggi, ha mantenuto un’identità». Una riconoscibilità che lo rende, nelle sue parole, «la parte più pop» dell’offerta, più immediata da presentare al pubblico rispetto a creazioni dal gusto meno familiare.
Accanto alle polo e alle camicie trovano spazio Maison Margiela e Comme des Garçons, in un dialogo tra linguaggi diversi, accomunati dalla capacità di mantenere una propria identità nel tempo.
La selezione diventa così un modo per raccontare interpretazioni differenti della moda, attraverso capi che conservano il carattere e la visione di chi li ha creati.

Il vintage tra memoria, qualità ed emozione
Che cosa permette a un abito di entrare nella selezione? «Deve suscitare un’emozione», risponde Civerchia. «Un po’ deve evocare qualcos’altro, o nel nostro vissuto o anche nel nostro passato». La ricerca comincia da una sensibilità personale, che deve poi arrivare a chi osserva e sceglie. «Io devo riuscire a trasmettere al pubblico quello che sta evocando a me».
Il rapporto con la memoria si accompagna all’attenzione per la qualità, che Civerchia considera diminuita negli ultimi anni. Tra le sue preferenze ci sono i capispalla, un ambito nel quale riconosce un carattere particolare. È proprio in questo legame tra materia e memoria che un pezzo può continuare a essere desiderato, andando oltre la stagione o la tendenza a cui appartiene. Il vintage, quindi, non rappresenta soltanto il recupero di un’estetica del passato, ma anche una scelta personale, attraverso la quale un abito acquista un significato che va oltre la sua funzione.



Conoscere il passato per comprendere il futuro della moda
«La moda possiede nel DNA il cambiamento, ma in realtà il cambiamento non si fa se non si conosce il passato». Per chi si avvicina al vintage, e soprattutto per chi studia moda, conoscere un indumento significa anche leggere il contesto che lo ha prodotto. «Attraverso i capi si capisce quello che è stato prima o quello che potrà essere dopo».
La conoscenza del passato diventa così uno strumento per interpretare il presente e comprendere le trasformazioni della moda. Resta però da considerare la possibilità di indossare questi capi oggi. «Il vintage deve essere commerciale», spiega Civerchia, distinguendo le esigenze del pubblico da quelle del collezionista. «Chi fa archivio fa un altro tipo di ricerca, ovviamente».
Nell’acquisto destinato all’uso quotidiano, memoria e occasione d’uso devono poter convivere. È una distinzione importante: da una parte il valore storico e culturale di un abito, dall’altra la possibilità di riportarlo nel guardaroba contemporaneo, attribuendogli una nuova vita.
I tre capi vintage da cercare secondo Giovanna Civerchia
Alla richiesta di tre suggerimenti per il guardaroba, le prime risposte sono precise: «Un trench di Burberry, senza alcun dubbio» e una creazione di Miuccia Prada tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci del Duemila. La terza scelta lascia invece spazio alla sorpresa: «Qualche cosa che uno non ha nell’armadio», un pezzo insolito, magari a un prezzo che permetta di sperimentare. «La moda deve rendere belle le persone, ma deve anche tanto divertire».

Un invito a non considerare il vintage soltanto come ricerca di capi iconici, ma anche come occasione per scoprire qualcosa di diverso e sperimentare con il proprio stile. Tra le preferenze del pubblico durante l’evento spiccano gli accessori: «Borse sicuramente, perché sono oggetti del desiderio». A renderle appetibili concorrono la qualità e il confronto con i prezzi del lusso contemporaneo, che Civerchia giudica sempre meno accessibili. Si distinguono anche i trench e le creazioni di Margiela del passato, a conferma di un interesse che coinvolge tanto i capi più riconoscibili quanto le proposte dalla forte identità stilistica.
La moda come specchio della società
Che cosa può insegnare il vintage? «La storia della nostra storia, la storia della nostra società». L’abbigliamento registra i cambiamenti delle persone e delle loro abitudini, diventando un termometro attraverso cui leggere il presente. Per comprenderlo, però, la formazione deve allargarsi oltre il guardaroba. «Bisogna studiare tantissimo e non bisogna solo studiare la moda», sottolinea Giovanna Civerchia, richiamando anche musica, teatro e cinema. È un invito rivolto soprattutto a chi si prepara a lavorare nel settore, ma anche una descrizione del suo modo di vivere la ricerca: «Io non ho mai smesso di studiare, però non mi sono mai accorta di stare studiando».

Il vintage diventa così qualcosa di più di una scelta estetica: un’occasione per conoscere la storia, osservare i cambiamenti della società e comprendere come la moda continui a dialogare con la cultura. E Iconico parla proprio di questo.
Perché guardare al passato non significa necessariamente provare nostalgia, ma imparare a riconoscere ciò che, anche nel presente, conserva ancora un valore.

Photocredits: foto personali redazione ADL Mag, Unsane Pratice website
Articolo a cura di:
Sofia Piscitelli
Alessio Palma
Isabella Matese
Miriam Cagnina


